Come molti racconti del libro della Genesi, la narrazione del diluvio è introdotta dalla formula stereotipata: «Questa è la discendenza di Noè» (v. 9a; cf. Gen 2,4a e 5,1) che si può anche rendere: «Questa è la storia di Noè».

Testo di Gen 6,9-22

Integro, giusto, cammina con Dio

Subito il narratore presenta le qualità di Noè: «Era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio» (v. 9b). Nel testo ebraico sono 10 le parole che formulano tre affermazioni su Noè: 1) egli è giusto; 2) integro tra i suoi contemporanei; 3) cammina con Dio. Nella lista genealogica del capitolo 5 Noè compariva al decimo posto, era, quindi, il decimo discendente dalla creazione. Questi giochi numerici sono amati dalla tradizione sacerdotale e mettono in evidenza legami nascosti: Noè sarà il punto da cui ripartirà la creazione dopo il diluvio. Altro dato interessante è che le qualità del personaggio sono incorniciate dalla ripetizione del nome all’inizio e alla fine. Tutto serve al narratore per dare il massimo risalto al personaggio che viene introdotto. Il termine «integro» (tāmîm) rimanda a un concetto di carattere cultuale: Noè è in un rapporto positivo con Dio (cf. Sal 15,1-2). Egli è poi «giusto» (ṣaddîq); questo è un concetto etico-sociale: Noè è in una giusta relazione con gli altri uomini. La giustizia nella Bibbia è anche una qualità che si comunica agli altri: in quanto giusto, Noè sarà capace anche di «giustificare», ovvero di portare giustizia all’umanità e sarà proprio questo il suo ruolo nel racconto. Infine, Noè è colui che «cammina con Dio», come lo era stato Enoc (Gen 5,22.24), ha fede in Dio e vive una comunione con lui.

La corruzione della terra

In forte contrasto viene ritratta la corruzione della terra: nei vv. 11-12 per tre volte ritorna il verbo «corrompere», «rovinare» (šāḥat)1. Dopo che il narratore ha constatato che la terra è «corrotta» (6,11), egli adotta il punto di vista di Dio per rimarcare questa depravazione: «Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta» (6,12a) e ne dà la motivazione: «Perché ogni carne aveva pervertito la sua condotta sulla terra» (6,12b). L’espressione «ogni carne» (kŏl-bāśār) qui e lungo tutto il racconto del diluvio coinvolge l’uomo e gli animali. Westermann, richiamandosi ai profeti (cf. Ger 25,31) pensa che il riferimento sia solo all’uomo (così la versione della CEI 2008), ma se teniamo presente che in 9,9-16 l’alleanza viene stipulata con l’uomo e gli animali, ecco allora che il senso dell’espressione, almeno nel racconto del diluvio, qualifica sia il mondo umano che quello animale. La corruzione è anzitutto «violenza» (ḥāmās), questo è il vero “peccato originale” (6,11.13). Si tratta di una colpa di carattere marcatamente sociale più volte denunciata dai profeti. Il termine ebraico ḥāmās non qualifica solo la violenza tipica della guerra e dell’odio; nella denuncia dei profeti la violenza è quella dei ricchi e dei governanti che schiaccia e annienta il popolo. In testi come Am 2,1-15; 3,10; Mi 6,12; Ger 6,7; 20,8 la violenza viene identificata come la radice di tutti i peccati del popolo. Il profeta Ezechiele, proprio all’epoca dell’esilio babilonese, accuserà più volte Gerusalemme di questo peccato (cf. Ez 7,23; 8,17) e sarà proprio questa una delle ragioni principali dell’esilio stesso. Tra la violenza e Dio non ci può essere nessun compromesso (cf. Sal 11,5: «Egli odia chi ama la violenza (ḥāmās)»), quindi mentre Dio fa grazia a Noè (cf. 6,8), non può permettere che il mondo vada in rovina a causa della violenza che in esso dilaga. L’accusa divina è molto severa e ancor più severa appare la punizione. Il male deve essere radicalmente eliminato: la soluzione violenta del diluvio potrà veramente essere il rimedio alla violenza?

La costruzione dell’arca

Il comando di costruire l’arca viene preceduto nel discorso divino dalla costatazione della fine di «ogni carne» a motivo della violenza che riempie la terra (v 6,13). Esso così appare come pura azione di grazia da parte di Dio. Sono le stesse parole divine che descrivono la costruzione dell’arca: «Fatti un’arca di legno di cipresso» (6,14). Il termine ebraico per «arca», tēḇâ, ha un significato incerto; si ipotizza una derivazione dal vocabolo egiziano dbȝt, «cesta», «scatola» o «sarcofago», oppure si fa riferimento ai testi di Ebla dove c’è un termine affine tiba, presente in espressioni del tipo ti-ba-ti-il-li, «arche degli dei», oppure ia-ti-baKI «Ya è l’arca». Il vocabolo ricorre solo in Es 2,3.5 dove designa la cesta nella quale è posto il piccolo Mosè per sarvarlo dalle acque dopo il decreto infanticida del faraone. In questo modo il racconto della nascita di Mosè in Esodo intende stabilire un parallelo tra Mosè e Noè; Mosè salverà il suo popolo dalle acque così come Noè ha salvato l’umanità dal diluvio.

