Prima alcune parole sul personaggio Lot. Egli è il figlio primogenito di Aran, fratello di Abram, che muore subito dopo la nascita del figlio (cfr. Gn 11,27-28). Abram quando è uscito da Carran ha portato con sé il nipote, non è chiaro il motivo della sua scelta, è comunque certo che quando è giunto nel paese di Canaan e lo ha attraversato tutto per tutto questo tempo non ha avuto un figlio, eppure Yhwh gli aveva promesso che sarebbe diventato «una grande nazione» (cfr. Gn 12,2), promessa poi ribadita in Canaan: «Alla tua discendenza darò questo paese» (Gn 12,7). Yhwh non ha precisato le modalità con cui realizzerà queste sue parole, quindi Lot può diventare un’opzione possibile: orfano di padre, potrebbe essere «adottato» da Abram, uomo senza un figlio, e diventare così il suo erede. Forse per questo Abram se l’è preso con sé? Il racconto della separazione escluderà proprio questa soluzione e ciò non avverrà senza conseguenze per Abram (c. 13).

Dopo il ritorno dall’Egitto: Gen 13,1-5

I versetti iniziali del capitolo 13 hanno il carattere dell’esposizione e due sono i tratti della narrazione: Abram fa a ritroso la strada dall’Egitto al Neghev a Betel; rispetto a come era «sceso» ritorna molto ricco. Ecco il testo:

13,1E Abram salì dall’Egitto, lui e sua moglie e tutto quello che [era] suo e Lot con lui, verso il Negheb. 2Ora Abram era molto ricco in armento, argento e oro. 3E andò, nei suoi spostamenti, dal Negheb (e) fino a Betel, fino al luogo dove era stata la sua tenda nel principio, fra Betel e Ai, 4nel luogo dell’altare che aveva fatto là prima, e invocò la Abram il nome di YHWH. 5E anche Lot che andava con Abram aveva bestiame minuto e grosso, e tende.

Il narratore non solo ricorda che Abram sale dall’Egitto al Neghev ma precisa pure che ritorna al luogo dove in precedenza aveva piantato la tenda, tra Betel (= «casa di Dio») e Ai (= «rovina»), ed eretto un altare ad Yhwh, continua mostrando Abram che invoca il nome di Yhwh. Il parallelo con i 8-9 del capitolo dodicesimo è molto stretto:

12,8e piantò la sua tenda tra Betel verso il mare ed Ai verso oriente;
e costruì là un altare a Yhwh
E invocò il nome di Yhwh
E Abram si spostò, a poco a poco si spostò verso il Negheb.

13,3E andò, nei suoi spostamenti, dal Negheb (e) fino a Betel,
fino al luogo dove era stata la sua tenda NEL PRINCIPIO, fra Betel e Ai,
nel luogo dell’altare che fece là PRIMA.
E Abramo invocò il nome di Yhwh.

Le annotazioni topografiche sono pressochè indentiche mentre si sottolinea la particolare relazione fra Abram e Yhwh. Si tratta dello stesso luogo (cfr. i due rimandi «nel principio» e «prima») fra Betel, «casa di Dio» ed Ai, «rovina», in cui, senza beneficare dell’apparizione come a Sichem, il patriarca, prendendo l’iniziativa, edifica un altare e invoca il nome di Yhwh, facendo in questo modo la scelta del Dio della benedizione.

Queste indicazioni topografiche sono tutto sommato imprecise se si volesse individuare il luogo esatto in cui avverrà il dramma. Hanno, invece, la funzione di collocare il lettore, quando Abramo e Lot alzeranno lo sguardo, al centro del paese di Canaan (cfr. vv. 10 e 14). Sono un bellissimo esempio del punto di vista1. Inoltre assolvono ad una preoccupazione realistica, concreta: benché non si muovano, i personaggi sono localizzati, domiciliati.

