La Bibbia non ha paura dell’umanità dei suoi personaggi perché la fa rientrare in quell’opera attraverso cui passa la forza della Parola che sana e salva, fortifica e rinvigorisce. Le impasse dei protagonisti umani della Sacra Scrittura diventano paradigmi di come la forza della Parola di Dio può incidere nella “carne” di uomini e donne scelti ed eletti per farli diventare testimoni di Dio nel mondo.

Del profeta Elia ho già avuto modo di scrivere (cfr. qui), ora con il presente post prendo in esame un preciso fatto raccontato nel ciclo a lui dedicato (cfr. 1 Re 17 – 2 Re 2).

1 Re 19,1-8

1 Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. 2Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro». 3Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. 4Egli s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». 5Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. 7Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Nella trama del ciclo di Elia il racconto proposto segna una svolta fondamentale nel percorso esistenziale di questo uomo di Dio. Elia, il cui nome significa «YHWH1 è Dio», fu un personaggio bizzarro e deciso, originario di Galaad nell’attuale Giordania, che però si spostò e visse nel regno del Nord (= Samaria) nel IX secolo a.C. Il narratore biblico lo presenta come «Elia, il Tisbita» (1 Re 17,1). Non è sicuro se tisbita designi la sua città d’origine o il suo status di colono. Nella Bibbia irrompe ex abrupto, quasi «figlio del vento», probabilmente perché noto all’antico uditorio israelita. Egli si erge solitario come custode ortodosso della più pura tradizione mosaica, ma soprattutto come strenuo difensore del monoteismo yahwista, che opponeva YHWH a Baal, divinità cananea legata alla fecondità e alla pioggia. Egli condusse una serrata lotta personale contro Acab, re d’Israele, e la sua moglie fenicia Gezabele, che avevano favorito il culto di Baal, con il supporto di una pletora di profeti- sacerdoti che fuorviavano religiosamente il popolo.

Il brano scelto si pone come lo snodo decisivo tra due fasi della vita del profeta. La prima è trionfale, perché presenta i miracoli prodigiosi di Elia, che lo autenticano come profeta di Dio (cfr. 1 Re 17) e culminano nella sfida del Carmelo, che vede Elia battere ed eliminare 450 sacerdoti di Baal (il Carmelo era uno dei santuari privilegiati del baalismo. Cfr. 1 Re 18,20-46). Ma questo suscita l’ira della regina Gezabele, che lo vuole morto ad ogni costo:

«Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: “Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro”» (1 Re 19,2).

Per Elia è il momento della crisi più profonda, che lo vede deluso, amareggiato, impaurito, stanco di profetizzare e persino di vivere. La vittoria sul Carmelo si è trasformata in una inaspettata sconfitta, poiché deve lasciare il suo paese e fuggire nel deserto.

La depressione di Elia

Il profeta in fuga non ha contro di sé solo i monarchi, ma lo stesso popolo. Solo il testo greco della Settanta parla espressamente della «paura» di Elia, mentre il testo ebraico lascia che sia il lettore ad intuirla. Il v. 3 presenta qualche difficoltà nella lettura del testo ebraico; letteralmente esso dice: «E vide e sorse e andò alla sua anima». Com’è facile constatare la comprensione non è immediata. In più alcuni manoscritti sostituiscono il verbo «vide» (wayyarᵉʾ) con «ebbe paura» (wayyarāʾ), perché in ebraico si hanno le stesse consonanti. Elia rimugina, si chiude in sé. Costretto alla fuga, si dirige verso sud a Bersabea, ai confini del deserto del Negev. Là abbandona il suo servo che lo sta accompagnando (19,3) e si avventura in una sorta di viaggio dell’Esodo all’inverso, dalla terra promessa al monte dell’alleanza, l’Oreb2, quasi come un ritorno nel grembo della fede. Il profeta vuole restare solo e questo è funzionale a preparare il suo incontro personale con il Signore.

