Il salmo 127, centrale nella raccolta dei salmi di ascensione, mette a tema la fede-fiducia in Dio. Si esalta la necessità dell’opera del Signore e della sua assistenza nel costruire una casa, nel proteggere una città, nella fatica di ogni giorno per il pane quotidiano e nel formare e guidare una famiglia. L’uomo orgoglioso che rifiuta questo aiuto è destinato a fallimento certo. Agli occhi del poeta-salmista Dio entra di forza nella vita non solo personale ma anche sociale dell’uomo.

Testo

Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori.
Se il Signore non vigila sulla città,
invano veglia la sentinella.
2 Invano vi alzate di buon mattino
e tardi andate a riposare,
voi che mangiate un pane di fatica:
al suo prediletto egli lo darà nel sonno.
3 Ecco, eredità del Signore sono i figli,
è sua ricompensa il frutto del grembo.
4 Come frecce in mano a un guerriero
sono i figli avuti in giovinezza.
5 Beato l’uomo che ne ha piena la faretra:
non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta
a trattare con i propri nemici.

Il titolo (v. 1) oltre a far riferimento alla raccolta dei Salmi della ascensioni reca l’espressione lišlomō (= di/per Salomone), un riferimento significativo al figlio di Davide, perché fu lui a realizzare il desiderio del padre di costruire un tempio/casa e dedicarlo a Yhwh il Dio di Israele (1Re 8).

L’unità strutturale del carme, che è diviso in due parti, è data dall’ambivalenza della voce casa (bayit), che nella prima parte (vv. 1-2) è usata nel senso reale, e nella seconda parte è supposta nel suo significato traslato di famiglia. Nella prima parte si parla di «casa» senza il Signore (vv. 1b-2), nella seconda, invece, di «casa-famiglia» con il Signore.

Dio fondamenta per una casa sicura

Letterariamente la prima parte è costruita con una doppia proposizione condizionale (v. 1b. Se il Signore non costruisce…; Se il Signore non custodisce…) a cui seguono tre affermazioni: invano vi alzate; tardi andate a riposare; mangiate pane di sudore (v. 2). Con tre efficaci immagini: la costruzione della casa; la difesa della città; la fatica e il sudore per il pane quotidiano, il poeta afferma l’assoluta necessità per l’uomo dell’aiuto divino nella vita quotidiana. La presenza di Dio non è estemporanea e neppure relegata ad uno spazio (tempio o chiesa) e a un tempo (sabato o domenica), ma intesse la quotidianità del credente: entra nei mondo del lavoro, della società e della famiglia.

La prima proposizione condizionale («Se il Signore non costruisce la casa…») polemizza contro coloro che si ritengono autosufficiente. Il libro dei Proverbi mette in guardia quando afferma «confida nel Signore con tutto il cuore e non appoggiarti alla tua intelligenza» (Pr 3,5). La Bibbia, nel racconto della torre di Babele, ricorda il fallimento di chi, sfidando il cielo, ha costruito senza Dio e in aperta sua opposizione (Gen 11,4).

building-1804030_1280Con la seconda proposizione condizionale («Se il Signore non custodisce la città…»), l’orante fa memoria di una verità di fede ben salda nel popolo di Israele. Poiché il solo e vero custode di Israele è il Signore, così recita il Salmo 121,4, ed è sempre Lui che veglia su Israele (cf. Ger 11,4) che in Lui confida (cf. Sal 130,5-7), non può che essere Dio il vero custode della «città». Chi si arroga il compito di sostituirsi a Lui invano riuscirebbe a vegliare, vale a dire a proteggere la città contro nemici esterni e a garantire la vita al suo interno. Il salmista usa un termine ancora più pregnante del semplice «invano». Infatti il l’ebraico šāwʾ, nella Bibbia qualifica «l’inconsistenza, la nullità» degli idoli (cf. Es 20,7; Sal 24,4; Is 10,3; Os 10,4). Di conseguenza ogni tentativo umano di sostituirsi a Dio, agli occhi dei saggi d’Israele, è abortito in partenza.