Un ulteriore dato di lettura è dettato dal legame con quanto successo in Egitto (Gn 12,10-20), dove Abram non si è mostrato del tutto coerente con le sue scelte precedenti: entrare in un percorso di spogliazione lasciando la casa di suo padre e rispondere all’impegno e alle promesse di Dio, riconoscendo la sua presenza al suo fianco e rendendogli un culto. Ciò che fa ora Abram è dettato dalla volontà di cancellare quanto successo nel paese dei faraoni e di tornare a una forma di fedeltà a Yhwh (cfr. post precedenti)2. Questa lettura è confermata anche dal verbo «invocare» che non è solo un richiamo a quanto fatto da Abram in precedenza, ma la ripresa del soggetto («E invocò là Abram il nome di Yhwh», v. 4) sottolinea una nuova volontà di essere fedele a Yhwh3.

Altra informazione dell’esposizione è che Abram «era pesante in bestiame, argento e oro» (v. 2), così Lot: «Anche Lot, che accompagnava Abram, aveva greggi e armenti e tende» (v. 5). Abram è descritto così attraverso la sua ricchezza, il racconto ha già indicato come acquisita a Carran (cfr. 12,5) e, ovviamente, in Egitto (cfr. 12,16). L’aggettivo usato è kāḇēd (= essere pesante), quindi la proposizione del v. 2 non solo insiste sui beni che risultano dall’accumulo dei tre complementi, ma anche sul peso, ossia sull’importanza che questa ricchezza – non sempre onesta – assicura ad Abram. Il patriarca non è il solo ad essere ricco, c’è anche Lot, il nipote. L’insistenza iniziale sul «e anche Lot» (wegam…) determina un legame con ciò che viene detto della ricchezza di Abram anche se c’è da notare una differenza: Abram possiede in più «oro e argento». Tutta questa ricchezza sarà la causa della crisi seguente.

Conflitto e risoluzione

Dopo l’esposizione il racconto di quanto succede tra zio e nipote prende l’avvio. Di seguito riporto una traduzione letterale.

6E non sostenne loro il paese che abitassero insieme, perché i loro beni erano grandi, e non potevano abitare insieme. 7E vi fu contesa fra i pastori dell’armento di Abram e i pastori dell’armento di Lot – il cananeo e il perizzita abitavano allora nel paese. 8E Abram disse a Lot: «Ti prego, non vi sia conflitto fra me e te, e fra i miei pastori e i tuoi pastori, perché siamo uomini fratelli. 9Tutto il paese non è forse davanti a te? Ti prego, sepàrati da me: se [tu prendi] la sinistra, io andrò a destra, e se [prenderai] la destra, io andrò a sinistra».

La tensione sale quando il narratore constata che i due protagonisti ricchi di bestiame non possono coabitare in un territorio diventato ristretto. Oramai problematica non è la coabitazione tra zio e nipote ma tra i due rispettivi gruppi, come ben evidenzia la ripetizione letterale al v. 6 «abitare insieme» (lāšeḇet yaḥdāw). Il conflitto che scoppia tra i pastori dei due gruppi mostra chiaramente la difficoltà: le risorse sono insufficienti per tutti (v. 6a). La fonte della disputa investe direttamente la bramosia di avere tutte  le risorse per il proprio clan familiare.

Il conflitto inizia dal bassa e sale fino ai responsabili dei due gruppi. Abram, però, non lo lascia inasprire ed affronta direttamente Lot. Le sue parole indicano che ha ben colto la difficoltà di cui la contesa è sintomo, ossia l’impossibilità di continuare a vivere insieme (cfr. v. 6). Ciò che è interessante è il taglio che il patriarca dà alle sue parole, rivolte ora alla seconda persona che ha preso con sé lasciando Carran (cfr. 12,5). C’è una certa somiglianza tra il discorso che Abram fa a Lot e quello che ha fatto a Sarai in Egitto (cfr. 12,11-13).  Abram descrive brevemente un problema che desidera evitare, propone al suo interlocutore di agire in modo da risolverlo, indicando nel qual tempo le ragioni del suo intervento. Tra i due discorsi ci sono anche dei chiari contatti formali: l’esposizione del problema e la proposta di soluzione sono introdotte dalla particella precativa nāʾ, «ti prego»; così Abram si qualifica come colui che avanza una richiesta. Questi elementi comuni spingono a indagare i rapporti tra i due discorsi (cfr. il post precedente).

