Pascolare la propria animalità

La creazione dell’uomo è terminata, ma resta un dato che è interessante approfondire: è singolare che la primissima volta in cui si tratta dell’umanità nella Bibbia, la sua vocazione sia innanzitutto quella di dominare gli animali. L’umanità non ha altro di più importante da fare?

A livello personale

Riprendendo il racconto fatto del sesto giorno notiamo che tra l’uomo e gli animali ci sono delle caratteristiche comuni. L’umanità è creata lo stesso giorno delle bestie terrestri e riceve la stessa benedizione degli animali creati il quinto giorno; inoltre è sessuata («maschio e femmina») e molteplice («li creò») come il regno animale. Questo dato apre un’interessante pista di riflessione: per l’autore della Genesi l’animalità non è solo da considerarsi esteriore all’uomo, ma fa anche parte integrante della sua realtà individuale e collettiva e, di conseguenza, deve anch’essa essere oggetto del dominio buono e mite tramite il quale l’uomo compie in in sé l’immagine di Dio. Il seguente racconto del libro della Genesi illustrerà con dovizia di particolari questa realtà: il singolo uomo, come l’umanità, pulsa di forze vitali1 di per sé disordinate. Per realizzarsi a immagine di Dio, deve assumere l’animalità interiore dominandola, e questo vale tanto a livello personale che collettivo.

A livello personale i termini «maschio e femmina» (Gen 1,27) fanno riferimento alla sfera sessuale e ai desideri e pulsioni vitali ad esse collegata. Si tratta di una sorta di “animalità” che se non è dominata e non acconsente a un giusto limite, degenera facilmente in violenza2.

Allargando il discorso in ogni uomo c’è qualcosa di «selvaggio», delle forze vitali che aspettano di essere addomesticate, umanizzate. In se stesse, queste sono potenzialità neutre, né buone né cattive. Si tratta di utilizzarle rimanendone padrone, in modo tale che possano dispiegare la loro energia per far «fruttificare» la vita, permetterle di «moltiplicarsi» e di «riempire» lo spazio che le spetta3. Diventare umani significa allora imparare a dominare, a poco a poco, tutte queste forze, ad addomesticare le proprie potenzialità, ad ammaestrare l’animalità, in modo da costruire, con essa e non contro di essa, un essere unico a immagine di Dio. La via opposta, vale a dire se cerchiamo di distruggere o di soffocare queste forze, le farà rifiorire laddove meno ce lo aspettiamo e con una virulenza di solito maggiore e talvolta incontrollabile. Lenta emergenza, da riprendere di continuo e che necessita di un’intera vita.

A livello collettivo

Il qualcosa di «selvaggio» non riguardo solo l’interiorità dell’uomo ma investe anche la sua dimensione sociale, di conseguenza accanto a un dominio sulle animalità interiore e personale ve ne uno su quella esteriore e sociale. A tal riguardo P. Beauchamp osserva che «è soprattutto nei rapporti tra le nazioni che ci è familiare lo spettacolo dell’una che divora l’altra come le belve divorano i più deboli»4. Ne sa qualcosa il narratore di Genesi che parlando dei figli di Giacobbe/Israele, capostipiti delle tribù di Israele, li paragona a degli animali: Giuda è un leone tornato dalla carneficina, Dan un serpente sulla via, Beniamino un lupo che strappa e divora. C’è quindi una animalità che si sprigiona dentro i gruppi umani, gli uni contro gli altri. Il vocabolario di Genesi 1 induce a riflettere. Infatti quando Dio affida all’uomo il dominio affinché lo eserciti sulla terra e sugli animali, l’autore gli attribuisce dei verbi molto forti, dai connotati guerreschi e politici. Fa eco, in questo modo, al dominio spesso violento che i popoli o gli esseri umani si arrogano sugli altri. Ora, è proprio la violenza inerente a questo tipo di dominio che Dio invita gli uomini ad ammaestrare e a canalizzare in se stessi, dando loro un cibo vegetale, vale a dire non violento. Una nazione, incapace di dominare la propria potenza – quindi di limitarla –, schiaccia, assoggetta e distrugge gli altri popoli, svelando così l’animale che la abita. Giustamente il profeta Daniele presenterà il grande conquistatore di nazioni – compresa quella di Giuda –, il babilonese Nabucodonosor, come un uomo dal cuore di bestia che verrà cacciato di mezzo agli uomini per abitare con gli altri animali (Dn 4,13.22). Nel mondo pensato e voluto dal Dio biblico non c’è posto per gli uomini e i popoli predatori.

