In pochi versetti, cinque in tutto, l’orante esprime tutta la sua fiducia nel Signore ricorrendo all’immagine dominante dl monte: chi confida in Dio è come il monte Sion. Esso è stabile così chi confida nel Signore non vacillerà mai. I versetti seguenti sono una sorta di spiegazione: il Signore rende stabili i suoi fedeli, li circonda proteggendoli, come i monti che circondano Gerusalemme (v. 2), e mette un argine al potere degli empi che opprimono i giusti (v. 3). Infatti Egli è giusto nel giudicare: i buoni e i retti di cuore saranno con lui e gli empi con i malvagi. Ciò sarà motivo di pace su tutto Israele (vv. 4-5).

Testo

1 Chi confida nel Signore è come il monte Sion:
non vacilla, è stabile per sempre.
2 I monti circondano Gerusalemme:
il Signore circonda il suo popolo,
da ora e per sempre.
3 Non resterà lo scettro dei malvagi
sull’eredità dei giusti,
perché i giusti non tendano le mani
a compiere il male.
4 Sii buono, Signore, con i buoni
e con i retti di cuore.
5 Ma quelli che deviano per sentieri tortuosi
il Signore li associ ai malfattori.
Pace su Israele!

Il salmo si compone di una professione di fede (1b), di un esempio illustrativo (v. 2), di un oracolo attualizzante (v. 3) e di un giudizio sulla sorte dei buoni e degli empi (4-5).

Il salmista comincia il suo canto con una professione di fede che cogli un’immagine a lui familiare: la città di Gerusalemme è situata su un monte, l’Ofel, tra la valle del Tiropeion e quella del Cedron, a sud dell’attuale spianata del tempio ed è circondata da monti. Il monte trasmette una sensazione di sicurezza, perché è facilitata la difesa dall’alto, e di stabilità. In questo modo l’orante può professare che come è stabile il monte Sion, così anche chi confida nel Signore non vacillerà, ma vivrà in eterno. Il poeta non parla direttamente di Gerusalemme ma cita una parte per il tutto, il monte Sion, altro nome per indicare l’Ofel (cf. Sal 87 e 48,9). Inoltre, mentre nella versione italiana si ha: «chi confida» al singolare, il testo ebraico suona al plurale: «coloro che confidano», facendo così direttamente riferimento agli abitanti della città o al popolo radunato per la preghiera liturgica.

Come in un abbraccio

Al v. 2 gli orizzonti si allargano alla corona di monti che circondano l’antica città di Davide. La costruzione della frase ebraica è enfatica, vale a dire mette in prima posizione il nome della città per sottolinearne l’importanza: «Gerusalemme, i monti intorno ad essa!». Non si accenna alle mura della città come in precedenza, ma al fatto che i monti la circondano da tutti i lati eccetto quello nord, da dove in passato sono giunte le invasioni. La città è ben protetta da questi bastioni naturali. Il nome poi di Gerusalemme (yᵉrû-šalaim) porta in sé la voce «pace» (šalom) che ritorna nell’ultimo versetto.

La corolla di monti che circonda la città di Gerusalemme è una pallida immagine di come il Signore abbracci e protegga il suo popolo. Il testo infatti afferma: «Il Signore è intorno (sabîb) al suo popolo». In un altro passo del salterio la protezione di Dio viene ulteriormente esplicitata: «L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva» (cfr. Sal 34,8) e nel libro del profeta di Zaccaria Dio stesso afferma: «Io stesso – oracolo del Signore – le (= Gerusalemme) farò da muro di fuoco all’intorno e sarò una gloria in mezzo ad essa» (Zac 2,9).

Il paragone dei monti che circondano Gerusalemme non è del tutto calzante all’azione di Dio, perché la città lungo la storia ha subito varie attacchi e invasioni da parte di eserciti stranieri. Ricordiamo la distruzione della città, avvenuto nel 587 a.C. ad opera degli eserciti di Babilonia. Questo spinge alla seguente riflessione: la vera e assoluta sicurezza non è tanto quella materiale, che non è garanzia assoluta, ma quella che dà il Signore. Solo la fede in Dio dà stabilità incrollabile all’uomo. Egli quando diventa troppo sicuro di sé, si adagia, abbandona la vigilanza e diventa preda del nemico. Il profeta Isaia esprime bene questa realtà profonda quando afferma davanti al re Acaz in preda alla paura per i nemici che avanzano: «Se non crederete, non sarete resi stabili» (Is 7,9).

Lo scettro del male in frantumi

Al v. 3 un oracolo proclama che la protezione divina si estenderà alla situazione di sofferenza e alla paura patite dal popolo d’Israele. La modalità di questa protezione si esplica come capacità di far cessare il dominio degli empi sulla terra d’Israele. L’espressione «non peserà lo scettro» suona letteralmente «non riposerà lo scettro». Quest’ultimo è segno di potere e di autorità.

Il termine ebraico per indicare «possesso» è gôral che propriamente indica il territorio o l’appezzamento di terreno che il Signore ha dato in eredità al suo popolo. Sulla terra di Israele non sono gli eserciti di Israele e la loro capacità di reazione a garantire la sua sicurezza, ma lo sguardo del Signore e questo perché Egli stesso ne è coinvolto personalmente. Infatti il popolo come la terra di Israele sono sua personale proprietà e possesso. In altri passi biblici Israele è definito il figlio primogenito. Da qui la totale fiducia dell’orante. Le prove ci saranno così pure le tentazioni, ma riprendendo una frase di San Paolo vi è anche una certezza: «Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1Cor 10,13).

Buoni e malvagi

I due versetti finali del Salmo richiamano una verità fondamentale per la Bibbia, detta legge della retribuzione: premio per i buoni e castigo per i malvagi (cf. Ez 18). L’orante invoca il Signore a fare del bene ai buoni e ai retti di cuore (letteralmente: retti nei loro cuori) e ad accomunare quelli che camminano per sentieri tortuosi alla sorte dei malvagi. Il salmista definisce quest’ultimi con l’espressione «quelli che vanno per sentieri tortuosi» (ʿaqalqallôt). Il padre della chiesa Agostino d’Ippona li chiama pravicordes (tortuosi di cuore), «gente dal cuore tutt’altro che retto, che intavolano lunghe discussioni sul come ugualmente si sarebbe dovuto comportare Dio, con l’animo di non lodarlo per quanto ha fatto, ma di criticarlo. Essi pretendono di dettargli legge». Il vero sapiente, che è colui che teme Dio (Pr 1,7), evita i loro ragionamenti tortuosi e ripone tutta la sua fiducia e sicurezza in Dio.

Augurio

Un augurio di pace su Israele conclude la preghiera: «Šalom su Israele». Il richiamo della parola pace (šalom) già presente nel nome della città Gerusalemme, fa sì che quanto è detto della città si allarghi ora a tutto Israele. Nella lettura cristiana del salmo l’Israele su cui si invoca la pace è la Chiesa, il popolo della nuova alleanza. Così commenta San Agostino:

«Siamo l’Israele di Dio e teniamoci stretti alla pace, perché Gerusalemme significa “visione di pace” e noi siamo Israele: quell’Israele sopra il quale è la pace».

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