Per alcuni secondo lo schermo frigge e poi si oscura. Altri pochi secondi e di nuovo si illumina, ma l’immagine non è più quella di prima: tutto è cambiato. Lo spettatore resta costernato e si chiede cosa sia successo? Dove siamo? È lo stesso programma?
Così si potrebbe descrivere l’impressione che il lettore ha quando passa da Gen 2,4a a Gen 2,4b. Con la seconda parte del versetto inizia un’altra storia, un’altra ambientazione. Il lettore è catapultato all’inizio, solo che non c’è più la tenebra oscura e neppure la grande massa d’acqua caotica di Gen 1,2. Ora, come in un film di Sergio Leone, l’immagine si apre su una piana desolata e deserta, senza un cespuglio e un filo d’erba. Se in Gen 1 c’era abbondanza d’acqua qui è l’elemento che manca.

Questo nuovo racconto di creazione copre ben due capitoli del libro della Genesi, il secondo e il terzo. La domanda che nasce spontanea è: perché un secondo racconto di creazione? Qual è il legame con quello precedente?

Evaderemo queste domande a tempo opportuno dopo aver letto con attenzione l’intero racconto.

La prima osservazione, che è anche un postulato importante, è l’unità del racconto: c’è continuità narrativa tra Gen 2, che narra della creazione dell’uomo, del giardino e della donna e di quello che là avviene in un primo momento, e Gen 3 racconta della disobbedienza della prima coppia, della sentenza e della cacciata dal giardino. Tale unità narrativa va ribadita con forza contro la tentazione, che c’è stata in passato e c’è in alcuni ambiti tutt’ora, di leggere il capitolo terzo di Genesi in chiave negativa e pessimista, etichettandolo il suo racconto come quello del peccato e della caduta. Così facendo si sono misconosciuti i germi di speranza che sono già presenti in esso.

La continuità narrativa tra Gen 2 – 3 non è solo postulata ma è inscritta nel testo per i seguenti motivi: l’uso caratteristico del doppio nome divino, Yhwh Elohim, reso in italiano con il Signore Dio; il giardino di Eden con il duplice albero, quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male; la ripetizione del comandamento e della pena comminata per la sua eventuale trasgressione (cf. 2,17 e 3,4); la conoscenza del bene e del male (2,17; 3,5; 3,22); la nudità e la vergogna (2,25 e 3,7); gli stessi personaggi in scena: Yhwh Elohim, il terrestre, la donna e gli animali/serpente1.

Pur trattandosi di un’unico racconto c’è da registrare un progresso della trama narrativa tra il secondo e il terzo capitolo: il serpente (nāḥāš) non compariva in Gen 2, se non genericamente nell’insieme di tutti gli altri animali; se in Gen 2 era Yhwh Elohim (= il Signore Dio) il solo ad agire e a parlare, in Gen 3 prendono la parola tutti i personaggi in scena; la maledizione è presente solo nel terzo capitolo, dando ad esso una tonalità  cupa che crea forte chiaroscuro con il quadro positivo di Gen 2 2. Si potrebbe paragonare Gen 2 e 3 a un dittico, cioè ad una rappresentazione in due tavole distinte tra loro strettamente congiunge.

Nella prima tavola del dittico si racconta di come la realtà umana sia in perfetta armonia, della bontà del Creatore e delle relazioni buone. Infatti vengono descritte tre relazioni fondamentali che sono costitutive dell’essere umano: quella con Dio che è la fondamentale; quella con la terra da cui l’uomo è tratto, oggi diremo con la natura; quella tra uomo e donna, esemplificazione essenziale di tutte le relazioni tra gli uomini. Nota caratteristica di questo affresco è la luminosità e la serenità.

Di tutt’altra fattura è la seconda tavola del dittico che racconta l’irrompere della disarmonia. Gen 3,1-24 è l’altra faccia della medaglia perché presenta gli elementi negativi della realtà umana. Il racconto vuole rispondere ad alcune domande che interrogano l’umanità: perché esiste la disarmonia nel mondo? Perché la relazione dell’uomo con Dio non funziona, quella dell’uomo con la natura è così faticosa e quella tra uomo e donna produce spesso amarezze e dolori? Che cosa è successo per turbare la splendida armonia del creato? Ma c’è una domanda radicale che le riassume tutte: perché da dove è il male? Con termine tecnico un simile testo viene definito «eziologico», cioè impegnato a ricercare la causa.

A questa domanda di fondo rispondono i due quadri narrativi, perché dal confronto fra loro il lettore attento può notare il cambiamento e riconoscere ciò che ha determinato il passaggio alla disarmonia.

Schematicamente così possiamo suddividere l’intero racconto di Gen 2 – 3:

A. Primo quadro narrativo: Il progetto di Dio sull’umanità (2,4b-25)

a. vv. 4b-6 esposizione/antefatto;

b. vv. 7-9.15-17: la relazione dell’umanità con Dio dettata dal comando e la terra-giardino (primo settenario);

Inframezzo vv. 10-14: nota geografica sulle acque del giardino;

c. vv. 18-25: la relazione dell’uomo con la donna voluta da Dio (secondo settenario).

B. Secondo quadro narrativo: La disarmonia (Gen 3,1-24)

a. La risposta dell’umanità: il «delitto» e le conseguenze (3,1-8);

b. La reazione di Dio: il processo e il «castigo» (3,9-19);

a’. Esecuzione / conclusione: nuove relazioni dell’umanità (3,20-24).

  1. Cf. G. Borgonovo, La «donna» di Gen 3 e le «donne» di Gen 6,1-4. Il ruolo del femminino nell’eziologia metastorica, in Ricerche Storico Bibliche 1-2 (1994), 77-80.
  2. Cf. J.T. Walsh, Genesis 2:4b-3:24: A Synchronic Approach, in JBL 96 (1977), 161-177.

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