Come con la moglie Sarai in Egitto, Abram prende la parola per evitare un pericolo, con la differenza che qui il pericolo che percepisce è reale, perché è già in atto un conflitto tra i pastori. Si rivolge a Lot allo scopo di evitare che questa discordia (merîbâ) non degeneri in conflitto (rîḇ) fra loro due (v. 8a), perché aggiunge, «uomini, fratelli, noi siamo». La costruzione della frase è enfatica. Infatti si tratta di una proposizione nominale marcata, dove il predicato sintattico, vale a dire l’elemento che è enfatizzato da colui che parla, è il sostantivo plurale «uomini» specificato dal termine di apposizione «fratelli». Come con Sarai, Abram evoca dei legami familiari per modificarli. Là, la moglie doveva presentarsi come una sorella, qui, il nipote diventa un fratello. Qui sta’ la differenza con l’episodio precedente: in Egitto, Abram cercava di strumentalizzare la moglie per proteggersi dal pericolo supposto; qui, parlando di fraternità, tratta il «figlio di suo fratello» (12,5) come un uguale. Lungi dall’usare la sua posizione superiore di “zio” a proprio vantaggio (cfr. 12,5) vi rinuncia piuttosto per instaurare una relazione da uomo a uomo («uomini … noi siamo»), una relazione appunto fraterna («fratelli noi siamo»). Abram desidera proteggere questo legame fraterno, consapevole del fatto che un conflitto lo metterebbe gravemente in pericolo se la violenza debordasse.

Strade diverse

La soluzione che Abram propone a Lot è la separazione. Può sembrare sorprendente ma essa evita il caos di una lotta fratricida e nello stesso tempo è un richiamo a Gen 1. Infatti nel primo capitolo della Bibbia Dio mediante la separazione ordina, superandolo, il caos iniziale, qui l’“essere fratelli” non precipita nel caos grazie alla separazione messa in atto dal patriarca. Interessante notare che, se il testo masoretico usa due verbi distinti – rispettivamente bādal per Gn 1 e pārad per Gn 13 –, la traduzione greca dei settanta ricorre ad un unico verbo diachōrizō (cfr. Gn 1,4.6.7.14.18 con Gn 13,9.11.14), mostrando così una continuità anche terminologica tra i due contesti. Nei due quadri narrativi di Gn 1 e Gn 13, la separazione non è percepita come idea negativa, ma come possibilità di sviluppare un ordine e di vivere in pace.

Questa “soluzione” sarà ripresa più volte nel libro della Genesi. Infatti quando la costruzione della fraternità – o di un altro legame del genere – è a rischio, è preferibile preservarne le possibilità mediante una separazione, piuttosto che rischiare di ripetere la storia di Caino e Abele. Esempi sono le storie di Esaù e Giacobbe, di Giuseppe e i suoi fratelli, la cui separazione durerà oltre vent’anni prima che le relazioni fraterne trovino una strada di reale fraternità. C’è nel testo un indizio che può indicare la positività della separazione. Esso è dettato dalla preposizione composta meʿal (min + ʿal) legata al verbo pārad, «separare». Il suo significato letterale è «di contro»: per mettere fine all’«opposizione» («contro» ʿal) è necessario mettere una distanza «da» … (min). Osserva con acume Alonso Schökel che Abramo stima la pace più di qualsiasi guadagno in perfetta sintonia con Pr 17,1: «Meglio un tozzo di pan secco in pace, che una casa piena di banchetti e di discordie»4.