Nel v. 2 il salmista descrive la fatica dell’uomo per guadagnarsi il pane. Ma la lunga giornata di lavoro fin dal mattino, pesante e carica di sudore (letteralmente: di fatiche), senza l’aiuto di Dio produce grami risultati. Nei primi capitoli della Genesi il pane, frutto del sudore della fronte, richiamava l’amaro destino dell’uomo dopo la colpa iniziale (cf. Gn 3,17-19). Con Dio, però, quando si è suoi amici, i frutti vengono facilmente, anche se si dorme. La frase «il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno» è iperbolica ed esprime la facilità e l’abbondanza dei benefici, se si riconosce l’azione benefica e provvidente di Dio nella propria vita. Lo stesso farà Gesù parlando ai propri discepoli là dove afferma la necessità di dare al priorità alla ricerca del Regno di Dio e alla sua giustizia. Tutto il resto sarà dato in più e in abbondanza e come esempio cita gli uccelli del cielo che non seminano, non raccolgono e non ammassano eppure il Padre celeste provvede loro e così i gigli del campo non filano e non tessono eppure il Padre gli riveste di vesti più belle di quelle di Salomone (cf. Mt 6,25-34).

Dio casa per l’uomo

Nella seconda parte del salmo l’efficacia dell’azione provvidente di Dio investe l’ambito personale e familiare. I figli sono chiamati «dono del Signore». Il testo originale è più pregnante li definisce «eredità del Signore» (naḥǎlā Yhwh), com’è definita la terra promessa, di cui i figli servono ad assicurare e rafforzarne il possesso. Inoltre l’immagine agricola «frutti della terra» (v. 3b) applicata ai figli rafforza quando detto poc’anzi. Stilisticamente è da notare il bel parallelismo A – B // A’ – B’. Così: dono del Signore (A) e figli (B) corri­spondono a: sua grazia (A’) e frutto del grembo (B’). Il dono del Signore è un’azione gratuita di cui l’uomo non porta alcun merito, per questo i figli sono dono e per questo sono paragonati ai frutti della terra che nella mentalità semitica erano sempre conseguenza di un’azione divina diretta e misteriosa. La vita, sembra suggerirci il salmista, non è in balia dell’uomo ma è totalmente nelle mani di Dio!

Al v. 4 una metafora bellica paragona i «figli della giovinezza » a delle «frecce». Nella credenza dell’antico popolo, i figli avuti in gioventù erano considerati più forti e più sani di quelli avuti in età avanzata. Ed è per questo che allora il salmista paragona solo i primi alle frecce (cf. Gn 37,3). Nel gioco metaforico il poeta vuole significare che un padre con i figli sani e forti può, come un eroe, affrontare la vita con cuore pieno di fiducia e dormire sonni tranquilli per l’avvenire (cf. Lam 3,3; Is 49,2).

Il versetto finale continua l’immagine bellica del precedente e il salmista proclama «beato», l’uomo che ha avuto per dono dal Signore molti figli robusti, di cui ora mena vanto perché piena ne ha la faretra. Essi lo appoggeranno nella vita sempre, specialmente quando alla porta della città dovrà trattare con i propri nemici. Nell’antica cultura ebraica e del vicino oriente la porta della città era il luogo degli affari, dell’amministrazione e del tribunale dove i contendenti venivano a dirimere le loro questione. Probabilmente proprio a quest’ultimo aspetto fa riferimento il salmo (cf. Dt 21,19; Gb 5,4; Rt 4,1-2; Sal 69, 13).

La citazione dei figli ha anche valenza per quanto riguarda il futuro. Infatti qui essi possono simboleggiare le generazioni future; infatti il Signore ha nelle sue mani il futuro e sa manifestarsi perché i  figli portino a compimento l’opera iniziata da lui con disegno provvidenziale. In questo modo «il lavoro ricco di frutti nella prima strofa, è concretizzato nella seconda in una famiglia ricca di frutti: ambedue esprimono la benedizione del Signore» (Lorenzin).

Perla di saggezza

La presenza del Signore sia nella vita sociale che in quella personale, agli occhi di questi saggi d’Israele, gioca un ruolo fondamentale. Nulla sfugge allo sguardo di Dio, l’uomo vive costantemente alla sua presenza. Lo sguardo di fede su tutta la realtà umana diventa, quindi. chiave interpretativa degli stessi fenomeni umani. Forse in modo semplicistico, ma certamente efficace, il poeta per tutto il salmo mette in evidenza una regola interpretativa fondamentale: l’uomo senza Dio, suo creatore, si allontana dalla propria vocazione originaria e non ha la capacità di custodire il mondo rappresentato qui dalla città. Solo assecondando il piano di Dio, egli realizza se stesso e vive in armonia con il creato che lo circonda. Il suo fare e operare diventa un custodire il giardino (Gen 2,15) del mondo perché diventi di giorno in giorno sempre più immagine e somiglianza di chi l’ha creato.

 

 

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