Il libo dei giudici si occupa del periodo che va dalla morte di Giosuè alla istituzione della monarchia in Israele (1200-1025 a.C.) e presenta fatti staccati e particolarmente importanti relativi a dodici “giudici” di cui sei appena ricordati. I “giudici” erano capi militari e politici che Dio suscitò in quel periodo per risolvere le crisi che il popolo di Israele viveva venendo a contatto con le popolazioni indigene e idolatre al momento del suo insediamento in Palestina.

Le storie sono narrate secondo un preciso modello letterario e teologico:

  • “Israele pecca contro Dio”.
  • “Dio lo consegna nelle mani dei suoi nemici”.
  • “Gli israeliti piangono”.
  • “Dio manda un “giudice” a salvarli e liberarli”.
  • “La terra ha pace per un periodo più o meno lungo (di solito 40 anni)”.

Lo scopo è quello di insegnare che le crisi e le difficoltà di Israele trovano il loro fondamento nella sua infedeltà a Dio, quando cede alle suggestioni dell’idolatria. Da queste crisi solo Dio, che ha pietà delle sofferenze del popolo, potrà liberarlo (Gdc 2,11-19).
Debora è l’unica donna detta “giudice” ed agisce nel senso moderno del termine risolvendo le dispute che sorgevano tra il popolo. La Bibbia ricorda anche il luogo dove emetteva le sue sentenze: sotto la “palma di Debora tra Rama e Betel, sulle montagne di Efraim” (4,5). A Debora si affianca Giaele, un’altra eroina del libro, che ucciderà Sisara, capo dell’esercito nemico.

La storia è ripetuta nei capitoli 4 e 5, nel primo in forma narrativa, nel secondo in forma poetica, dove la poesia raggiunge il suo apice nel “canto di Debora” che probabilmente, secondo l’opinione comune degli studiosi, è la più antica composizione della Bibbia.

Il racconto (Gdc 4)

Nei versetti 4,4-5 Debora, che significa ape, è brevemente presentata: “Debora, donna profetessa, moglie a (di) Lappidot giudicava Israele in quel tempo”. Nell’AT il titolo di profetessa è attribuito assai di rado alle donne (Es 15,20; 2 Re 22,14; 2 Cr 34,2; Ne 6,14; Is 8,3; Lc 2,36). In questo caso il suo significato è probabilmente vicino a quello di veggente. Il narratore la ritrae seduta sotto la palma dove esercita il giudizio tra le parti in causa: “Gli israeliti venivano a lei per le vertenze giudiziarie” (4,5). Un ruolo di grande importanza per una donna a quel tempo, ma non estraneo alle culture semitiche che hanno avuto delle donne veggenti o che amministravano la giustizia.
Quando il ciclo negativo di peccato e di sofferenza ri-inizia:

Eud era morto e gli Israeliti tornarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore. Il Signore li mise nelle mani di Iabin re di Canaan, regnava in Azor.

Debora chiama Barak (4,6) al quale trasmette gli ordini e la strategia del Signore, che è il protagonista della battaglia e della vittoria. Egli deve radunare diecimila uomini delle tribù di Neftali e di Zabulon e marciare verso il Tabor, dove metterà nelle sue mani, al torrente di Kison, Sisara, generale di Iabin, con i suoi carri e le sue truppe (4,7). Barak accetta a condizione che Debora lo accompagni. La profetessa acconsente mentre gli preannuncia che la gloria della cattura di Sisara non sarà sua, ma di una donna (Giaele).

 In tutta la vicenda Debora si rivela una donna forte, risoluta, coraggiosa e piena di spirito di iniziativa. Va con Barak fino a Kades, ove avviene la convocazione dei diecimila soldati delle tribù di Zabulon e Neftali (4,10). Sale al Tabor dove incoraggia Barak prima dell’inizio della battaglia con queste parole: “Alzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sisara nelle tue mani. Il Signore non esce forse in campo davanti a te?” (4,14). Debora, profetessa-veggente, anima la battaglia e assicura la vittoria che sarà opera di Dio. Nelle parole di Debora riecheggia un’antica immagine di Dio come guerriero ed eroe in battaglia, Signore degli eserciti (Yhwh seba’ôt).

 La battaglia è descritta brevemente con pochi tratti che offrono al lettore la chiave per interpretare la vittoria: essa è opera del Signore (4,15.16) che “umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti” (4,23).

