Il terzo giorno presenta delle variazioni rispetto ai primi due, la più evidente è che Dio compie due opere: mette un limite alla acque inferiori di modo che emerga la terra secca (vv. 9-10), ordina alla terra di produrre la vegetazione (vv. 11-12a). Solo a questo punto c’è il riconoscimento di quanto è buono quello che è stato fatto (v. 12b) e tutto si conclude con la scansione temporale (v. 13). Molti hanno fatto notare che questo schema ritornerà al sesto giorno (due opere in un unico giorno).

I limiti alla acque

⁹Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un unico luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. ¹⁰Dio chiamò l’asciutto terra, mentre chiamò la massa delle acque mare. Dio vide che era cosa buona.

‏ וַיֹּ֣אמֶר אֱלֹהִ֗ים יִקָּו֨וּ הַמַּ֜יִם מִתַּ֤חַת הַשָּׁמַ֙יִם֙ אֶל־מָק֣וֹם ‎אֶחָ֔ד וְתֵרָאֶ֖ה הַיַּבָּשָׁ֑ה וַֽיְהִי־כֵֽן‎b‏׃ ¹⁰ וַיִּקְרָ֨א אֱלֹהִ֤ים ׀ לַיַּבָּשָׁה֙ אֶ֔רֶץ וּלְמִקְוֵ֥ה הַמַּ֖יִם קָרָ֣א יַמִּ֑ים וַיַּ֥רְא אֱלֹהִ֖ים כִּי־טֽוֹב׃

Con una prima parola Dio ordina alle acque di riunirsi in un solo luogo e subito il narratore mostra che «così avvenne». Alle acque inferiore Dio impone dei limiti invalicabili. Il verbo utilizzato, «si raccolgano» (qāwah), è alla forma impersonale e così sottintende Dio come agente. Inoltre l’espressione «in un unico luogo» non si intende come unico luogo per tutte le acque, indica piuttosto l’unicità di ciascun luogo: mari, fiumi, laghi e sorgenti.

L’ordine divino trasforma la massa caotica delle acque inferiori in acque utili, perché contenute e circoscritte, e queste si mostrano indispensabili per un habitat favorevole alla vita. Il ritirarsi delle acque permette che prenda corpo il conseguente ordine «appaia l’asciutto». Nella logica narrativa di Gen 1 l’emersione della terra è conseguenza della raccolta delle acque1. Si prospettano davanti al lettore due altri luoghi fra loro distinti, che subito Dio chiama rispettivamente terra (ʾereṣ) e mare (yammîm).

Un tema messo a fuoco da questi versetti è quello del limite che permette a una cosa di essere se stessa. Così pensa e vede la creazione del mare Giobbe: «Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno» (Gb 38,8). Il limite, perché posto alle acque inferiori, come a quelle superiori (cf. il firmamento), permette di aprire spazi alla vita. Di conseguenza ogni superamento o sfondamento apre la possibilità al ritorno del caos delle acque. Sarà l’esperienza del Diluvio (cf. Gen 6 – 9).

Il radunarsi delle acque in un solo luogo e l’apparire dell’asciutto richiama un altro grande evento: quello del Mar Rosso. Il racconto sacerdotale di quel fatto userà la stessa terminologia proprio per richiamare alla memoria l’intervento creatore di Dio:

«Le acque si divisero: gli israeliti entrarono nel mare all’asciutto» (Es 14,21-22).

L’esperienza della salvezza storica ha permesso di comprendere il ruolo creatore di Dio e così i due elementi — creazione e redenzione — si intersecano sempre nei racconti e nelle preghiere.

Il narratore ci presenta la creazione come il primo atto salvifico di Dio che domina quello che nel mondo semitico era divinizzato ed elevato a rango di Potenza, il mare. Lo restituisce quindi al suo status di creatura, limitato nella sua forza straripante e sottomesso al potere di Dio che è Signore anche delle acque (cf. Gen 31,35; Is 51,15).

La distinzione fra terra e mare è l’ultima e decisiva separazione per la vita: ora ci sono gli ambienti vitali dove sarà possibile l’esistenza.

La terra produca germogli

¹¹Dio disse: «La terra verdeggi germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie». E così avvenne. ¹²E la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. ¹³E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

