Nel libro della Genesi registriamo spesso conflitti tra fratelli, il più tragico è quello tra Caino e Abele. Nella famiglia di Abramo, poi, non sono i fratelli a litigare (Ismaele e Isacco) ma le loro madri. Ne segue che Agar e suo figlio Ismaele sono allontanati da Abramo. A distanza di una generazione, nella famiglia di Isacco e Rebecca scoppia un odio mortale tra Esaù e Giacobbe (27,41).

E di questo parleremo in questo e nei prossimi post.

Il libro della Genesi organizza i suoi racconti in cicli narrativi: ogni ciclo ha un inizio, una espansione e una conclusione. Il ciclo di Giacobbe, che copre i capitoli 25 – 33, lo potremmo intitolare: lo scontro e la riconciliazione tra fratelli. I protagonisti sono i due figli gemelli di Isacco e Rebecca: Giacobbe, il secondogenito, e in tono minore Esaù, il primogenito. Tutto ha inizio con il comportamento scaltro e subdolo di Giacobbe in Gen 25 e finisce con l’in­contro, improntato alla disponibilità e all’accoglienza, dei due fra­telli in Gen 33, collegato con il termine centrale «volto».

Gli avvenimenti e le indicazioni di luogo permettono di suddividere il ciclo narrativo in tre momenti:

  • lo scoppio del conflitto;
  • il periodo della lontananza;
  • l’in­contro.

Nonostante che il testo di Genesi non usi assolutamente il termine «riconciliazione» che manca nella lingua dell’ebraico biblico, le fasi corrispondono all’attuale esperienza della riconciliazione in occasione di processi analoghi. Perciò possiamo interpretare di Gen 25 – 33 come storia esemplare di riconciliazione.

Il conflitto: Gen 25 – 27

A differenza del racconto di Caino e Abele qui il conflitto fra fratelli inizia addirittura prima della nascita (Gen 25,22). I gemelli, infatti, ancora senza nome si urtano nel grembo materno. Il verbo ebraico utilizzato, rss, esprime uno scontro violento. Il fatto poi che ricorra solo in questo testo alla forma riflessiva (hitpael) che esprime la reciprocità, evidenza che l’intima fraternità familiare ispirata dalla nascita dei «gemelli», viene stravolta dal conflitto che subito si innesca.
Esso continua anche al momento della nascita. Giacobbe afferra il calcagno di Esaù che nasce per primo (25,26). Il nome Giacobbe ha a che vedere con il termine «calcagno»: la radice ebraica ʿaqeb, «calcagno», è presenta nel nome Giacobbe Yaʿaqob, per cui il nome potrebbe essere inteso come «colui che va al calcagno», vale adire agisce in modo subdolo come il serpente di Gen 3,15: «…tu le insidierai il calcagno [ʿaqeb]». Un dato è certo: prima ancora che Gia­cobbe sia in grado di riflettere coscientemente, l’azione di afferrare il calcagno esprime simbolicamen­te una realtà profonda: l’aspirazione a prendere il po­sto del fratello gemello nato per primo. Il racconto colloca l’inizio della rivalità in una fase di inconscio o pre-conscio.

Il piatto di lenticchie

Il primo incontro tra i due fratelli, divenuti ormai adulti, è segnato dall’aspirazione del minore alla primogenitura (cfr. Gen 25,29-34). I due versetti precedenti (27-28) avevano già evidenziato delle differenze fra di loro; ora queste differenze vengono esplicitate e marcate dai genitori. L’occasione arriva quando un giorno Esaù ritorna a ca­sa spossato (due volte, v. 29s). Il suo unico interesse è quello di mettere subito sotto i denti qualcosa (v. 30.34). Per lui questo conta più della sua primogenitura e più della tradizione familiare. Al contrario, Giacobbe sfrutta la situazione, pretendendo in cambio del suo piatto di lenticchie un prezzo assolutamente sproporzionato – la cessione del suo diritto di primogenitura – e inoltre vincolando il fratello con un giuramento. La scena si conclude con Esaù che se ne va, preludio di una imminente altra partenza.

Intermezzo

Gen 26 tralascia i due gemelli ma racconta di come Isacco spaccia sua moglie per sua sorella per avere salva la vita (v. 7). Inoltre il narratore ricorda che Esaù sposa, contro il parere dei propri genitori, due donne hittite (v. 34s). Tutto questo non fa altro che aggravare la divisione familiare. Infatti specialmente il comportamento di Isacco può contribuire a spiegare il comportamento di Rebecca in Gen 27, che causa la totale disgregazione della famiglia.

L’inganno

Già Gen 25,28 ci dava conto della divisione della famiglia di Isacco in due schieramenti: Isacco e Esaù da un lato, Rebecca e Giacobbe dall’altro. Nel capitolo 27 si assiste all’apice della tragedia. Con l’astuzia, le ripetute bugie e l’inganno, Rebecca e Giacob­be riescono a imbrogliare il padre ormai ammalato e cieco. Ricorrendo al vestito, al cibo, alla pelle dei capretti (27,15-7), Giacobbe si spaccia falsamente per il fratello e carpisce al padre Isacco la benedizione paterna (27,18-29). Il ritorno di Esaù (v. 30) costringe l’imbroglione alla fuga. Si as­siste a un improvviso turbinio di emozioni e sentimenti. Il furto della benedizione della primogenitura è l’ultimo e decisivo at­to che fa esplodere il conflitto che covava già da molto tempo. Que­sta famiglia non può più vivere unita. In una situazione così tesa solo la separazione può evitare che accadano cose ancor peggiori. L’al­lontanamento della persona apparentemente più colpevole può es­sere una soluzione, perlomeno provvisoria.
Alla fine tutti i membri di questa famiglia si ritrovano davanti a un cumulo di macerie. Sono tutti perdenti e dovranno portare per tutta la vita le conseguenze delle loro azioni.

(Continua…)

COMMENTA