Il Salmo 19 è una profonda meditazione sull’esistenza dell’uomo che si considera «servo/a» del Signore. L’unità del Sal 19 è ancora dibattuta, ma sono facilmente individuabili due argomenti ben distinti: la creazione nella prima parte (vv. 2-7) e la Torâ o legge nella seconda (vv. 8-15). Di conseguenza si parla di un inno alla creazione e un salmo sulla Torâ. La seconda parte potrebbe essere divisa in due: un inno alla Torâ (vv. 8-11) e una supplica individuale (vv. 12-15). Quest’ultima potrebbe offrire la chiave per una comprensione dell’intera composizione: la prima e la seconda parte sarebbero “citazioni” in bocca ad un orante (vv. 12-15) che riconosce il Signore come «mia Roccia e mio Salvatore» (v. 15).

Riassumendo: un fedele, che si auto-presenta come «servo del Signore», riconosce il proprio Dio come Roccia e Salvezza. La testimonianza gli viene sia dalla Creazione che dalla Torâ. Le parti del Salmo sono tre (vv. 2- 7; 8-11; 12-14) introdotte da tre parole chiave: «gloria», cioè l’agire sovrano di Dio nella sua creazione (v. 2), «legge» o «istruzione» del Dio d’Israele» (v. 8), «il tuo servo» (v. 12), cioè una vita sotto l’istruzione del Signore. Vi domina la simbologia solare, intrecciata con quella nuziale, militare e atletica: luce, calore, sapore; vista, gusto, parola; vita, energia, gioia, forza.

Il cantico della creazione: vv. 2-7

Dopo il v. 1 che contiene la soprascritta composta di tre elementi (indirizzo, richiamo al genere di salmo, autore) e comune ai salmi 20 e 21, prende avvio l’inno alla creazione. Non siamo davanti alla lode che il cielo e il sole cantano al Dio loro creatore come nel Sal 148,1-5, ma si tratta piuttosto di una testimonianza e una conoscenza che essi rendono ininterrottamente agli uomini e alle donne che affollano la terra sotto il cielo e «sotto il sole». Quest’ultima è una espressione che piace tanto al Qoelet. L’oggetto di questa conoscenza e testimonianza è il ritmo della vita con il giorno e la notte e il susseguirsi delle stagioni. Esso è costitutivo della creazione come ben ricorda in breve Gen 8,22:

Finché durerà la terra, seme e mèsse, freddo e caldo, estate e inverno, giorno e notte non cesseranno.

Nel ritmo delle stagioni ma soprattuto in quello di giorno e notte scandito dal corso quotidiano della «sfera del sole», il salmista vi scopre la rivelazione della «gloria di Dio». Egli rimane impressionato soprattutto da tre cose del sole: dalla sua raggiante bellezza e freschezza giovanile, dal suo eroico coraggio e dai suoi raggi che raggiungono ogni cosa.

Nonostante che in ebraico alla volte il sole, šemeš, sia femminile, qui è personalizzato come un atleta e un prode. Egli sorge come uno sposo che esce dalla stanza nuziale dopo la notte di nozze e si lancia, ogni giorno carico di vigore, nella corsa attraverso i cieli. È un coraggioso eroe che sconfigge l’oscurità della notte, simbolo dell’ansia e del caos. Il suo calore irraggia tutto il mondo e ogni uomo che così viene a contatto con la gloria di Dio. Se la creazione è una sinfonia al suo Creatore, l’uomo con la sua parola poetica ne diventa il direttore.

Inno alla Torâ: vv. 8-11

L’inno alla Torâ ha un carattere litanico e tutto quello che è detto del sole vale anche per essa. Il carattere litanico si declina in sei frasi che innanzitutto menzionano una qualità della Torâ (perfetta, stabile, retta, limpida, pura, vera). Una settima qualità le riassume tutte e ha il carattere simbolico dell’oro e del miele (v. 11). Nel cultura del Vicino Oriente antico l’oro rappresentava lo splendore e il potere soprattutto regale; il miele era il cibo degli dei e la parte prelibata di un banchetto. La Torâ o «legge del Signore» è da intendersi nel senso ampio di rivelazione del Signore nella storia della salvezza. Essa è quindi la cosa più preziosa donata ad ogni credente e quella che lo rende lieto e felice (miele).

Invocazione: vv. 12-14

L’orante nel proclamarsi «servo/a del Signore» riconosce la sua dipendenza da chi ha fatto il mondo e donato la torâ. È altresì consapevole che i mortali possono incorrere in errori non voluti e in sbagli inconsapevoli (cf. Lv 4-5; Nm 15), di conseguenza chiede a Dio di purificarlo da ogni colpa (v. 13). Il vivere da servo è spesso una lotta contro l’orgoglio, radice di ogni disobbedienza a Dio, per questo chiede di essere liberato (v. 14).

La dedica: v. 15

Normalmente l’invocazione al Signore apre la preghiera dei salmi, qui, invece, la conclude (v. 15). In essa l’orante identifica il Signore come «mia Roccia e mio Redentore». Sono immagini care alla tradizione deuteronomica. Dio in mezzo al caos che si oppone alla creazione è un punto sicuro, un fondamento saldo come lo è la roccia, nello stesso tempo Dio è anche Redentore ogniqualvolta le forze della storia tendono a imporre la coercizione agli uomini e alle donne, riducendoli in schiavitù.

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