Dell’arca al v. 15 Dio dà le misure: 135 x 22 x 13 metri, calcolando che un cubito è circa 45 centimetri. È volutamente una misura esorbitante. L’arca appare così dieci volte più lunga della «dimora» divina che Mosè costruirà nel deserto e che verrà descritta in Es 26,15-16. Ogni piano dell’arca è alto dieci cubiti, proprio come l’altezza della «dimora» nel deserto. Nota interessante è che la traduzione greca della Settanta utilizza per rendere l’ebraico tēḇâ il termine greco kibōtos, che nel complesso di Esodo-Levico-Numeri indica in genere proprio l’arca dell’alleanza presente all’interno della «dimora». In questo modo le parole divine vogliono suggerirci che l’arca è qualcosa di più di una nave; è una sorta di immagine galleggiante dell’arca dell’alleanza collocata nel santuario, il luogo per eccellenza nel quale Dio si rende presente. Il racconto è costruito in modo tale da alludere a qualcosa che ancora deve venire, il santuario. L’arca di Noè è segno della presenza del Dio d’Israele che salva l’uomo in un cammino difficile, come nel caso del popolo nel deserto 2.

Nel v. 17 compare per la prima volta il termine «diluvio», mabbûl, mentre in quello successivo (v. 18) Dio fa menzione di un’alleanza che stabilirà con Noè. Il rapporto di Israele con Dio è frequentemente espresso in termine di «alleanza», la quale può essere intesa come alleanza unilaterale oppure bilaterale, su quale abbia la preminenza la discussione resta aperta3. Qui l’espressione «stabilire la mia alleanza» pone l’accento sugli obblighi divini con la conseguenza che Dio manterrà speciale relazione con Noè. La conferma di questo tipo di alleanza avverrà alla fine del racconto del diluvio in 9,1-17; resta però il fatto che a questo impegno di Dio vengono preposti alcuni chiari obblighi o precetti dati attraverso Noè ad ogni uomo (cf. sotto). Se Dio distrugge «ogni carne», con Noè invece decide unilateralmente di «stabilire un’alleanza».

L’entrata nell’arca

Per salvare «di quanto vive e di ogni carne» intendendo qui gli animali, Dio ordina a Noè di introdurre nell’arca due animali di ogni specie, un maschio e una femmina (cf. Gen 1,11.12.21.24.25). Si noti al v. 20 la sequenza: prima gli uccelli, poi gli animali e in fine i rettili. È un richiamo chiaro a Gen 1,20-24 e tradisce la mano sacerdotale. Infine, il discorso divino si conclude con il comando a Noè di fare scorta di cibo, dove l’espressione «prenditi ogni sorta di cibo da mangiare» rimanda a Gen 2,16-17 quando ad Adamo era stato comandato di prendere e mangiare di ogni frutto del giardino, tranne quello dell’albero della conoscenza del bene e del male.

Obbedienza di Noè

Noè obbedisce e il narratore lo sottolinea: «Eseguì ogni cosa come aveva ordinato Dio: così fece». La ripetizione del verbo «fare» all’inizio e alla fine del versetto, con la specificazione «come aveva ordinato Dio, evidenzia la totale obbedienza di Noè e questo in contrasto con quanto invece fece Adamo4.

 

 

  1. C. Westermann, Genesis 1-11. A commentary (Continental Commentary), I, Minneapolis 1984, 416.
  2. L’interpretazione cabalistica ha letto nelle misure dell’arca un gioco di valori cifrati legati al tetragramma sacro (Y = 10; H = 5; W = 6). La larghezza di 50 cubiti è il prodotto della moltiplicazione delle prime lettere Y e H (10×5); la lunghezza è di 300 cubiti,  cifra che si ottiene moltiplicando le prime tre lettere (10x5x6); l’altezza di 30 cubiti è il prodotto della moltiplicazione delle due ultime lettere H e W (5×6). Cf. A. Wénin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I Gen 1,1-12,4 (Testi e commenti 14), Bologna 2008, 134 nota 27.
  3. Sul termine alleanza cf. GLAT, I, 1580-1644; D.J. McCarthy, Treaty and Covenant. A Study in Form in the Ancient Oriental Documents and in the Old Testament (AnBib 21), Rome 1978; W. Wifall, Gen 3:15 – A Protoevangelium?, in CBQ 36 (1974); I.A. Busenitz, Woman’s Desire for Man: Genesis 3:16 Reconsidered, in Grace Theological Journal 7.2 (1986); E.W. Nicholson, God and His People. Covenant and Theology in the Old Testament, London 1986.
  4. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 135.

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