⁶Dio disse: «Sia un firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». ⁷ Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento dalle acque che sono sopra il firmamento. E così avvenne. ⁸ Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

‏וַיֹּ֣אמֶר אֱלֹהִ֔ים יְהִ֥י רָקִ֖יעַ בְּת֣וֹךְ הַמָּ֑יִם וִיהִ֣י מַבְדִּ֔יל בֵּ֥ין מַ֖יִם לָמָֽיִם׃ ‎7‏ וַיַּ֣עַשׂ אֱלֹהִים֮ אֶת־הָרָקִיעַ֒ וַיַּבְדֵּ֗ל בֵּ֤ין הַמַּ֙יִם֙ אֲשֶׁר֙ מִתַּ֣חַת לָרָקִ֔יעַ וּבֵ֣ין הַמַּ֔יִם אֲשֶׁ֖ר מֵעַ֣ל לָרָקִ֑יעַ ‎a‏וַֽיְהִי־כֵֽן׃ ‎8‏ וַיִּקְרָ֧א אֱלֹהִ֛ים לָֽרָקִ֖יעַ שָׁמָ֑יִם וַֽיְהִי־עֶ֥רֶב וַֽיְהִי־בֹ֖קֶר י֥וֹם שֵׁנִֽי׃ פ

Al centro del secondo giorno ci sta la creazione del firmamento e la conseguente separazione fra le acque superiori e le acque inferiori.

Un “paio” di acque

Le acque sopra le quali aleggiava lo spirito di Dio (cfr. Gen 1,2) ora dalla parola stessa di Dio vengono separate tramite il firmamento in acque superiori e acque inferiori.

Iniziamo notando che il testo non parla di acqua ma di acque, mayim. Il termine ebraico è un plurale speciale. Infatti a differenza della nostra lingua l’ebraico ha il singolare, il plurale e il duale usato per indicare le cose che vanno in coppia (gli orecchi; gli occhi; le gambe ecc.). Il sostantivo ebraico ha questa forma di plurale duale e se volessimo renderlo alla lettera in italiano dovremmo dire «un paio di acque» o «due acque». Perché?

Per l’uomo biblico l’acqua è un elemento naturale che ha una doppia faccia: una positiva e una negativa. Infatti la terra di Israele è un luogo semi-desertico che vive drammaticamente l’urgenza dell’acqua. In questo senso l’acqua è un elemento positivo perché da essa dipende la vita, la coltivazione e la sopravvivenza dell’uomo e del bestiame e quando piove è una benedizione dal cielo. Nello stesso tempo però la conformazione geologica di Israele presenta il fenomeno del wadi. I wadi sono valli profonde scavate dai torrenti e queste, a motivo di improvvisi nubifragi, si riempiono di acqua che via via che scende acquista sempre più velocità e forza così da trascinare a valle tutto quello trova1. Queste sono le acque minacciose che portano morte e distruzione.

Inoltre c’è da aggiungere che il popolo di Israele non ha mai avuto dimestichezza con il mare, anzi lo ha sempre considerato nel suo immaginario il luogo in cui l’uomo biblico non può vivere e quindi un luogo di morte.

L’uso del temine acque al plurale duale esprime questa duplicità insita nell’elemento naturale dell’acqua: essere portatrice nello stesso tempo di vita e di morte 2.

Il firmamento

L’elemento certamente nuovo del secondo giorno è il firmamento. La parola ebraica rāqîʿa, resa in italiano con «firmamento», ricorre cinque volte e deriva dal verbo rāqaʿ che alle volte può esprimere l’azione di «espandere una lamina battendola» (Ez 6,11; 25,6), mentre di solito significa «rendere solido» o «consolidare». Così hanno interpretato tutte le antiche versioni (la Settanta = στερέωμα; la Vulgata = firmamentum)3.

Al firmamento, elemento solido, Dio affida il compito ben preciso di «separare» (bādāl) le acque, mayim. La separazione, con la relativa circoscrizione delle acque, crea il primo spazio vitale dove può nascere e crescere la vita. Nello stesso tempo mette ordine all’interno dell’elemento acquatico sentito fin dal versetto 2 come minaccioso, negativo e caotico.

Nel mondo antico il firmamento era raffigurato come una sorta di parete, di superficie metallica, di volta solida e trasparente che sorreggeva le acque superiori e lasciava scendere la pioggia attraverso l’aprirsi delle sue cataratte.

