Il titolo, in corsivo, annovera il salmo tra quelli delle ascensioni e lo attribuisce a Davide. Il suo andamento è a due strofe: la primo, vv. 1-5, è un “invitatorio” nel quale il salmista “invita” a innalzare una preghiera di lode a Dio, suggerendone anche le motivazioni; la secondo si sostanzia di un ringraziamento (6-7) e di una confessione di fede (v. 8).

La struttura del salmo presuppone la presenza di un solista e di un coro-assemblea che risponde. Tutto appare chiaro al v. 1b dove troviamo l’inizio dell’invitatorio: «lo dica Israele».

1 Canto delle salite. Di Davide.

Se il Signore non fosse stato per noi
– lo dica Israele -,
2 se il Signore non fosse stato per noi,
quando eravamo assaliti,
3 allora ci avrebbero inghiottiti vivi,
quando divampò contro di noi la loro collera.
4 Allora le acque ci avrebbero travolti,
un torrente ci avrebbe sommersi;
5 allora ci avrebbero sommersi
acque impetuose.

6 Sia benedetto il Signore,
che non ci ha consegnati in preda ai loro denti.
7 Siamo stati liberati come un passero
dal laccio dei cacciatori:
il laccio si è spezzato
e noi siamo scampati.
8 Il nostro aiuto è nel nome del Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Lo scampato pericolo

Gli esegeti e i cultori della poesia ebraica sono concordi nell’affermare che il salmo inizia ex abrupto, a sorpresa. Le parole «Se il Signore» sono ripetute due volte (vv. 1.2). È la ripresa del coro-assemblea. I vv. 1b-5, a livello grammaticale, formano un periodo ipotetico della irrealtà con cui l’orante esprime sentimenti di fiducia e quindi di implicito ringraziamento al Signore, perché senza la presenza divina lui e tutta l’assemblea non sarebbero sopravvissuti. «Il salmista ha il fiato corto, ha ancora un peso nel cuore, è appena scampato» (cfr. Quesson).

L’originalità del salmo sta nel fatto che l’orante parla alla prima persona plurale: nella sua disavventura e salvezza ritrovata è coinvolta tutta l’assemblea. L’espressione preposizionale «per noi» traduce l’espressione ebraica lanû‚ che può essere resa in italiano anche con «con noi»: «Se il Signore non fosse stato con noi». In entrambi i casi indica sempre la fedeltà e l’assistenza del Signore al suo popolo. Nell’espressione ebraica è racchiuso, però, un significato ancora più profondo e radicale, che è stato messo in evidenza dalla traduzione greca, detta “della Settanta”, e da quella latina, chiamata Vulgata. Queste due versioni rendono l’ebraico con «in noi», facendo aumentare a dismisura l’efficacia della fedeltà di Dio. Infatti il Signore non solo ha assistito e protetto il suo fedele unitamente al popolo nelle sue traversie e nel suo pellegrinaggio, ma addirittura era negli stessi viandanti pellegrini, immedesimandosi con essi. Era quindi Lui, che sosteneva i loro passi e la fatica quotidiana del viaggio, delle prove e dei sacrifici. Ne consegue che il Signoere è Colui che è per noi. Questo è il significato profondo del suo nome. Diventa chiaro allora quale sia lo sfondo su chi si stagliano le parole di Gesù quando dice: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo (in) loro» (Mt 18,20).

I versetti 3-5 raffigurano un pericolo estremo a cui è sottoposto l’orante, ma non forniscono indicazioni più dettagliate. In sostanza il salmista racconto di un’aggressione, servendosi di due immagini: quella delle belve feroci e fameliche e quella di un torrente impetuoso in piena! Soprattutto la seconda è molto comune durante la stagione delle piogge (Dicembre-Marzo) in terra di Israele. Infatti in un batti baleno, gli aridi wadi, torrenti secchi, si possono riempire di masse d’acqua di notevole portata che distruggono tutto ciò che incontrano sulla loro strada (guarda questo video).

Con l’espressione «inghiottiti vivi» del v. 3, l’autore immagina i nemici come draghi feroci e famelici. Tale ferocia la Bibbia la attribuisce alle nazioni straniere soprattutto all’impero assiro (cfr. Is 9,11; Ger 51,34; Sal 79,7). Il testo sacro è uno dei pochi testimoni della paura che gli eserciti assiri incutevano, perché, dove essi arrivano, seminavano morte e distruzione, a cui seguiva la deportazione delle popolazioni. Tutto questo è rimasto nella memoria del nostro autore.

La frase «nel furore della loro ira» evoca implicitamente l’immagine del fuoco. Questa è seguita da quella dell’acqua nei vv. 4-5. Si richiamano così il fuoco (v. 3) e l’acqua (v. 4-5), simboli dei pericoli mortali. Il fuoco raffigura la furiosa collera del nemico, mentre l’acqua la sua irruenta arroganza.

La benedizione come ringraziamento

Dopo lo scampata pericolo cantato nell’invitatorio, esplode il ringraziamento (vv. 6-7), espresso con la formula della benedizione: «Sia benedetto il Signore» (barûk Yhwh), tipica di molti altri salmi (Sal 18,47; 31,22; ecc.). La benedizione sale al Signore perché «ci non ha lasciati, in preda ai loro denti». Torna l’immagine delle belve fameliche del v. 3. Al v. 7 la liberazione e lo scampato pericolo sono descritti con la metafora venatoria dell’uccello, probabilmente un passero così il termine ebraico ṣippôr, che è riuscito a svincolarsi o è stato liberato dal laccio testo dai cacciatori.

A conclusione del salmo (v. 8) il fedele professa la sua fede e fiducia in Dio onnipotente, che ha creato il cielo e la terra, vale a dire l’universo. Solo in Lui, o meglio nel suo nome, si trova il vero e autentico aiuto, tanto che il salmista attribuisce al Signore il nuovo appellativo di «nostro aiuto» (ʿezrenû‚ Sal 70,6; 146,5).

Una preghiera di solidarietà

L’originalità del salmo non risiede nel suo tenore poetico o nella forza delle immagini, che fanno invece parte di un patrimonio comune del salterio. La sua specificità è legata al fatto che l’autore parla in prima persona plurale, facendosi voce della comunità d’Israele e di ogni assemblea a cui il futuro orante apparterrà. Il pronome personale «noi» è impiegato con sostantivi come «il nostro aiuto» (v. 8), con preposizioni come «con noi o per noi» (vv. 1.2) e nelle forme verbali: ci assalirono, ci avrebbero inghiottiti vivi (v. 3), ci avrebbero travolti (vv. 4-5), non ci hai lasciati (v. 6), noi siamo stati liberati, noi siamo scampati (v. 7). Il salmista in questo modo prega con e per la comunità dei fedeli d’Israele. Con la prima persona plurale utilizzata dal salmo è la dimensione comunitaria della preghiera che viene sottolineata ed enfatizzata.

Gesù stesso ne prenderà l’esempio e nella preghiera del Padre nostro inculcherà ai tutti i suoi discepoli questa dimensione. Infatti la preghiera del Pater è intrisa di espressioni alla prima persona plurale: «Padre nostro… Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci abbandonare alla tentazione, ma liberaci dal male».

Il Salmo 124 insegna al pellegrino che allora saliva al santuario di Gerusalemme, è oggi sale ai santuari mariani e non, che la preghiera del vero fedele non è rivolta unicamente verso se stesso, ma si apre alla comunità, al mondo e ai fratelli perché non esistono solo i miei problemi e necessità, ma soprattutto quelle degli altri, dell’assemblea ecclesiale e universale.

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