Leggendo la Bibbia capita di incappare in versetti il cui senso non è molto chiaro a noi lettori. Questo è dovuto in parte alla distanza temporale dei testi stessi. Uno di questi passi è quello di Es 4,24-26.

24Mentre era in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore lo affrontò e cercò di farlo morire. 25Allora Sipporà prese una selce tagliente, recise il prepuzio al figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: «Tu sei per me uno sposo di sangue». 26Allora il Signore si ritirò da lui. Ella aveva detto «sposo di sangue» a motivo della circoncisione.

Tentato omicidio

Questi versetti sono tra i più difficile della Bibbia, non in termini di traduzione che risulta sufficientemente agevole, ma in termini di significato e di contesto. Mosè è stato appena scelto e convinto a far ritorno in Egitto e là affrontare il faraone per liberare il suo popolo. Si mette sulla via del ritorno e Colui che lo ha chiamato e convinto, rintuzzando tutte le sue obiezioni, ora lo vuole uccidere. Si era appena sancito un legame di parentela tra Yhwh e la famiglia di Mosè che subito è messo in crisi. In questa storia Sipporà, moglie di Mosè, gioca un ruolo da protagonista, salvando chi è sotto attacco divino. I dettagli esatti dell’episodio sono difficile da determinare perché il narratore non identifica con i nomi propri i ruoli di ciascun protagonista, eccetto Yhwh e Sipporà. L’ambiguità  inizia fin da subito al v. 24 dove si afferma che durante la notte Yhwh «lo affrontò e cercò di farlo morire». Il pronome, ripetuto due volte e con funziona di complemento oggetto, non è chiaro se faccia riferimento a Mosè o a suo figlio, menzionato subito dopo. L’aggressione divina può significare il diritto di Yhwh sul primogenito o la risposta alla mancata circoncisione di Mosè o di suo figlio.

L’azione di Sipporà

Al v. 25 Sipporà riesce a fermare l’assalto circoncidendo il figlio. Il narratore non specifica il suo nome ma il lettore sa fin da Es 2,22 che la coppia, Mosè e Sipporà, hanno un figlio di nome Gherson. La parola per «coltello» (ṣōr) indica un coltello di selce impiegato comunemente per rito della circoncisione nel Vicino Oriente Antico (= VOA). Per esprime l’azione del taglio del prepuzio, però, il narratore non adopera il verbo tipico, «circoncidere» (mûl), ma kārat «tagliare», tipico verbo della relazione di alleanza (cfr. ad esempio Gen 15,18). Sipporà poi prende il prepuzio del figlio e tocca i «suoi piedi», dove i piedi sono un eufemismo per indicare i genitali. L’azione salvatrice di Sipporà suggerisce che sia Mosè sotto attacco divino dal momento che la sua salvezza ad opera di donne è un tema ricorrente nei primi capitoli dell’Esodo (cfr. le levatrici, la madre e la sorella, e la figlia del faraone). Tuttavia il testo ebraico non chiarisce quali genitali siano toccati. Infatti l’aggettivo possessivo suoi può riferirsi a quelli di Mosè, di suo figlio Gherson o forse simbolicamente a quelli di Dio.

Sposo di “sangui”

Sipporà accompagna la sua azione con una parola: «Tu sei per me uno sposo di sangui (חֲתַן־דָּמִ֛ים)». Il vocabolo ḥātān significa «uomo sposato» e di norma indica il genero. Questo scarta la possibilità che l’aggettivo possessivo si riferisca al figlio Gherson. Il ricorso poi alla forma plurale del termine sangue, dāmîm, che a differenza del singolare, spesso indica il sangue versato da un omicida (cfr. Gen 4,10-11; 1Re 2,5; 2Re 9,26) o il senso di colpa per crimini (cfr. Es 22,1-2; Lv 20,9.11.12.13.27) – per cui l’espressione ebraica la si potrebbe rendere in italiano con «uno sposo che ha versato sangue» –, fra protendere la scelta per Mosè. Infatti è Mosè colui che ha commesso l’omicidio dell’egiziano (Es 2,11-12) ed è sempre lui che non avendo circonciso il figlio ha commesso un crimine. C’è poi da notare che il verbo sotteso al sostantivo «sposo» (ḥātān) contempla nel suo campo semantico il significato di proteggere. Di conseguenza la circoncisione, operata da Sipporà, si configura come uno scongiuro protettivo davanti alla potenza divina.

