La storia del personaggio Gedeone è raccontata nel libro dei Giudici (Gdc 6-9) che fa parte di quel complesso di libri dell’Antico Testamento chiamati libri storici perché narrano la storia del popolo di Israele dal suo insediamento nella terra di Canaan, la terra professa, fino all’esilio babilonese (597 a.C.). Il nostro libro copre il periodo storico che va grosso modo dalla morte di Giosuè alla vigilia della consacrazione del primo re di Israele, Saul (dal 1200 al 1020 a.C.).

In quel tempo

Il tempo dei Giudici fu caratterizzato da una autarchia tribale: ogni tribù era autonoma e non esisteva uno stato centralizzato. Questo produsse una endemica debolezza delle singole entità tribali che spesso erano sotto attacco da parte dei popoli vicini. Il libro ci rimanda una visione schematizzata e teologicamente orientata del periodo in questione: ogni volta che gli Israeliti abbandonavano il Signore per servire dèi stranieri, Dio li consegnava nelle mani di un popolo nemico (Cananei, Filistei, Moabiti, Ammoniti, Aramei), finché nella situazione di sventura tornavano pentiti al Signore, il quale procurava loro la salvezza tramite la figura di un giudice o salvatore.

Il termine ebraico šôfēṭ «giudice»1 esprime un’idea un po’ diversa da quella che noi abbiamo: era un eroe o un capo carismatico, chiamato da Dio, che interveniva nelle diverse situazioni soprattutto per liberare Israele dai nemici esterni.

Nel libro dei Giudici si raccontano le storie di dodici personaggi (come le tribù). Si distinguono poi in base alla quantità delle notizie riferite dalla Bibbia in sei giudici maggiori e sei giudici minori. I cosiddetti sei giudici maggiori sono eroi di guerra di singole tribù, mentre i cosiddetti giudici minori hanno esercitato la propria carica in periodo di pace, impegnati non solo nell’amministrazione della giustizia, ma anche nella gestione degli affari civili, un’attività che ha creato le premesse per lo sviluppo della monarchia.

Il giudice Gedeone

Nella serie dei dodici giudici, Gedeone, figlio di Ioas, è al quinto posto, ma come eroe guerriero è collocato al primo. Era originario di Ofra, località che si ipotizza essere a 15 chilometri a est di Samaria, nel territorio della tribù di Manasse. Il suo «sorgere» – così si esprime la Bibbia – fu conseguente alla penetrazione nella fertile terra palestinese, attraverso il Giordano, di tribù nomadi provenienti coi loro cammelli dal deserto sud-orientale.

Nel libro dei Giudici è registrata la più antica notizia letteraria di tribù nomadi guerriere che cavalcano cammelli. Queste “razzie” (dall’arabo razwa, «scorreria, assalto improvviso», riferito in particolare ai beduini) erano diventate possibili grazie all’addomesticamento dei cammelli, o meglio dei dromedari, verso la fine del secondo millennio a.C., ossia al tempo dei Giudici. Con questa «nave del deserto» era possibile attraversare ampie zone prive d’acqua, un’invenzione che ben presto avrebbe fatto soffrire non poco gli Israeliti. I Madianiti possedevano cammelli «senza numero, come la sabbia sulla riva del mare» (Gdc 7,12), coi quali assalivano e depredavano Israele.

«Si accampavano nei territori degli Israeliti, distruggevano tutti i prodotti del paese fino all’ingresso di Gaza. Non lasciavano in Israele mezzi di sussistenza: né pecore, né buoi, né asini. Poiché venivano con i loro armenti e le loro tende e arrivavano numerosi come le cavallette» (Gdc 6,4s.).

Nulla potevano gli Israeliti contro tanta potenza e si vedevano ridotti sempre più in miseria. Ogni volta che i predoni spuntavano dal deserto, gli Israeliti si rifugiavano terrorizzati negli anfratti e nelle caverne dei monti, quasi paralizzati dalla paura. Così racconta il libro dei Giudici, e come fa risalire l’oppressione alla colpa d’Israele, così attribuisce la liberazione esclusivamente alla misericordia e potenza del Signore.

