Il salmo, in sei versetti, esprime con un intenso lirismo sentimenti di gioia, riconoscenza e supplica. È ritenuto uno dei più intesi salmi del Salterio. L’orante, in una prima parte (vv. 1-3), si fa voce della comunità e ricorda l’inaspettata, quanto improvvisa, liberazione dalla schiavitù babilonese dopo l’editto di Ciro del 538 a.C. e il ritorno in patria dei primi deportati. Richiama alla memoria inoltre la gioia e il ringraziamento che ne seguirono e lo stupore degli stessi altri popoli, allibiti per le meraviglie operate da Dio in favore del suo popolo Israele. Nella seconda parte (vv. 4-6) il salmista eleva la sua preghiera perché il Signore rinnovi i prodigi di allora nella situazione attuale segnata dalla tristezza e dall’impotenza. Si chiede il completamento del rimpatrio degli esiliati. Le folle che ritornano sono paragonate ai torrenti (wadi in ebraico) del deserto del Neghev che, asciutti per la maggior parte dell’anno, durante la stagione delle piogge improvvisamente diventano torrenti in piena capaci di travolgere ogni ostacolo.

Testo

1 Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
2 Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti:
“Il Signore ha fatto grandi cose per loro”.
3 Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
4 Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
5 Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
6 Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

Un sogno

Nel v. 1 con l’espressione «quando il Signore ristabilì» l’autore, fattosi voce della comunità, accenna al secondo esodo, quello da Babilonia, già preannunciato da due grandi profeti del calibro di Geremia ed Ezechiele. La frase seguente, «ci sembrava di sognare», non fa tanto riferimento all’effetto psicologico di un’improvvisa e inaspettata liberazione, quanto invece all’attuazione della visione profetica. Infatti, il verbo ebraico ḥalam, «fare sogni», viene usato per esprimere le visioni del profeta. La liberazione dalla prigionia è letta dal salmista come inscritta nel progetto divino per il suo popolo.

Al v. 2 l’immagine della bocca, che si apre al sorriso, ricorda l’entusiasmo e la gioia piena per la liberazione e, nello stesso tempo, il ringraziamento che sale al Signore (cf. Is 35,10; 54,1). Davanti a questo evento di liberazione le nazioni straniere, che prima avevano chiesto in modo blasfemo: «Dov’è il loro Dio?», ora si ricredono e riconoscono apertamente, in una sorta di confessione pubblica a raggio planetario, l’operato prodigioso di Dio a favore del suo popolo: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro». L’immagine usata è quella del passaparola: «si diceva tra le genti».

Il salmista lo afferma unito al suo popolo con un grande senso di gratitudine: «Davvero grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (cfr. v. 3). Nel Talmud babilonese, a commento di questo evento, si legge che il giorno del raduno degli esiliati d’Israele è «importante come il giorno in cui furono creati il cielo e la terra». Per i maestri ebrei la liberazione è un atto creativo di Dio.

Invocazione per un rinnovato intervento divino

Nei vv. 4-6, seconda parte del salmo, il salmista supplica il Signore perché rinnovi i prodigi per il presente. Al v. 4 l’orante e gli esiliati ritornati in patria hanno sotto gli occhi la situazione presente della ricostruzione che fatica ad avanzare ed è irta di difficoltà. Non è questa la sede per una sua esposizione dei problemi, rimando per questo alla lettura dei capitoli sei e tredici di Neemia oppure di Esd 4-7. Il salmista, quindi, a nome di tutta la comunità dei rimpatriati, chiede al Signore, oltre al completamento del rientro in patria dei prigionieri, di ripristinare lo slancio e la gioia iniziale del ritorno, superando i numerosi ostacoli, soprattutto lo scoraggiamento. Il v. 4 ha una duplice traduzione dovuta al verbo šûḇ che può significare sia «ritornare» che «cambiare», ecco quindi la possibilità di leggere: «ristabilisci, Signore la nostra sorte» oppure «cambia Signore la nostra sorte». Il senso fondamentale non muta: si chiede che Dio intervenga con potenza, perciò si fa un paragone con i torrenti del Negheb. Tutto questo presuppone una conoscenza geografica della Palestina. I torrenti del Negheb, regione a sud della Palestina che confina con la penisola del Sinai, sono secchi per mancanza di pioggia, ma al suo cadere si riempiono a tal punto da essere travolgenti nella furia precipitosa delle acque che portano via ogni cosa (cfr. questo filmato). Come conseguenza del passaggio delle acque, le sponde dei torrenti diventano verdi e ricche di fiori, segnando un cambiamento radicale del paesaggio di solito brullo e arido. Il salmista, paragonando la situazione attuale del popolo ai letti vuoti e secchi dei torrenti, chiede al Signore di cambiarla in pienezza di vita e di gioia, così come si tramutano i torrenti e le loro sponde al cadere della pioggia, diventando fiumi portatori di vita.

