Il racconto del Battesimo di Marco è molto breve quasi scarno rispetto agli altri due sinottici, Matteo e Luca. Esso si sostanzia di due pannelli scenici:

  1. L’immersione nel Giordano (v. 9).
  2. La teofania, cioè la manifestazione divina (vv. 10-11).

Vediamoli nel dettaglio.

L’immersione nel Giordano

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni (v. 9).

Mentre Marco riferisce semplicemente il fatto che Gesù fu battezzato nel Giordano da Giovanni, Matteo e Luca inseriscono delle aggiunte, quasi provassero disagio a riferire dell’immersione nel Giordano di Gesù. Infatti, Matteo introduce un lungo dialogo tra Giovanni e Gesù (Mt 3,14-15) e Luca pone l’arresto di Giovanni prima del racconto, così da togliere il legame tra battesimo e battezzatore (Lc 3,20).

Il disagio scaturisce dal significato che ha il battesimo amministrato da Giovanni:

E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati» (Mc 1,5).

Contrariamente a Matteo e Luca, l’evangelista Marco non teme di aprire il proprio vangelo ponendo Gesù tra la folla accorsa da Giovanni perché cosciente del proprio peccato.

In un vangelo segnato fin dall’inizio dalla realtà della croce (Mc 3,6), l’immersione nel Giordano è interpretata come segno della comunione di Gesù con un’umanità bisognosa di salvezza, come Io svuotarsi del Figlio di Dio in un cammino di “discesa”, di spogliazione, che culminerà sul Calvario (Fil 2,6-11).

La croce non è un’improvvisata

Leggendo il Vangelo di Marco tutto d’un fiato si ha subito la sensazione che la croce non appaia all’improvviso sul cammino del lettore. Spinto dallo Spirito nel deserto, Gesù vive l’esperienza di essere tentato da Satana (1,13). Contrariamente a Matteo (4,1-11) e Luca (4,1-13), il lettore non viene informato sul genere di tentazione: capirà in seguito, quando riconoscerà il volto di Satana in una pluralità di volti, in tutti coloro che vogliono distogliere il Messia dal suo cammino verso Gerusalemme (cf. Mc 8,33).

Inoltre da Mc 2,20 il lettore rimane in attesa del momento in cui «lo sposo sarà loro tolto». Per tre volte ascolta Gesù annunciare ai discepoli la sua passione, morte e risurrezione (cf. Mc 8,31; 9,31; 10,33-34), chiamandoli a condividere il proprio destino (cf. Mc 8,34; 9,35; 10,42-45). L’ombra della morte accompagna tutto il ministero di Gesù. Mentre percorre le strade della palestina – sanando, liberando e rivelando l’amore misericordioso del Padre – farisei ed erodiani tramano contro di lui per farlo morire (Mc 3,6); i suoi compaesani non lo comprendono (Mc 6,6a) ed i suoi discepoli non riescono a sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda (cf. Mc 8,17-21; 9,32; 10,32). Attorno a Gesù si crea il vuoto e il Messia percorre la sua strada in una solitudine sempre più dolorosa.

Dopo l’entrata festosa in Gerusalemme, il conflitto intenso con le autorità nel tempio segna la rottura definitiva e sancisce l’inizio della passione (Mc 11,27-12,40). Durante i processi davanti al sommo sacerdote e Pilato, l’auto-proclamazione della sua identità di Messia e Figlio di Dio (Mc 14,62; 15,2) contrasta con la sua situazione di uomo condannato a morte (Mc 15,16-19). Contemplando infine l’icona della croce, Marco guida il proprio lettore a comprendere la totale spogliazione di Gesù, strutturando il racconto secondo un ritmo orario che scandisce un processo di spogliazione da ogni forma di solidarietà:

  • L’ora terza: spogliazione dalla solidarietà con gli uomini (Mc 15,25-32).
  • L’ora sesta: spogliazione dalla solidarietà con la creazione (Mc 15,33).
  • L’ora nona: spogliazione dalla solidarietà con il Padre (Mc 15,34-37).

L’immersione nel Giordano segna dunque per Marco il primo passo nel cammino di totale incarnazione, che avrà il suo culmine nella morte in croce: dolore e morte renderanno il Figlio di Dio totalmente figlio dell’uomo.

Maestro di Francoforte, Trittico del Battesimo di Gesù. Barcelona, Museu Nacional d’Art de Catalunya

La teofania (vv. 10-11)

E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (vv. 10-11).