La chiamata

Questo lo conferma la scelta che Dio fa di un giovane del tutto insignificante e senza potere, per sconfiggere Madian. Il suo nome è Gedeone. A questo scopo un angelo del Signore appare a Gedeone mentre sta trebbiando – e la situazione non è certo casuale – a significare che nonostante la sua paura doveva continuare a trebbiare il grano. Infatti, come tutti gli altri, anche Gedeone aveva terrore dei Madianiti, tanto che trebbiava non sull’aia ben visibile, ma di nascosto nella cantina del vigneto, perché i Madianiti non lo vedessero e derubassero. Quando l’angelo del Signore lo salutò interpellandolo come «uomo forte e valoroso» e gli diede l’incarico di liberare Israele dal giogo di Madian, Gedeone non comprese nulla di questa scelta e obiettò che la sua famiglia era la più debole in Manasse ed egli era il più giovane nella casa di suo padre.

«Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti», scriverà Paolo nella sua prima lettera ai Corinti (1,27-29). Prima di combattere contro i Madianiti, però, Gedeone dovette scontrarsi con Jahve, perché emergesse con chiarezza che dalla debita adorazione del Signore dipende la prosperità o la condanna d’Israele. Così, dietro ordine di Dio, aveva distrutto l’altare di Baal in Ofra, le stele cultuali (ebr. Asera, un simbolo dell’albero sacro), e aveva trasformato questi luoghi di culto pagani in santuari del Signore. Poi davanti ai concittadini infuriati e decisi a ucciderlo per questo, il padre Ioas osservò ironicamente che Baal, se era davvero dio, sarebbe dovuto essere in grado di combattere per se stesso. Per questo Gedeone fu chiamato anche Ierub-baal, «Baal difenda la sua causa contro di lui».

Un eroe suo malgrado

Investito dello spirito del Signore Gedeone/Ierub-baal mobilitò tutta Manasse e altre tribù per combattere contro i Madianiti che si erano appena accampati nella pianura di Iezreel.

Come aveva fatto in precedenza Mosè, Gedeone di fronte all’invio di Dio obiettò e chiese un segno. Come prova della verità che il Signore li concederà la vittoria sui Madianiti, stese della lana appena tosata e chiese che il mattino seguente la lana fosse totalmente bagnata dalla rugiada mentre il terreno attorno restasse asciutto. Così avvenne all’indomani. Non soddisfatto fece la controprova: chiese, sempre per il giorno dopo, che il terreno all’intorno fosse bagnato mentre la lana restasse asciutta. Anche questa volta venne esaudito.

Convinto e incoraggiato da questo segno, Gedeone con 32.000 uomini mosse contro i Madianiti e si accampò a sud di loro, presso la fonte di Carod, dalla parte nord-occidentale del monte Gelboe, palesemente per tagliare la strada al nemico che si era spinto all’interno della pianura di Iezreel. Se in precedenza Gedeone aveva messo alla prova Dio, fu quest’ultimo che mise alla prova il suo eletto: perché Israele non attribuisse a sé e alla propria potenza la vittoria, ma a Dio, Gedeone dovrà ridurre drasticamente la sua truppa fino al numero di 300 soldati. Fatto questo con uno stratagemma, Gedeone durante la notte si insinuò nell’accampamento di Madian, e sentì che uno di loro raccontava ad un altro di aver visto in sogno una pagnotta d’orzo rotolare nell’accampamento di Madian, urtare una tenda e abbatterla. Il Giudice lesse questo come un altro segno della vittoria e un indizio che era giunto il tempo di attaccare.

