Con il termine decalogo nel Pentateuco (= i primi cinque libri della Bibbia) si fa riferimento a due testi legislativi pressoché identici nel contenuto, ma divergenti nel significato e nell’interpretazione teologica delle leggi che vi sono esposte: i versetti da 2 a 17 del capitolo 20 dell’Esodo e i versetti da 6 a 21 del capitolo 5 del Deuteronomio. Questi due testi possono essere letti indipendentemente dal loro contesto, perché costituiscono codici legislativi autonomi.

La denominazione “decalogo” può sembrare strana perché, quando si leggono i testi, ci si accorge che il numero delle prescrizioni che vi si trovano riunite supera il numero di dieci. Infatti il termine rimanda ad altre sezioni del Pentateuco che designano come «le 10 parole» il discorso che Dio rivolge a Mosè sulla montagna.

In un primo tempo restituiremo i due decaloghi al loro contesto letterario, poi analizzeremo il loro contenuto sottolineando le differenze che li separano e alla fine preciseremo la funzione di questi due testi legislativi.

Il contesto letterario

Cominciamo notando che i due testi del decalogo sono inseriti in due libri differenti del Pentateuco e hanno due contesti geografici differenti. Il decalogo dell’Esodo è proclamato al monte Sinai, siamo a Sud dell’omonima penisola; quello del Deuteronomio invece è annunciato nelle steppe di Moab, grosso modo l’attuale Giordania; siamo quindi alle porte della terra promessa.

Le dieci parole dell’Esodo

Il decalogo del libro dell’Esodo (cf. Es 20,2-17) è collocato nel contesto del racconto della conclusione dell’Alleanza tra Dio ed Israele: il popolo uscito dall’Egitto (Es 14) giunge alla montagna del Sinai (Es 19,1) dopo un cammino attraverso il deserto (Es 15,22-18,27). Questo testo precede un codice legislativo più esteso, il codice dell’Alleanza (Es 20,22-23,19), che è il più antico codice legislativo del Pentateuco (VIII sec. a.C.), e il racconto della conclusione dell’Alleanza (Es 24,1-11). Mentre il codice dell’Alleanza si presenta sotto la forma di un discorso rivolto dal Signore agli Israeliti attraverso l’intermediazione di Mosè, il decalogo si presenta come un discorso di Dio, senza destinatario immediato, valido in ogni luogo e in ogni tempo, cosa che gli attribuisce maggiore autorità.

Una lettura corrente del Pentateuco mostra che questo decalogo è il primo testo esclusivamente legislativo che il lettore incontra: questa situazione di anteriorità rispetto agli altri codici legislativi del Pentateuco contribuisce ad accentuare ulteriormente la sua autorità.

Sottolineiamo infine la nettissima cesura che lo separa da ciò che precede e che segue: il decalogo dell’Esodo viene in realtà ad interrompere, senza transizione, il racconto della teofania o manifestazione del Signore al Sinai: sembra dunque probabile che la sua redazione sia stata inserita tardivamente in questo racconto.

Le dieci parole del Deuteronomio

Analogamente, il decalogo del Deuteronomio (5,6-21) è un discorso rivolto da Dio ad Israele. Esso precede gli altri testi legislativi del libro del Deuteronomio, raggruppati nel codice deuteronomico (Dt 12 – 26): queste due caratteristiche gli conferiscono la medesima autorità del decalogo del capitolo 20 del libro dell’Esodo.

I due decaloghi sono dunque collocati in sezioni molto diverse del Pentateuco: il decalogo del libro dell’Esodo si colloca nel tetrateuco, un insieme letterario la cui composizione è di fonte sacerdotale, cioè appartiene al gruppo dei sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, durante il loro esilio in Babilonia (587-538 a.C.), e poi al ritorno dall’esilio. Il Deuteronomio invece è stato scritto da autori non sacerdotali. Il testo, nella sua forma attuale, data anch’esso al periodo post-esilico.

Confronto tra i due decaloghi

L’alternanza di comandamenti esposti sotto forma negativa (Tu non…), o sotto una forma positiva, permette di distinguere tre sezioni in ciascuno dei decaloghi. Queste sezioni sono precedute da un’identica introduzione: il Signore si presenta come colui che ha liberato il popolo di Israele facendolo uscire dall’Egitto. L’identità di Dio si afferma dunque in un agire storico a favore di Israele.