Nel frattempo un’altra donna, Giaele, era impegnata a distruggere Sisara, il generale dell’esercito nemico (4,17-22). Giaele è moglie di Eber il kenita. Sisara in fuga si rifugia nella sua tenda “perché vi era pace tra Iabin, re di Azor e la casa di Eber il kenita” (4,17). La donna gli esce incontro, gli parla in modo accattivante e lo invita a non temere (4,18). Sisara non replica, non chiede spiegazioni, ma subito entra (4,18c) e Giaele lo nasconde sotto la coperta. Alla richiesta di un po’ d’acqua, Giaele si mostra più che ospitale e gli offre il latte, facendolo bere dall’otre. La donna manifesta ancora una volta tutta la sua premura ricoprendo Sisara (4,19).

Non appena Sisara cade nel sonno profondo Giaele lo uccide (4,20-21). La descrizione è sobria ma allo stesso tempo sottolinea come l’azione non fu frutto di un piano premeditato, ma effetto di un impulso repentino. Ciò è confermato dal fatto che ella non usa un’arma convenzionale (spada, lancia ecc.) ma un piolo della tenda che si trovava a portata di mano e un martello, probabilmente di legno, adoperato dai beduini per fissare la tenda a terra.

La trasformazione di Giaele da donna pacifica ed ospitale a donna risoluta, forte e coraggiosa è sottolineato dalle parole con cui si rivolge a Barak: senza preamboli e dolci allettamenti gli dice in modo franco e schietto: “Vieni e ti mostrerò l’uomo che cerchi”.

Il canto di Debora

La storia è ripresa nel canto poetico di Debora, che sicuramente ha preceduto il racconto in prosa e lo ha ispirato. La sua composizione risale probabilmente al tempo stesso degli avvenimenti, fu tramandato oralmente e in seguito posto per iscritto.

Nel versetto 5,1 Debora è presentata come l’autrice del canto, insieme a Barak, che con grande probabilità è stato aggiunto successivamente.

Nel versetto 7, all’interno della descrizione dello “stato di miseria durante l’oppressione” (5,6-8), Debora è presentata come “madre d’Israele” (lett. madre in Israele), titolo di rispetto e di merito per una donna che si è impegnata per la giustizia e per la difesa del suo popolo.

Debora “sorge” quando tutto era stravolto e le condizioni del popolo erano disastrose: non c’era sicurezza per i viandanti (5,6); regnava l’anarchia (5,7) e l’idolatria era diffusa (5,8).

Segue l’incitamento ai comandanti d’Israele ed l’invito ai volontari tra il popolo a proclamare la vittoria del Signore (9-11). Debora stessa è invitata a cantare in 5,12 mentre Barak è incitato a catturare i prigionieri. Seguono i preparativi per la battaglia (13-18), mentre vengono elogiate le tribù partecipanti è schernite quelle che esitano alla battaglia: una battaglia cui ha partecipato perfino il cosmo con le stelle e il torrente Kison (19-22).

A questo punto il canto si apre in una benedizione di Giale (24-26) quasi a smussare la maledizione sugli abitanti di Meroz che non sono intervenuti “in aiuto del Signore” (4,23).
Giaele, moglie di Eber il Kenita (5,24a), è una “donna della tenda”, cioè una beduina (5,24b), e come tale è ospitale (5,25). È benedetta fra le donne, anzi la più benedetta delle donne (5,24 due volte). La sua offerta di latte acido (yogurt forse?) è segno di massima considerazione per l’ospite; ciò è sottolineato poi perché lo offre non in una coppa normale ma in una coppa da principi.

Il testo biblico ha un cambiamento brusco tra il versetti 25-26 quasi a denotare un cambio nella personalità di Giaele che stende la mano al picchetto e la destra ad un martello, non armi convenzionali ma utensili quotidiani per un beduino. Con essi trafigge Sisara che “si contorse, cadde e giacque” ai suoi piedi (5,27).

L’uccisione di un uomo già fisicamente provato, per giunta ospite, può essere moralmente riprovevole, ma non è questo il centro del racconto e del brano poetico. Giaele realizza la profezia di Debora: “Il Signore metterà Sisara nelle mani di una donna” (4,9). È quindi Dio che vince, per mano dell’eroina Giaele una donna pacifica, il nemico di Israele e non Barak con tutto il suo esercito. È Dio che libera il popolo e lo fa non con l’apporto dell’esercito e del suo generale, ma con le mani di una donna trasformata.

Nel libro dei Giudici Debora, profetessa e giudice, e Giaele, l’eroina, sono due donne forti, energiche, coraggiose, intraprendenti, ma anche modelli di fede e di disponibilità totale nelle mani di Dio, strumenti della sua volontà di salvezza e del dono della terra al suo popolo. Infatti dopo questi racconti il narratore annota: “Poi il paese ebbe pace per quarant’anni” (Gdc 5,31c).

COMMENTA

Please enter your comment!
Please enter your name here