Arido e brullo è il deserto e così la coscienza di Elia, spaventata dalle minacce di Gezabele, miseramente ombreggiata dallo stentato riparo di una sola ginestra, priva di orizzonti. Si tratta di una vocazione in crisi. Dopo i grandi entusiasmi, Elia vuol mollare. A questo punto, a pezzi, scoraggiato e avvilito, chiede espressamente di morire. Il suo è un «basta!» (raḇ), che assomiglia a quello di Geremia (Ger 20,14-18), Tobia e Sara (Tb 3,6.10). Elia vuole che la sua vita (nefes, una parola chiave nel testo, che indica anche l’affettività, il desiderio), piuttosto che uccisa da Gezabele, sia ripresa per sempre dal Signore. In fondo non si aspetta nulla di meglio della fine dei suoi antenati che sono nelle tombe: non vale la pena darsi da fare, spendersi ancora.

L’immagine dell’addormentarsi è suggestiva: oltre la stanchezza, può ricordare il ripararsi di un bambino sotto le coperte in una notte di tempesta, un voler chiudere il mondo fuori – come Giona nel ventre della nave – ma anche un morire anticipato e desiderato.

Un ordine perentorio

Dio, però, interviene. «Alzati e mangia» sono le parole di un messaggero o angelo (il termine malʾāk designa ambedue) che parlandogli lo tocca. Il verbo ebraico, reso in italiano con «toccare», è nāgaʿ che esprime molto di più di un toccare, può significare «accarezzare», «avvicinarsi», ma anche «colpire». L’invito è quello di «sorgere» e «mangiare». Sono i verbi che caratterizzano le persone vive! Il messo divino non elimina la fatica, porta solo un po’ di pane e di acqua da sorseggiare. La scena richiama quella iniziale dei racconti di Elia presso il torrente Cherit, dove tutto era più tranquillo ed erano i corvi a portargli del cibo. In ogni caso il profeta si nutre di un cibo gratuito, da lui non prodotto, né comperato. La focaccia è poca cosa, impastata in modo frugale, ma sta a dimostrare come Dio è potente proprio nella debolezza dei mezzi, con le cose semplici essenziali e quotidiane. Elia mangia, poi si riaddormenta (19,6).

L’angelo interviene una seconda volta, sotto la ginestra della stanchezza e della miseria di Elia, prospettando il cammino (19,7). Nella Bibbia la ripetizione o raddoppiamento indica conferma assoluta della volontà del Signore3. Questa volta all’ordine di sorgere e mangiare, il messaggero fa seguire la motivazione di quel nutrimento disceso dal cielo: il cammino che il profeta è chiamato a fare è ancora lungo. Così il cibo si abbina alla parola, nutrimento che discende dal cielo, e fa vivere e camminare l’uomo di Dio verso il monte di Dio. L’angelo è la carezza di Dio al suo servo fedele.

Elia viene così ri-convocato e ri-confermato una seconda volta nella sua missione, con una diversa maturità (19,8-18). Senza l’aiuto di Dio, l’affaticato Elia sarebbe davvero finito. Il misterioso cibo offerto gli sarà viatico vitale per affrontare la lunga strada verso l’Oreb – il cammino dell’alleanza – rendendolo capace di camminare quaranta giorni e quaranta notti. Il numero 40 nella Bibbia è sempre una cifra connessa alla purificazione e rigenerazione (cfr. la nostra quarantena) e richiama il tempo di permanenza di Mosè sulla montagna sacra del Sinai, come anche la peregrinazione quarantennale di Israele nel deserto.

Se all’Oreb/Sinai un giorno era nato il popolo d’Israele, adesso vi rinascerà dalle sue paure il primo profeta d’Israele.

  1. YHWH è il Tetragramma sacro del nome di Dio, nelle Bibbie moderne viene reso normalmente con Signore.
  2. Il viaggio degli israeliti dal monte Sinai o Oreb alla terra promessa era durante quarant’anni.
  3. Come avviene nella duplice visione (šᵉnît) di Geremia (Ger 1,11.13), dove l’accento cade sul secondo intervento.

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