IMG_3596Una piccola porta posta sul fundo della grotta della Natività immette in un corridoio che porta a un complesso di altre grotte. A queste, comunque, si può accedere direttamente dalla chiesa di Santa Caterina tramite una scala ripida, posta a destra della navata, che vi scende.

Gli scavi archeologici, condotti da p. Bellarmino Bagatti ofm, attestano che le grotte venivano già usate dal VI secolo a.C. e, a partire dal I sec. d.C., vennero adibite a tombe per i Cristiani.

La prima grotta che si incontra al centro, scendendo dalla ripida scale, è la grotta di San Giuseppe, che ricorda il sonno del Santo riportato nel vangelo di Matteo, quando l’angoli gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, e fuggi in Egitto…» (Mt 2,13).

C’è poi a sinistra, una seconda grotta detta dei Santi Innocenti, a ricordo dei bambini fatti uccidere da Erode.

Sul lato destro, invece, si notano i cenotafi in cui furono sepolti alcun Santi vissuti a Betlemme nei primi secoli: le due sante matrone romane Paola e sua figlia Eustochio che, giunte a Betlemme al seguito di San Girolamo, si dedicarono alla vita ascetica e cenobitica; Sant’Eusebio da Cremona, discepolo e successore di san Girolamo, e lo stesso San Girolamo, i cui resti secondo la tradizione furono portati prima a Costantinopoli e poi a Roma, dove dal XII secolo sono venerati nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

L’ultimo ambiente di questo labirinto di grotte e cunicoli è la grotta di San Girolamo, dove egli visse.

Girolamo arrivò in Terra Santa nel 386 e si stabilì, insieme a Paola, vedova, e alla sua giovane figlia Eustochio, a Betlemme.

Io ti saluto o Betlemme, casa del pane, in cui è nato Colui che è il pane vivo disceso dal Cielo. Ti saluto, o Efrata, terra abbondante e fertile, la luce-fecondità è Dio stesso.

Da qui il suo proposito:

Questo luogo è il luogo dove abiterò perché questo lo ha scelto il Signore.

Girolamo si è innamorato di questa cittadina, dove tutto era di una rustica semplicità – purtroppo oggi non più. Tranne il canto dei salmi, tutto riposava nel silenzio. Per questo motivo ripeteva agli amici:

Felice chi ha Betlemme nel cuore, perché nel suo cuore rinasce il Cristo sempre nuovamente.

Le grotte adiacenti a quella della Natività, prima delle tombe, divennero abitate e formarono il primo cenobio a Betlemme.

Per oltre trent’anni il monaco dalmata visse nella solitudine della sua Betlemme, bruciato dall’ideale ascetico, dalla lotta per l’ortodossia della fede, dalla ricerca della verità e soprattutto dalla passione per la Parola di Dio, che egli tradusse in latino.

Girolamo viveva di una convinzione profonda:

L’acqua della sorgente (= il testo originale) scorre molto più pura di quella del ruscello (= la traduzione).

Vivere nel paese della Scrittura significava per lui poter penetrare il senso dei testi sacri «più chiaramente e profondamente». Così ne parla Sulpicio Severo:

È tutto ingolfato nei libri, non riposa né giorno né notte, o legge o scrive qualcosa

Girolamo è vir trilinguis, uomo dalle tre lingue, perché univa alla conoscenza del latino e del greco quella dell’ebraico. Infatti, nel deserto di Calcide (= Qinnasrin si trova in Siria a una 40 di Km da Aleppo) un giudeo-cristiano l’aveva iniziato alla conoscenza della lingua e un altro aveva rifinito la sua preparazione a Betlemme, durante sedute notturne di studio, che facevano affiorare alla mente di Girolamo l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo.

Grazie a questa preparazione egli intraprese la traduzione dell’Antico Testamento dall’originale ebraico. Il mondo cristiano, allora, riteneva ispirata la traduzione greca detta dei Settanta. Girolamo affrontò parecchie difficoltà, tra le quali anche la fatica di procurarsi i testi che si trovavano in mano agli ebrei, custoditi gelosamente come si conviene a un testo sacro. Girolamo non esitò a rinunciare al sonno delle sue notti per lavorare sui testi che un rabbino gli portava prelevandoli dalle sinagoghe, così come non si accontentò di attingere direttamente l’ebraica veritas dal testo biblico, ma una volta afferratone il senso per se stesso, usava confrontare i risultati del suo lavoro con le interpretazioni tradizionali degli ebrei.

È stato il suo più grande amore:

Conoscere la Bibbia che è un mare che racchiude in sé significati reconditi e la profondità degli enigmi profetici»
Aprire la Parola e leggerla è tendere le vele allo Spirito Santo senza sapere a quali lidi approderemo
Quaggiù la mia ricerca del volto di Dio si confonde con lo sforzo di interpretare la Parola. In cielo la mia gioia consisterà nella piena intelligenza della stessa Parola.

Questo ardente amore alla Parola l’ha inculcato nei discepoli e nelle vergini venuti numerosi da Roma e da altre parti, per vivere insieme a Girolamo, Paola e Eustochio, nei due cenobi costruiti sul lato nord-ovest della prima basilica costantiniana.

Sant’Agostino, amico di Girolamo, scrive che i due monasteri avevano in comune la torre di vedetta. Il canto dei salmi, la lettura della Parola e il lavoro manuale riempivano le loro giornate.

Due secoli più tardi il pellegrino di Piacenza (570 d.C.), dopo aver parlato della grotta dove nacque il Signore, riferisce che

il sacerdote biblista Girolamo scavò la roccia nella stessa entrata della grotta e si fece la tomba dove poi fu sepolto nel 420».

In Girolamo e in tutti i discepoli e le discepole che seguiranno le sue orme si realizza quanto scrive l’apostolo Pietro:

Stringendovi a Lui, pietra viva … anche voi venite innalzati, come pietre vive, quale edificio spirituale» (1Pt 2,4-7)

COMMENTA