Dalle lacrime alla gioia

Al v. 5 l’espressione «chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia» probabilmente è la citazione di un proverbio che induce alla speranza nell’esaudimento della supplica del v. 4. L’immagine riprende il mondo agricolo: la fatica e la privazione della semina è seguita dalla gioia e dall’abbondanza del raccolto. Il simbolo del «seme», in ebraicozeraʿ, non fa riferimento solamente al regno vegetale, ma anche all’uomo. È la discendenza, sono i figli che costano sacrifici, ma sono segno di speranza dando anche soddisfazioni e gioie (cfr. Os 2,25; Is 65,9; Ger 31,27). Nel Nuovo Testamento le Beatitudini di Matteo (cfr. Mt 5,3-11) riflettono la logica di questo proverbio, mentre la beatitudine: «Beati quelli che sono nel pianto perché essi saranno consolati» (Mt 5,4) ne è una ripresa letteraria. Gesù stesso si ispirerà più avanti a questo detto caricandolo di sfumature personali, là quando, durante l’ultima cena, dirà ai suoi discepoli: «Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (cfr. Gv 16,20).

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore…

Il versetto 6 amplia il proverbio popolare sempre sulla linea dell’immagine agricola della semina e del raccolto. Infatti, chi getta il seme sembra buttarlo via; è segno di tristezza per la sottrazione di quella semente che, se portata al mulino per farne farina, diventa pane che sfama. Però al tempo del raccolto, quando si è moltiplicato al cento per uno il contadino si riempie di gioia portando nelle sue braccia i numerosi covoni, frutto del suo lavoro, del suo coraggio nell’aver «sprecato» nella semina del buon grano e della provvidenza di Dio. Nell’andare il contadino porta la semente, letteralmente la «sacca della semente» (mešek-hazzaraʿ), ma nel tornare al tempo della mietitura porta i covoni; nell’andare piange, nel tornare giubila!

Questo ultimo versetto anticipa il mistero pasquale della passione, morte e risurrezione del Signore: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Solo perché il seme è stato buttato ed è morto sotto terra, ha sprigionato la vita e si è moltiplicato. Lo stesso San Paolo evoca l’immagine della semina parlando ai cristiani di Corinto: «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2 Cor 9,6). E in Gal 6,7b-9 afferma:

Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo.

La vita di fede esige dal credente di diventare semente che muore per portare i frutti, non delle opere dell’uomo ma quelli dello Spirito.

I pellegrini ebrei, che recitavano questo salmo mentre salivano a Gerusalemme, ricordavano una quadruplice liberazione: la salita-liberazione dall’Egitto verso la terra promessa, la salita da Babilonia al ritorno dell’esilio, la loro salita verso il tempio di Dio, la salita escatologica di tutti i popoli e nazioni alla fine dei tempi. Noi cristiano, oltre a tutto ciò, facciamo memoria della salita di Gesù al Calvario e della sua Pasqua, sola e vera liberazione che passa attraverso l’esperienza del chicco gettato, morto e che dà una spiga ricca di altri d’orati chicchi.

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