Il disagio manifestato da Matteo e Luca nel narrare il battesimo di Gesù, li conduce a sottolineare maggiormente l’aspetto della manifestazione divina. Per esempio, la discesa dello Spirito, narrata da Marco come un’esperienza personale di Gesù, diviene in Luca e in Matteo un’esperienza oggettiva, addirittura “corporea” (Lc 3,22), mentre la Voce diventa portatrice di un annuncio rivolto a tutti i presenti (Mt 3,17).

Marco lega saldamente l’esperienza della manifestazione divina con l’immersione grazie all’avverbio «subito» (euthús). L’esperienza della totale comunione con un popolo bisognoso di salvezza crea l’habitat dove il Padre si rende manifesto nella vita di Gesù attraverso tre segni: l’apertura dei cieli, la discesa dello Spirito, la voce.

L’apertura dei cieli

Dopo l’esperienza dell’esilio babilonese e il successivo rientro in patria, il popolo sperimenta il silenzio di Dio (cf. 1 Mac 4,46; Dn 3,38), l’assenza della Parola che lo aveva accompagnato fin dal momento fondatore – l’uscita dall’Egitto – attraverso il dono della profezia. Il grido del popolo diventa un accorato invito a Dio perché mandi un profeta, perché comunichi la sua volontà, perché squarci i cieli e scenda (Is 63,19b).

Ora, in Gesù proclamato «Figlio mio», i cieli si aprono in modo definitivo e Dio riprende a parlare al suo popolo attraverso colui che è la Parola fatta carne (Gv 1,14). Notiamo che, mentre Matteo e Luca parlano di “apertura” dei cieli, Marco utilizza il verbo schízō, squarciare. Lo stesso verbo ritornerà al termine del racconto, come unico segno dopo la morte di Gesù: «Il velo del tempio si squarciò (schízō) in due, da cima a fondo» (Mc 15,38). Il simbolo dell’esclusione, caratterizzante il luogo storico della presenza di Dio, è ormai distrutto: la Presenza è ora “esposta” nel corpo crocifisso di Gesù al punto che persino uno dei carnefici può cogliere la sua identità: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).

La discesa dello Spirito

Ogni persona scelta da Dio è “unta”, consacrata dallo Spirito. Il segno dell’unzione indica sia la separazione da ciò che è profano e l’inserimento nel mondo di Dio, sia il dono della “forza” di Dio che rende adatti ad una particolare missione. Ora sull’inviato ultimo (cfr. Eb 1,1-2) e definitivo, lo Spirito si posa: Gesù è il consacrato del Padre, la sua presenza nella storia.

La sua umanità diventa il luogo dove è possibile incontrare il volto di Dio, ricevere la sua salvezza e scoprirlo come Padre. Il testo rimanda a Is 42,1, ripreso anche nelle parole della Voce:

Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.

Lo Spirito donato al Figlio in modo intimo e stabile, mentre rende trasparente l’identità di Gesù, lo abilita per la missione.

Circa l’immagine della colomba svariate sono le interpretazione, alle volte bizzarre: c’è chi vi ha visto un riferimento allo “spirito che aleggiava sulle acque” di Gen 1,2; chi alla colomba testimone della fine del diluvio (Gen 8,8-12) o ad una “messaggera d’amore” (Ct 1,15; 4,1). Infine, c’è chi coglie nell’espressione «come una colomba», il tentativo di esprimere ciò che è inesprimibile.

La Voce

Alla visione segue la Parola, che proclama l’identità di Gesù e la sua “vocazione” fondamentale (Sal 2,7 ed Is 42,1). Egli è il Figlio, colui che è generato dall’amore stesso del Padre, l’amato, colui nel quale il Padre trova la sua gioia. Da questa vocazione originale scaturisce la missione di Gesù: comunicare la paternità del Padre, inserire l’umanità nel rapporto d’amore che è alla radice dell’esistenza di ognuno.

Gesù è, perciò, il “nuovo” Adamo, come sottolineerà il nostro evangelista nell’episodio delle tentazioni, segnalando, unico tra gli evangelisti, la convivenza di Gesù con bestie selvatiche (Mc 1,13). Mentre all’origine della nostra storia c’è il rifiuto della paternità di Dio, in Gesù c’è l’accoglienza totale del Tu di Dio. È una nuova creazione, la creazione dell’uomo nuovo che accoglie l’esistenza come un dono e vive di questo.

In Gesù il cammino di Dio con l’uomo può ricominciare!

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