Pascolare la propria animalità

Diventare umano per il singolo come per i gruppi o i popoli è mettere in atto un processo che “ammaestri”, a poco a poco, l’animalità brulicante e potenzialmente violenta insita in ogni realtà umana. Far apparire l’umanità equivale allora a diventare il «pastore della propria animalità», secondo la felice espressione di P. Beauchamp5. Al contrario lasciare briglia sciolte all’animale che è in noi, porterà a diventare non più a immagine del Dio della vita e della pace, ma immagine dell’animale che si è ascoltato e che si è finito con l’imitare.

Letto in questo modo, il dono di un cibo vegetale agli uomini e agli animali risuona come un invito a una relazione pacificata con qualsiasi vivente, compreso se stesso. A questo titolo, è segno del progetto divino di un mondo riconciliato. È un invito a costruire un vivere insieme in cui la forza si converta in autentica mitezza; invito, perciò, a lavorare a una società in cui alterità e differenza abbiamo diritto di esistere.

Il vincastro della parola

Resta aperta una domanda come pascolare la propria animalità? In Gen 1 è solamente accennato perché troverà sviluppo nel prosieguo della trama: si tratta della parola. Infatti la forza che permette a Dio di dominare il caos è la parola: «E Dio disse»6 e l’uomo essendo stato creato a immagine per giungere alla somiglianza con Dio ha davanti a sé questa strada tracciata da chi gli si è consegnato non solo come modello, ma anche come partner nella relazione vitale della benedizione: «E Dio disse loro» (1,28).

Tramite la mite potenza della parola l’uomo, singolo e collettivo, è chiamato a dominare con mitezza il proprio dinamismo vitale, pena il rischio di sprofondare nella violenza e di seminare caos, distruzione e morte. A questo prezzo, l’uomo diventerà un pastore pieno di forza e di mitezza, a immagine del suo creatore. A condizione, tuttavia, di non mettere la parola al servizio della violenza.


  1. In ebraico, uno dei termini per indicare gli animali non addomesticati è hayyāh, «vivente».
  2. È sufficiente pensare a certe violenze che le donne subiscono.
  3. Così le descrive Wenin A., Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I Gen 1,1-12,4 (Testi e commenti 14), EDB, Bologna 2008, 32: «Ci sono delle forze che, come pesci, sembrano sfuggenti, inafferrabili. Nascoste nelle nostre profondità, nell’oscurità dei grandi fondali, possono talvolta assumere l’apparenza di quei mostri marini di cui il testo parla evocando la creazione della fauna acquatica. Ci sono le forze dello spirito, sottili, libere e aeree come i volatili, i quali, grazie alle loro ali, attraversano gli spazi, prendono l’altezza necessaria e sfuggono alla presa dell’hic et nunc. C’è tutto quello che ha a che fare col corpo, quelle forze a fior di pelle, a immagine degli animali che brulicano sulla superficie della terra, alcuni domestici, altri più selvatici: è il mondo dell’affettività, delle emozioni, dei sentimenti.
  4. Beauchamp, Creation et fondation de la Loi, 131.
  5. Beauchamp, Creation et fondation de la Loi, 141.
  6. La formula è ripetuto per 10 volte.

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