Nonostante l’autorità di cui gode, Abramo lascia la scelta al nipote, Ambrogio la sintetizza lapidariamente: firmior dividat, infirmior eligat («il maggiore divida, il minore scelga»). Così agendo Abram afferma che la scelta di Lot sarà anche la sua e di conseguenza sacrifica il suo desiderio personale per far posto a quello dell’altro. Anche in questo c’è una differenza essenziale rispetto alla proposta che aveva fatto a Sarai prima di scendere in Egitto.

Vedendo in Lot non un concorrente ma un fratello, Abram si mostra senza cupidigia, senza desiderio di dominio, senza velleità di controllo. Il suo modo di comportarsi può essere sottoposto a una doppia interpretazione: è sintomo della paura di entrare in conflitto prima con lo straniero  (Egitto) e poi con un appartenente alla famiglia (Lot); oppure tradisce la volontà del patriarca di non lasciarsi più condizionare dalla cupidigia. Se questa seconda opzione interpretativa è valida, allora è il segno che egli ha capito il messaggio che, attraverso i colpi o piaghe, Yhwh aveva mandato anche a lui in Egitto (cfr. post precedente).

Tra il primo e il secondo discorso di Abram, rispettivamente rivolti a Sarai e a Lot, c’è più di un punto in comune, ciononostante sono ancor maggiori le differenze soprattuto di prospettiva. Nel secondo discorso egli rinuncia allo spirito di cupidigia che trasudava nelle sue prime parole. Messo a faccia a faccia di fronte a un pericolo reale, Abram considera l’altro come un soggetto uguale a lui, un fratello, e, lungi dal cercare il proprio vantaggio, gli lascia la precedenza, un gesto privo di cupidigia. La narrazione metterà ulteriormente in risalto questo comportamento mediante un potente contrasto con il modo in cui Lot reagisce alla proposta che gli viene fatta5.

Un’ultima implicazione delle parole di Abram nel contesto più ampio della narrazione è che egli, invitando Lot a separarsi e a scegliere, rinuncia alla pretesa di continuare a guidare il destino del nipote e a qualsiasi determinazione su di lui (cfr. 12,5). Mentre è ancora senza un figlio e la sterilità di Sarai non è cessata, allontana da sé la possibilità che questo nipote diventi per lui il figlio, attraverso il quale potrebbe prendere corpo e sostanza la promessa di una discendenza. La conseguenza di una tale scelta non si farà attendere molto (cfr. 15,2-3).

  1. Sulla funzione narrativa del punto di vista cf. J.P. Fokkelman, Come leggere un racconto biblico. Guida pratica alla narrativa biblica, Bologna 2002, 131-163; J.-L. Ska, «I nostri padri ci hanno raccontato». Introduzione all’analisi dei racconti dell’Antico Testamento, Bologna 2012, pp. 107-128; D. Marguerat – A. Wénin, Sapori del racconto biblico. Una nuova guida ai testi millenari, Bologna 2013, pp.139-163.
  2. Cfr. V.P. Hamilton, The Book of Genesis: Chapters 1–17 (NICOT), Eerdmans, Grand Rapids 1990 [Kindle edition], pos. 6936.
  3. Cfr. A. Wénin, Abramo e l’educazione divina. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. II. Gen 11,27 – 25,18. (Testi e commenti 30), EDB, Bologna 2017, p. 43.
  4. L. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello? Pagine di fraternità nel libro della Genesi (Biblioteca di cultura religiosa 50), Paideia, Brescia 1987, p. 80.
  5. La narrazione del ciclo di Abramo presenta molte giustapposizioni di personaggi. Su questo cfr.Y. Zakovitch, «Juxtaposition in the Abraham Cycle», in D.P. Wright – D.N. Freedman – A. Hurvitz (eds.), Pomegranates and Golden Bells. Studies in Biblical, Jewish and Near Eastern Ritual, Law and Literature in Honor of Jacob Milgrom, Eisenbrauns, Winona Lake (IN) 1995 , 509-524.

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