Il narratore, qualificando l’azione della moglie di Mosè con il verbo «tagliere», kārat, le conferisce il carattere di creazione o di conferma di una relazione familiare con la stessa divinità. Questo è in linea con uno dei temi centrali dei capitoli iniziali del libro dell’Esodo, quello di Yhwh come “Dio dei padri” (cfr. 3,6.15) ed è coerente con il discorso che Egli stesso aveva fatto poco sopra a Mosè, dove si era impegnato in un patto familiare con Israele stesso: «Così dice Yhwh: Israele è il mio figlio primogenito» (4,21-23).

Se il testo ebraico resta un po’ sfumato c’è un dato sicuro ed è il fatto che Sipporà, figlia di un sacerdote madianita (cfr. Es 2 e 18), conosce il rito appropriato per placare la divinità e così proteggere la sua famiglia. Inoltre nel suo modo di agire si può ravvisare la trasmissione della conoscenza rituale da lei a Mosè e di conseguenza agli israeliti. Il versetto conclusivo (v. 26) è una sorta di commento del narratore che funziona come eziologia: spiega la ragione della circoncisione dei figli maschi. Sul modello della leggenda cultuale il racconto attesta e certifica il passaggio della pratica religiosa della circoncisione da Madian a Israele grazie alla moglie madianita di Mosè.

Funzione nel contesto

Se questo può essere il senso dell’episodio narrativo in sé, c’è da indagare la sua funzione all’interno del racconto. Cominciamo col dire che nel libro dell’Esodo per due volte Yhwh si presenta come un “distruttore”: Dio cerca di uccidere Mosè o suo figlio Gherson in 4,24-26; lo “sterminatore” uccide i primogeniti dell’Egitto al cap. 12. I due racconti non sono indifferenti l’uno all’altro perché hanno elementi in comune. Entrambe mettono a fuoco il diritto di Yhwh sul primogenito, introdotto nel nostro testo da 4,22. Lo sfondo storico religioso della pretesa divina non è chiaro nel testo biblico, soprattutto se tale pretesa comporta il sacrificio del primogenito. Il profeta Ezechiele attesta la pratica rituale, ma la separa dalla volontà divina qualificandola come legge «non buona» (cfr. Ez 20,25-26). Il racconto di Gen 22 (il sacrificio di Isacco), attribuito alla tradizione Non-P del pentateuco, è polemico contro pratica dei sacrifici dei figli primogeniti. Infine Es 13,1-2 afferma che ogni essere che esce per primo dal seno materno tra gli Israeliti: ogni primogenito di uomini o di animali appartiene a Dio. C’è quindi un possibile riferimento al sacrificio dei bambini. In entrambi i testi l’attacco della divinità viene sventato grazie a un preciso rito cultuale legato al sangue: in Es 12 si tratta del sangue dell’agnello sacrificato che viene spruzza sugli architravi e sugli stipiti delle case per preservare i primogeniti di Israele dall’angelo distruttore; nel presente testo il sangue della circoncisione di Gherson tocca i “piedi” di Mosè per proteggere lui o Gherson stesso dall’attacco di Yhwh.

Se l’esatto significato dell’azione rituale di Sipporà può sfuggire, è chiaro che una donna straniera, non israelita, si prodiga con un rituale protettivo per salvare la vita di Mosè, suo sposo. Ciò associa Sipporà alla serie di donne salvatrici di Mosè presente nei primi capitolo del libro. Dopo questo episodio la moglie di Mosè scomparirà dalla scena fino al capitolo 18. Se poi si tiene presente che il narratore per esprime l’azione della circoncisione impiega il verbo tipico dell’alleanza, kārat, ciò significa che la circoncisione del figlio lo fa partecipare della grazia dell’alleanza (cfr. Gen 17,20-14). Inoltre toccando (nāgaʿ) con il prepuzio insanguinato o con la selce insanguinata i genitali di Mosè, Sipporà prefigura il gesto pasquale degli israeliti che, spruzzando (sempre il verbo nāgaʿ) l’architrave e gli stipiti delle proprie case con il sangue dell’agnello immolato, verranno salvati dalla morte (cfr. 12,22). Inoltre le sue parole: «Tu sei per me uno sposo di sangue» dicono il senso autentico del rito sottraendolo ad ogni interpretazione magica: esse significano che Mosè, colpevole sia del sangue dell’egiziano sia dell’incirconcisione del figlio e perciò aggredito da Yhwh, è uno sposo salvato da Sipporà grazie al sangue del figlio. In questo modo si viene a creare un legame di comunione ancora più profondo tra lei e suo marito, come mette in evidenza l’espressione «per me».

Infine l’azione di salvezza di Sipporà assume i connotati di una purificazione di Mosè perché lo abilita in modo definitivo alla missione che gli è stata affidata, quella di ritornare in Egitto e liberare il popolo del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe dalla schiavitù in cui giace.

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