Le acque inferiori sono quelle che, opportunamente raccolte attraverso un’ulteriore opera di arginamento, daranno origine al mare configurando l’aspetto della terra come alternanza di distesa marina e terra asciutta (cf. Gen 1,9-10).

Il firmamento, infine, poggia su colonne che sono piantate sul fondo dell’oceano formato dalle acque inferiori (cf. Gb 26,11).

In fase di esecuzione viene ripetuto letteralmente il comando e questo per esprimere la perfetta corrispondenza tra parola e realizzazione; il tutto è poi confermato dalla formula: «E così avvenne»4.

Signoria di Dio sul cielo

Il firmamento viene chiamato da Dio «cielo», šāmāîm in ebraico, che è una forma grammaticale plurale perché il cielo è più di uno: il cielo notturno, quello diurno, quello dell’aurora o quello del tramonto (Gen 1,8). Perché creato da Dio che impone il nome, il cielo come la luce e le tenebre è privo di qualsiasi carattere divino.

Mancanza della formula

Infine al secondo giorno manca la formula del giudizio: «Dio vide che era cosa buona», presente nella versione greca della Settanta, ma non nel testo ebraico, il Testo Masoretico. Questo ha scatenato una ridda di ipotesi sia presso i commentatori rabbinici che cristiani5. L’assenza della formula si potrebbe spiegare col fatto che il narratore abbia voluto utilizzare solo sette volte il termine ṭôḇ, «buono/bello» (mentre le opere sono otto), ma probabilmente la mancanza è dovuta al fatto che le opere del secondo e terzo giorno sono pensate strettamente unite. L’assenza della formula esprime una mancanza che sarà colmata con il terzo giorno 6.


 

  1. Amos 5,8; 9,6, descrive la violenza degli acquazzoni come il mare che si abbatte sulla terra.
  2. Alcuni parlano di falso duale, ossia duale nella forma ma non nel senso e così lo intendono un plurale tantum (cfr. Il Grande Lessico dell’Antico Testamento, vol. IV, Paideia, Brescia 2005, coll. 2). Il che non cambia ma rafforza l’argomento dell’identità ambigua dell’elemento “acqua”, perché la forma oggettiva del duale resta, e il significato numerale ancor più plurimo, rafforza l’idea di molteplicità, di indefinibilità.
  3. La Settanta è la traduzione greca della Bibbia ebraica e contiene solo l’Antico Testamento; la Vulgata è la traduzione latina e ha l’Antico e il Nuovo Testamento.
  4. Per O.H. Steck, Der Schöpfungsbericht der Priesterschrift. Studien zur literarkritischen und überlieferungsgeschichtlichen Problematik von Genesis 1,1-2,4a (FRLANT 115), Göttingen 1975, 36, la formula dà al narratore la possibilità di attirare l’attenzione dell’ascoltatore o lettore sulla connessione interna tra parola ed evento.
  5. Girolamo ricorre al carattere negativo della dualità (siamo infatti nel secondo giorno) e dice: «Dio ci ha lasciato intendere che il numero 2 non è buono perché divide l’unità …» (Ep. 49,19): vi sarebbe dunque anche una negatività in quella divisione cielo-terra che simbolizza una separazione e una distanza più grave: la lontananza fra Dio e l’uomo. In Berešit Rabbâ, IV, 6 è elencata una lunga serie di risposte alla domanda: «Perché non sta scritto nel secondo giorno che era buono?». Secondo R. Josê b. Halaftah perché è il giorno in cui fu creata la geenna; secondo R. Shimon, perché queste acque saranno quelle che scateneranno il diluvio; secondo R. Josê il giudizio di Gen 1,31: «Dio vide tutto ciò che aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona» abbraccia anche l’opera del secondo giorno… Rashi, Commento alla Genesi, 7, spiega l’omissione in riferimento al fatto che l’opera delle acque iniziata il secondo giorno sarà conclusa soltanto il terzo giorno (Gen 1,9-10): «una cosa che non è compiuta non è né perfetta né buona». Ma giustamente, durante il terzo giorno, conclusa l’opera di raccolta delle acque inferiori nel mare, ecco il giudizio: «Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,10) che va esteso a tutta l’opera del secondo giorno. Infatti, la creazione dei vegetali, sempre nel terzo giorno (Gen 1,11-13), sarà a sua volta conclusa dal giudizio di bontà: Gen 1,12.
  6. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 28.

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