Giuditta è la terza donna a cui viene dedicato un libro dell’Antico Testamento. Del libro noi possediamo solo la versione greca, mentre il manoscritto ebraico probabilmente è andato perduto. La data di composizione poi è da collocarsi attorno al 100 a.C.

Un un uomo fatto dio

Nel libro si racconta come un re assiro, con un nome chiaramente babilonese, Nabukadnezzar (meglio conosciuto come Nabucodonosor), dopo aver sconfitto il suo rivale politico, il re dei Medi Arfacsad, rivendichi il dominio sul mondo intero. Per questo manda Oloferne, generale in capo di tutte le sue truppe, a conquistare tutti i paesi della terra e a istaurare con il ferro e il fuoco il suo dominio. Durante la campagna militare Oloferne distrugge non solo le città, ma anche i templi e gli idoli dei nemici perché: «tutti i popoli adorassero solo Nabucodònosor e tutte le lingue e le tribù lo invocassero come dio» (Gdt 3,8).

La resistenza

Di fronte all’esercito di Oloferne oramai giunto alle porte della cittadina israelitica di Betulla nelle montagne di Samaria, il popolo di Giuda, sotto la guida del sommo sacerdote Ioiakim, si organizza per la difesa e chiede l’aiuto di Dio digiunando e pregando (Gdt 4). Oloferne davanti a questo atteggiamento reagisce con sdegno e ira (5,2-4). Allora l’ammonita Achior spiega che questo strano popolo è sorretto da un Dio che «odia il male» (5,17) e che perciò, se non si macchia di peccato, è invincibile. Infuriato per queste parole, Oloferne professa che non c’è altro dio al di fuori di Nabocodonosor. Anzi «questi manderà il suo esercito e li sterminerà dalla faccia della terra, né il loro Dio potrà liberarli” (6,2). Dopodiché fa esporre Achior sul monte vicino a Betulla e lo abbandona nelle mani degli Israeliti. Cinge d’assedio la città, impedendo ogni approvvigionamento d’acqua (7,1- 18). L’acqua presto in città viene a mancare quasi del tutto, e gli abitanti tormentati dalla sete chiedono ad Ozia e ai capi della città di dichiarare la resa della città di Betulla (7,19-29). Ozia sta per cedere ma decide di darsi solo altri cinque giorni, fidando nell’intervento di Dio: «Coraggio, fratelli, resistiamo ancora cinque giorni e in questo tempo il Signore, nostro Dio, rivolgerà di nuovo la sua misericordia su di noi…» (7,30-31).

La forza morale di Giuditta

A questo punto entra in scena Giuditta, figlia di Merari e vedova di Manasse. Una donna dall’aspetto affascinante, ricca e pia (8,1-8). Sentito le intenzioni dei capi di resistere solo per altri cinque giorni e poi arrendersi all’invasore, Giuditta fa convocare presso di sé i responsabili della città. Gli esorta poi a non tentare Dio, a non mettersi al di sopra di Lui:

«Voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, ma non comprenderete niente, né ora né mai…. E voi non pretendete di ipotecare i piani del Signore, nostro Dio, perché Dio non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio d’uomo su cui si possano esercitare pressioni» (8,13.16).

Quindi gli invita a confidare in lui: «Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido, se a lui piacerà» (8,17).

Al termine del suo discorso Giuditta si offre volontaria per una missione che però non svela: «Ascoltatemi! Voglio compiere un’impresa che verrà ricordata di generazione in generazione ai figli del nostro popolo. Voi starete di guardia alla porta della città questa notte; io uscirò con la mia ancella ed entro quei giorni, dopo i quali avete deciso di consegnare la città ai nostri nemici, il Signore per mano mia salverà Israele» (8,32-33).

Giuditta da Oloferne

Prima di partire per l’accampamento nemico, dopo essersi prostrata con la faccia a terra e sparsasi il capo di cenere, implora Dio che le dia forza: «La tua forza non sta nel numero, né sugli armati si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati» (9,11). Indossa le vesti più belle, si orna nel migliore dei modi ed esce con la serva.

Spacciandosi per transfuga entra nell’accampamento di Oloferne dove è da tutti ammirata per la sua bellezza radiosa (Gt 10). Oloferne ne rimane sopraffatto e le promette di realizzare ogni suo desiderio purché acconsenta di dormire con lui (12,17). Al quarto giorno Oloferne fa preparare un banchetto al quale invita Giuditta ma non i suoi ufficiali. Durante il ricevimento il generale si ubriaca. Mentre dorme nella tenda in cui ci sono solo lui e Giuditta, questa afferra la spada e gli mozza la tesa. La mette, quindi, in un sacco e corre veloce verso la città di Betulla, dove mostra al popolo la testa del nemico d’Israele. Il popolo fuori di sé loda in coro Dio: «Benedetto sei tu, nostro Dio, che hai annientato in questo giorno i nemici del tuo popolo» (13,17) e Ozia tesse le lodi di Giuditta: «Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici… Dio faccia riuscire questa impresa a tua perenne esaltazione, ricolmandoti di beni, in riconoscimento della prontezza con cui hai esposto la vita di fronte all’umiliazione della nostra stirpe, e hai sollevato il nostro abbattimento, comportandoti rettamente davanti al nostro Dio» (13,18.20).

Il mattino seguente gli Assiri trovano il cadavere decapitato di Oloferne e presi dal panico si danno alla fuga. Gli abitanti di Betulla saccheggiano l’accampamento nemico e raccolgono un grande bottino. Giuditta è esaltata da tutti: «Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d’Israele, tu splendido onore della nostra gente» (15,9) e finché visse, nessun nemico osò attaccare Israele (16,25).

A che pro questa storia?

Ai nostri occhi una donna che mozza il capo a un uomo può suscitare un’impressione truculenta e scandalosa, ma si deve ricordare che il libretto non vuole essere un resoconto di fatti storici precisi, bensì l’esposizione di un dato che va’ al di là della storia stessa, intesa come mera cronaca di quanto avviene. Il testo si presenta perciò come uno scritto didattico rivestito con una narrazione storica, che intende mostrare quali siano le potenze in gioco e le forze che determinano il corso degli eventi storici.

Il forte e crudele Oloferne è espressione di una super potenza mondiale sicura di se stessa e nemica di Dio; di fronte a lui è posta, non a caso, una donna segno della fragilità e della debolezza, che rappresenta il piccolo popolo oppresso di Israele. Lo scontro diventa quindi scontro tra bene e male, tra chi confida unicamente sulla sua potenza e chi invece sulla potenza di Dio, senza confini di tempo e di luogo. Questo motiva la presenza di numerose incongruenze storiche e geografiche e l’autore è libero di usare nomi e dati storici con grande libertà. Ci troviamo più sul piano della narrazione di finzione che su quello di una reale e dettagliata cronaca storica.

La vicenda di Giuditta esprime un insegnamento che potremmo riassumere con le parole di san Paolo:

«Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.» (cfr. 1 Cor 1,27-29).

Secondo le parole stesse del libro, la donna fu uno strumento della salvezza.

Avendo procurato la salvezza e la liberazione del popolo di Dio votato alla distruzione, per i padri della Chiesa Giuditta è prefigurazione di Maria. Nel saluto che nel vangelo di Luca Elisabetta dà a Maria: «Benedetta più di tutte le altre donne», riecheggia la lode di Ozia a Giuditta: «Sei benedetta da Dio, l’Altissimo, più di tutte le altre donne della terra» (13,18).

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