Nelle tabelle seguenti metto in parallelo i due testi del decalogo; segue un breve commento.

I° sezione: Es 20,3-7 = Dt 5,7-11

Es 20,3-7

Dt 5,7-11

²«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile:
³Non avrai altri dèi di fronte a me.
⁴Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra.
⁵Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano,
⁶ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.⁷Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
⁷Non avrai altri dèi di fronte a me.

⁸Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra né di quanto è nelle acque sotto la terra.

⁹Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ¹⁰ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

¹¹Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.

L’analisi del testo ebraico fa emergere un gioco di parole che la traduzione italiana può mascherare: il sostantivo «schiavi» (Es 20,2 = Dt 5,6) deriva dalla stessa radice del verbo «servire» (Es 20,5 = Dt 5,9). Così il culto reso agli idoli è presentato come contraddittorio col culto del Signore che ha posto fine alla schiavitù di Israele in Egitto: l’idolatria farebbe cadere Israele in una nuova schiavitù. In realtà il culto reso agli idoli è interessato, poiché essi rappresentano degli dèi che appartengono al pantheon dei popoli stranieri, forze della natura divinizzate percepite come minaccia e che bisogna conciliarsi attraverso sacrifici. A questa relazione «commerciale» che imprigiona chi la intraprende, deve sostituirsi il culto del Signore che si colloca nell’ambito della gratuità. Ecco perché i decaloghi proibiscono l’uso del nome del Signore nei giuramenti: Israele non può servire gli idoli, e non può servirsi del nome del Signore. I comandamenti la cui formulazione è negativa contribuiscono in realtà a definire uno spazio di libertà, di gratuità, in cui si allaccia la relazione tra Israele e il suo unico Dio: il Signore.

II° sezione: Es 20,8-12 e Dt 5,12-16

Es 20,8-12

Dt 5,12-16

⁸Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo.
⁹Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro;
¹⁰ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.
¹¹Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato.¹²Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
¹²Osserva il giorno del sabato per santificarlo, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato.
¹³Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro;
¹⁴ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te.
¹⁵Ricòrdati che sei stato schiavo nella terra d’Egitto e che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore, tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del sabato.
¹⁶Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato, perché si prolunghino i tuoi giorni e tu sia felice nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.

Questa sezione raggruppa i due soli comandamenti «positivi» del Decalogo, che concernono il sabato e il rispetto dei genitori. Queste due prescrizioni hanno in comune di mettere in relazione, nella loro formulazione, l’obbedienza dovuta a Dio e la cura del prossimo. Così, il rispetto del sabato ha motivazioni teologiche, ma anche conseguenze umanitarie: tutta la gente di casa può riposarsi, le stratificazioni sociali che prevalgono tutta la settimana (distinzioni tra padrone e servitore, tra nativi del paese e stranieri) scompaiono: tutti diventano uguali di fronte a Dio in un medesimo riposo. Il confronto fra i due testi mette alla luce le divergenze e, in particolare, la motivazione teologica del comandamento del sabato: mentre il riposo sabbatico si riferisce, in Es 20,11, all’attività creatrice di Dio, la sua motivazione si fonda, in Dt 5,15, sull’evocazione della storia della salvezza. La specificità teologica dei due decaloghi è così posta in rilievo: la teologia della creazione (cui fa allusione Es 20,11) è di fonte sacerdotale, mentre il riferimento alla storia della salvezza (Dt 5,15) può essere attribuito a fonte deuteronomista.

