Il riposo di Dio e in Dio

La creazione è completata quando il suo “agente”, Dio, cessa, šābat, mettendo un limite al potere di creare:

Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto (Gen 2,2).

Nel settimo giorno Dio cessando consegna la creazione alla propria autonomia che si configura, allo stesso tempo, completa e finita. Una completezza che va riconosciuta nel limite o finitudine, completezza la cui bontà e bellezza — ṭôḇ — va accettata dentro questa finitudine. Infatti nel contesto di Genesi il verbo šābat non significa tanto «riposare», quanto «arrestarsi», «astenersi», di conseguenze il creare comporta il cessare di creare, in altri termini la creazione porta il sé il limite, cioè la delimitazione, della creazione come termine dell’azione di creare.

Lo evidenzia molto bene il parallelismo presente nel v. 2:

Dio compì durante il settimo giorno la sua opera che aveva fatta,

e cessò durante il settimo giorno da tutta la sua opera che aveva fatta.

Secondo le regole del parallelismo ebraico, compiere e cessare/riposare funzionano qui come sinonimi. È il ritirarsi di Dio, la cessazione del suo lavoro, che compie l’opera di creazione mettendovi un termine definitivo. Senza questo ritirarsi del Creatore, la creazione non sarebbe compiuta.

Dominare il proprio dominio

Questo modo di agire di Dio mette in luce due dati importanti. Il primo, smettendo di operare, Dio si ferma: mette fine al dispiegamento della propria potenza creatrice, impone un limite alla propria capacità di dominio, dimostrando che domina anch’essa. In tal modo, si mostra più forte della propria forza, padrone del proprio dominio. Il secondo, Dio manifesta che non è sua intenzione riempire tutto, ragion per cui delega il proprio potere agli astri (cf. quarto giorno) e agli uomini (cf. sesto giorno). Così facendo apre definitivamente a quello che non è Lui, uno spazio dal quale Lui stesso si assenta. In tal modo, la creazione si compie nell’autonomia del mondo, in particolare dell’umanità custode del dominio sulla terra. Le cose non sono quindi terminate.

Quando Dio ha compiuto «tutta la sua opera», ritirandosi, non tutto è ancora fatto. C’è il paradosso di un Dio che compie la sua creazione, non rinchiudendola in una perfezione sterile, ma consegnandola a un processo di perfezione e di vita rinchiuse nella terza e ultima benedizione:

Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando (2,3).

Se guardiamo alle prime due benedizioni, esse erano legate alla fecondità e alla vita. Ci si può chiedere a che fecondità è chiamato il settimo giorno?

La tradizione rabbini ha letto in questa benedizione, la madre di tutte le benedizione, perché consegna al settimo giorno la forza di “ingravidare” il tempo:

Tutte le benedizioni dall’alto e dal basso sono appese al settimo giorno… è da questo che sono benedetti tutti i sei giorni (Zohar, Shemot 88a).

Il lavorare dell’uomo e il suo potere di “soggiogare” la terra diventa fecondo se mette un limite al proprio “lavorare” per riposare, per prendere le distanze dall’opera delle proprie mani, per pensare e dare un giudizio sulle opere e sul tempo della propria vita. Così ha fatto Dio, dominando il proprio dominio, così è chiamato a fare l’uomo.

Questa è la ragione per cui il settimo giorno è «consacrato» o «santificato». Il verbo ebraico, qādaš, ha come significato primo quello di «mettere in disparte» o «separare». Nel giorno in cui Dio domina il proprio dominio anche l’uomo è chiamato a fare altrettanto. Così il tempo del giorno settimo diventa il tempo dell’incontro tra Dio e l’uomo e tutta la sua creazione. Il luogo della presenza di Dio non è prima di tutto il tempio, né il santuario nel deserto, né il tempio di Gerusalemme, ma il tempo. Diventa quindi la storia intera possibilità di questo incontro.

Il settimo giorno manca della formula «E fu sera e fu mattina, settimo giorno». Esso non ha termine non ha «sera», è tutto proiettato verso il futuro. Pertanto il «cessare» della creazione al settimo giorno, giorno senza fine, significa che il senso della creazione sta proprio qui, nel servizio e nell’incontro con Dio che costituiscono il compimento della creazione. Dio con il primo giorno ha dato origine al tempo e con il settimo un fine al tempo, la comunione con lui.

Il settimo giorno è carico di un valore escatologico: la creazione e la storia vanno verso Dio.

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