¹¹‏ וַיֹּ֣אמֶר אֱלֹהִ֗ים תַּֽדְשֵׁ֤א הָאָ֙רֶץ֙ ‎a‏דֶּ֔שֶׁא עֵ֚שֶׂב ‎a‏ מַזְרִ֣יעַ זֶ֔רַע עֵ֣ץ ‎b‏ פְּרִ֞י עֹ֤שֶׂה פְּרִי֙ לְמִינ֔וֹ ‎c‏ אֲשֶׁ֥ר זַרְעוֹ־ב֖וֹ עַל־הָאָ֑רֶץ וַֽיְהִי־כֵֽן׃ ‎¹² וַתּוֹצֵ֨א הָאָ֜רֶץ דֶּ֠שֶׁא עֵ֣שֶׂב מַזְרִ֤יעַ זֶ֙רַע֙ לְמִינֵ֔הוּ וְעֵ֧ץ עֹֽשֶׂה־פְּרִ֛י אֲשֶׁ֥ר זַרְעוֹ־ב֖וֹ לְמִינֵ֑הוּ וַיַּ֥רְא אֱלֹהִ֖ים כִּי־טֽוֹב׃ ‎¹³ וַֽיְהִי־עֶ֥רֶב וַֽיְהִי־בֹ֖קֶר י֥וֹם שְׁלִישִֽׁי׃ פ

Con il germogliare della vegetazione si passa dalla separazione e individuazione degli spazi al loro ornamento. Seguendo una strutturazione chiastica, il primo spazio a venir ornato è la terra asciutta che per ultima era stata circoscritta.

Dato peculiare di questi versetti rispetto a quelli precedenti è che qui la creazione appare indiretta e mediata. Se Dio si rivolge agli elementi celesti (luce, firmamento, astri) con un ordine perentorio e assoluto: «Sia», «Siano»; agli elementi terrestri già creati Dio si rivolge con un comando che in un certo senso li coinvolge e li chiama a una fecondità: «la terra produca… (tadšēʾ hāʾāreṣ dešeʾ)». Il verbo ebraico, dāšaʾ, è usato alla forma causativa e il suo significato di base è connesso all’essere verde della vegetazione2; qui letteralmente dovremmo tradurre con «fare verdeggiare». La terra emersa era brulla e senza vegetazione, ecco allora il comando di Dio perché essa si rivesti del verde della vegetazione.

Senza esasperare l’idea che vi sia un’autonoma produzione da parte del suolo, Dio affida alla terra il compito di «essere madre» che produce vita3.

La vegetazione è generata dalla terra perché considerata elemento integrante rispetto al suolo in cui è radicata. Il narratore distingue tre tipi di vegetazione: dešeʾ, verdure o germogli, ʿēśeḇ, probabilmente erbe commestibili come gli ortaggi e ʿēṣ pᵉrî, alberi da frutta.

L’insistenza con cui il narratore ripete da qui in avanti la formula «secondo la loro specie», attesta una precisa teologia che pensa l’universo ben organizzato: la vegetazione non è una massa caotica di verde, ma un tutto ben articolato e ordinato «secondo la propria specie».

La «specie» (mîn) prosegue l’opera di separazione e distinzione che è ordinamento armonico e dunque vita. In essa si riflette lo spirito scientifico e classificatorio della tradizione sacerdotale e la sua concezione della creazione come opera di ordinamento e armonia che si esplicita nella distinzione e differenziazione, perché l’ibrido è percepito come fattore di impurità (cf. Lv 19,19: «Osserverete le mie leggi. Non accoppierai bestie di specie differenti; non seminerai il tuo campo con due specie di semi, né porterai veste tessuta di due diverse materie»)4.

Dato che il nostro autore ha intenti artistici e non possiede le conoscenze scientifiche moderne non c’è da meravigliarsi che l’erba sia creata prima del sole.


 

  1. Il traduttore greco della Settanta mostra il passaggio dalla terra invisibile a motivo delle acque e delle tenebre di Gen 1,2, ad una terra che essendo illuminata e asciutta può essere vista e può divenire abitabile: «E si riunì l’acqua sotto il cielo nei loro luoghi di riunione e la terra-secca fu vista» (καὶ συνήχθη τὸ ὕδωρ τὸ ὑποκάτω τοῦ οὐρανοῦ εἰς τὰς συναγωγὰς αὐτῶν, καὶ ὤφθη ἡ ξηρά.). Vedi anche Wénin, Da Adamo ad Abramo, 28.
  2. Questa forma verbale compare solo qui, per questo si tratta di un hapax legomenon.
  3. Questa idea era diffusa in Canaan. Nel testo biblico tutto avviene per ordine di Dio e quindi nessuna autonomia, né divinizzazione della terra.
  4. Cf. Wenham, Genesis 1-15, 21. Un’opinione diffusa nel giudaismo (soprattutto del I secolo d.C.) sostiene che il mondo fu creato nel mese di Nisan, cioè il mese della Pasqua, «il primo mese per voi, l’inizio dei mesi» (Es 12,2), a partire dall’opera creata nel terzo giorno: «R. Jehoshua disse: Donde si ricava che il mondo fu creato a Nisan? Perché è detto: La terra fece uscire germogli, erbe che producono seme secondo la loro specie, e alberi che fanno frutti. E qual è il mese in cui la terra è piena di germogli e gli alberi fanno frutti? Si deve dire: è Nisan» (bRoš ha-šanah 11a). Questo motivo verrà utilizzato in ambito cristiano soprattutto nella simbologia pasquale della nuova creazione.

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