III° sezione: Es 20,13-17 e Dt 5,17-21

Es 20,13-17

Dt 5,17-21

¹³Non ucciderai.
¹⁴Non commetterai adulterio.
¹⁵Non ruberai.
¹⁶Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
¹⁷Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
¹⁷Non ucciderai.
¹⁸Non commetterai adulterio.
¹⁹Non ruberai.
²⁰Non pronuncerai testimonianza menzognera contro il tuo prossimo.
²¹Non desidererai la moglie del tuo prossimo. Non bramerai la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Le prescrizioni riunite in quest’ultima sezione hanno in comune di riguardare relazioni col prossimo: la loro formulazione negativa non deve nascondere ciò che qui è in gioco. La proibizione di questo o quel comportamento permette di ricavare uno spazio di libertà per il prossimo. L’omicidio, il furto, le false testimonianze sono l’espressione del desiderio, della cupidigia, della violenza che possono fare del prossimo uno schiavo. Così la libertà appare una delle poste maggiori dei due decaloghi, libertà e gratuità nelle relazioni tra Dio e Israele, libertà e gratuità fondate sulla memoria storica della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Libertà e gratuità non soltanto nelle relazioni tra l’uomo e Dio, ma anche nelle relazioni sociali: nei decaloghi, la relazione con Dio non procede senza la relazione col prossimo. I decaloghi raggruppano dunque prescrizioni che toccano sia il campo del culto sia quello dell’etica sociale in funzione di una medesima prospettiva: la liberazione offerta da Dio al suo popolo.

Perché due decaloghi?

I due decaloghi sono testi la cui composizione, nella loro forma attuale, può essere riferita al periodo postesilico. Essi attengono a due teologie diverse, sacerdotale in Es 20 e deuteronomista in Dt 5. L’esistenza di questi due decaloghi riflette la diversità delle opzioni teologiche, al momento del ritorno dall’esilio, in Giudea. Solo una minoranza ha conosciuto l’esilio a Babilonia. La politica di libertà religiosa condotta dal sovrano persiano Ciro a partire dal 538 a.C., e poi dai suoi successori, permette il ritorno degli esiliati e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme (cf Esd 1,2-4; 5,11-17; 6,3-5). La lettura dei libri di Esdra e Neemia mostra anche come l’autorità persiana conceda un diritto particolare alle sue minoranze religiose (cf Esd 7,14.26). La composizione di questa legislazione propria dei Giudei porta alla formazione del Pentateuco, della Torà. È in questo testo che si esprimono l’identità e la specificità – giuridica e teologica – del popolo d’Israele, ravvisata in modo diverso dai circoli sacerdotali e dai gruppi «laici» deuteronomisti: mentre la fonte sacerdotale fonda l’identità di Israele sul culto celebrato al Tempio di Gerusalemme dai sacerdoti, è nella storia comune del popolo che gli autori deuteronomisti radicano la sua identità. La riflessione degli autori sacerdotali sfocia nella composizione del tetrateuco, mentre gli autori deuteronomisti pervengono alla redazione del Deuteronomio. Questi due insiemi letterari si fusero poi per formare la Torà.

La presenza, nel tetrateuco come nel Deuteronomio, di un medesimo testo legislativo – escluse le poche divergenze che abbiamo sottolineato – contribuisce a rendere manifesta l’unità della Torà, al di là dei diversi approcci teologici che vi si esprimono, il Decalogo, preambolo legislativo che precede, nel tetrateuco, il codice dell’Alleanza e le leggi sacerdotali e che precede, nel Deuteronomio, il codice deuteronomista, serve a dare lo spirito delle leggi, e a proporne delle chiavi di interpretazione. A questo proposito, si possono avanzare due osservazioni principali:

  • In entrambi i testi, Dio è rappresentato come quello che prende l’iniziativa della relazione che lo lega ad Israele, liberando il popolo dalla schiavitù: l’obbedienza alle leggi appare come la risposta che Dio si attende da parte di Israele. Israele è invitato a esprimere la sua fede rispettando le leggi.
  • La relazione con Dio e la relazione col prossimo sono inseparabili l’una dall’altra: la dimensione cultuale della relazione con Dio non può essere separata dalla sua dimensione etica.

Così, nel momento in cui Israele completa la redazione della Torà, il Decalogo è inserito nel cuore del racconto dell’Alleanza nel libro dell’Esodo, e come preambolo al codice legislativo del Deuteronomio: esso fornisce una chiave comune per interpretare i codici e le leggi così diverse, risalenti ad epoche differenti, che gli fanno seguito. Esso manifesta l’unità del popolo d’Israele, riunito dalla stessa fede nell’unico Signore. Esso dice, al ritorno dall’esilio, l’identità del popolo ebraico costretto a coabitare in Giudea con altre nazioni, a stare accanto ad altre religioni.

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