Se avessi ali potrei volare dai posti più remoti
verso Gerusalemme.
Quando sogno di ritornare a te, Gerusalemme,
sono come un’arpa che canta.
Yehudi Ha-Levi (XII sec. ), poeta sefardita in “Canti dell’esilio”.

Gerusalemme contiene una radice che abbraccia insieme l’idea di pace e quella di pienezza. Il Midrash spiega così l’origine del suo nome: Abramo l’ha chiamata Yreh, Sem figlio di Noè l’ha chiamata Salem. Dio ha detto: Io la chiamerò con i nomi che i due le hanno dato, cioè Yreh più Salem, Yerushalaym.

Il nome è formato da sette lettere: 3 più 4, che è il numero di Dio il numero del mondo. E sette è il numero perfetto.

Il Salmista la chiama anche Sion:

È in Salem (=Gerusalemme) la sua tenda,
in Sion la sua dimora.

Dal momento che nelle culture semitiche il nome rivela l’identità (Nomen Omen), cioè la vocazione di una persona, il destino della Città Santa è quello di diventare la città della pienezza e della pace. Del resto Gerusalemme è l’unica città in cui i fedeli delle tre religioni monoteistiche possono rivolgersi a Dio.

Gerusalemme è però una città carica di contrasti. Già nella mistica della Kabbala i rabbini coglievano nel nome stesso di Yerushalaym (che è una specie di forma duale) i due volti della Città Santa: terrestre e celeste, presente e futura, circoscritta alla nazione di Israele e spalancata universalisticamente a tutti i popoli. Lo stesso Paolo ne traccia la doppia polarità:

Schermata 2016-05-02 alle 14.02.17Le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar – il Sinai è un monte dell’Arabia -; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi (Gal 4,24-26).

Gerusalemme è anche la città delle nove misure di sofferenza. Il Talmud dice che quando Dio creò il mondo aveva in mano dieci misure di bellezza, di scienza e di sofferenza. Nove misure di ciascuna sono toccate a Gerusalemme, la città dei contrasti. Anche per questo qui va in scena uno spettacolo di rara intensità drammatica.

Alla città è lanciata oggi una sfida che non è più quella di rivelare al mondo il Dio di unità, di amore, di giustizia e di pace, ma nel realizzare nella vita di ogni giorno, i valori che ebrei, cristiani e mussulmani, concordano nel riconoscere come divini.

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