Nella stessa notte con i suoi 300 uomini accerchiò l’accampamento nemico. I suoi soldati si misero a soffiare nei corni d’ariete e ad agitare fiaccole. I Madianiti pensarono ad un attacco improvviso; lo sgomento e la confusione fu tale che alcuni si uccisero tra loro e altri si diedero con panico alla fuga. Gedeone li inseguì fino al Giordano, dove gli Efraimiti catturarono i principi madianiti Oreb e Seeb e li uccisero. In tutto furono 120.000 i Madianiti caduti. Sebach e Zalmunna però, i re di Madian, che avevano cercato di conquistare la «terra di Dio», erano scappati oltre il Giordano. Gedeone gli si mise alle calcagna e, nonostante il rifiuto delle città transgiordane di Succot e Penuel di fornire provvigioni alle sue truppe esauste, li inseguì finché li prese e li uccise (cf. Sal 83,12s.).

Quando, infine, gli Israeliti entusiasti vollero farlo re, egli – nell’umile consapevolezza del fatto che questa vittoria non era dovuta a lui – rifiutò tale dignità, auspicando che Dio fosse il loro re.

Purtroppo sarà lui stesso a minare la fedeltà di Israele a Dio perché, dopo la vittoria sui Madianiti, forgiò con i pendenti e gli anello d’oro saccheggiati un efod, una statua cultuale (come un tempo Argonne aveva costruito il vitello d’oro). Questo divenne un’ulteriore occasione di idolatria.

Un giorno memorabile

Con la vittoria sui Madianiti Israele si era liberato da un peso enorme, e di ciò fu conservata memoria per lungo tempo, come attesta l’espressione «il giorno di Madian». In Isaia 9,3 si dice ad esempio: «Poiché il giogo che gli pesava, e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato, come nel giorno di Madian». È questo un passo ben noto, perché è parte della prima lettura liturgica (Is 9,1-3.5-6) nella messa natalizia di mezzanotte. Il brano infatti prosegue (v. 5): «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Poiché la cristianità vede in questo bambino il Cristo, il «giorno di Madian» è anche per noi un’espressione tipica per indicare il Dio che ci libera da ogni necessità e oppressione.

Pur rifiutando la corona offertagli, tuttavia, godette di una posizione regale, come padrone di un harem e padre di 70 figli, i quali tutti però sarebbero stati eliminati dal loro fratello Abimelech, aspirante a diventare re (cf. Gdc 9,1-6). Questo perché Gedeone aveva fornito agli Israeliti una nuova occasione di idolatria, forgiando con i pendenti e gli anelli d’oro sottratti ai Madianiti un efod, una statua cultuale (come un tempo Aronne aveva costruito il vitello d’oro).

I fatti narrati qui non sono per noi verificabili in dettaglio. Si riscontrano in effetti dei doppioni: una volta l’eroe del racconto si chiama Gedeone, l’altra Ierub-Baal; una volta vengono uccisi due principi madianiti, Oreb e Seeb, nella valle del Giordano, l’altra due re madia- niti, Sebach e Zalumna, nella Transgiordania. Per tali ragioni l’esegesi storico-critica ipotizza che nella storia di Gedeone di Gdc 6-8 siano confluite due diverse tradizioni con i rispettivi episodi. Certamente, lo scontro d’Israele con Madian fu ben più complesso e lungo di quanto dicano queste pagine bibliche, che concentrano tutto attorno a un personaggio e a una battaglia. La rilevanza storica di questi eventi stava nel fatto che la migrazione di gruppi beduini in Israele, che aveva avuto luogo più volte nel corso dei secoli, e alla quale avevano preso parte anche alcuni antenati delle tribù israelitiche, ora era stata definitivamente bloccata.

Con la vittoria sui Madianiti Israele si era liberato da un peso enorme, e di ciò fu conservata memoria per lungo tempo, come attesta l’espressione «il giorno di Madian». In Isaia (9,3) si dice ad esempio: «Poiché il giogo che gli pesava, e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato, come nel giorno di Madian». È questo un passo ben noto, perché è parte della prima lettura liturgica (Is 9,1-3.5-6) nella messa natalizia di mezzanotte. Il brano infatti prosegue (v. 5): «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». Poiché la cristianità vede in questo bambino il Cristo, il «giorno di Madian» è anche per noi un’espressione tipica per indicare il Dio che ci libera da ogni necessità e oppressione.

  1. Il termine è il participio maschile singolare qal del verbo šāfaṭ «giudicare».

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