Il diluvio resta per noi un testo ostico e per qualcuno irritante. Se però vogliamo andare oltre e tentare di capire il testo c’è un un aspetto che dobbiamo considerare. Il racconto ci presenta il diluvio come una sorta di de-creazione. Il mondo è giunto alla fine: «È venuta per me la fine di ogni uomo…» (Gen 6,13). Il diluvio ci viene descritto attraverso le immagini tipiche della concezione del mondo diffusa nel vicino oriente antico: «Eruppero le sorgenti del grande abisso» e si aprirono le cateratte del cielo (cf. Gen 7,11). In altre parole, le acque del caos primordiale (Gen 1,2) ritornano a coprire la terra. Se Dio ritrae dal mondo la sua mano, il mondo piomba di nuovo dal caos dal quale è uscito. Da questo punto di vista, il diluvio sta a indicare la fragilità della creazione e la sua radicale ambivalenza; buona e bella, la creazione può anche rivoltarsi contro il suo creatore. Ed Egli, facendo ripiombare il mondo nelle acque dell’abisso primordiale, esprime la necessità che il mondo debba essere purificato e liberato dalla violenza che rischia di sommergerlo. Da questo punto di vista è certamente possibile leggere il racconto del diluvio come un simbolo molto efficace del giudizio di Dio sul male1.

D’altra parte le acque non hanno in questo racconto solo un ruolo distruttore: dalle acque del diluvio può scaturire la morte, ma può nascere anche la vita. Il racconto genesiaco continua a usare un linguaggio che allude alla pagina iniziale della creazione; il ruolo del vento in 8,1, quel vento che sospinge indietro le acque, ricorda come si è detto il ruolo dello «spirito di Dio» che aleggia sull’abisso delle acque (Gen 1,2). Dal diluvio emerge poi la «terra asciutta» (8,7.14), così come la «terra asciutta» era emersa dopo l’intervento separatore di Dio in relazione alle acque primordiali (1,9). Su questa nuova terra è possibile iniziare una storia diversa, dar vita a una nuova umanità.

Le acque dunque distruggono, ma anche purificano e salvano; rappresentano così allo stesso tempo la punizione, ma anche la tensione verso un mondo nuovo, ri-creato, che non dovrà più essere distrutto (cf. 8,21-22,. 9,8-17). Questo doppio ruolo delle acque lo ritroviamo significativamente nel celebre testo di Es 14, il passaggio del mare. Il rapporto con l’Esodo è particolarmente importante per la comprensione del racconto della Genesi.

Il racconto esodico del passaggio del mare utilizza, com’è stato ben dimostrato da J.L. Ska2, un chiaro vocabolario creazionale; le acque del mare dei Giunchi attraverso le quali passa Israele e nelle quali annegano gli egiziani ricordano molto da vicino le acque del caos primordiale, ma anche quelle del diluvio; il rapporto tra i tre testi (Gen 1; Gen 6-9; Es 14) è particolarmente interessante. Perché le acque del mare dei Giunchi si abbassino permettendo a Israele di transitare, Dio fa passare durante la notte un forte vento che ricorda proprio il vento di Gen 8,1; le acque si abbassano e appare la terra asciutta sulla quale il popolo potrà passare, quella «terra asciutta» di cui parlano come si è appena detto Gen 1,9 e 8,7.14. Gli egiziani, così com’è avvenuto all’umanità corrotta del tempo del diluvio, vengono inghiottiti dalle acque che per Mosè e gli israeliti, come già per Noè e la sua famiglia, rappresentano invece la salvezza. Il racconto esodico del passaggio del mare, posto a confronto con quello del diluvio, ci rivela come il Dio che salva Israele è lo stesso che ha creato il mondo. Creazione e salvezza appaiono come due facce dello stesso agire di Dio. La creazione d’Israele, salvato dal Signore attraverso le acque del mare dei Giunchi, è paragonabile alla creazione dell’universo.

  1. Così molti profeti hanno letto la fine dei regni di Israele e Giuda (cf. Os).
  2. J.-L. Ska, Le passage de la mer. Étude de la construction, du style et de la symbolique d’Ex 14,1-31 (Analecta Biblica 109), Roma 1986.

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