Pungolato da alcuni interventi di lettori e lettrici che mi hanno fatto notare come alcune espressioni dei Salmi siano oscure, altre astruse e al limite della decenza, colgo l’occasione per delle considerazioni generali sul Libro dei Salmi, detto anche Salterio.

Un libro di sentimenti

Un noto biblista, ormai scomparso da tempo, notava che «il salterio è stato per Israele una grande scuola lirica, intendendo questo termine come espressione verbale della esperienza personale o altrui. I salmi sono soprattutto espressione, più che informazione» (A. Schökel, I salmi).

Infatti il salterio trasuda dell’esperienza profonda di fede che il popolo o singoli hanno fatto. L’esperienza di fede però non è disgiunta dai sentimenti più profondi dell’uomo. Questi poi sono «plurali» e mai riducibili a un unico comune denominatore. Peculiare del salterio è di esprimere non tanto quanto Dio dice o fa per l’uomo, ma quanto quest’ultimo «dice» a Dio.

Il credente canta a Dio quanto scaturisce nel suo cuore quanto si incontra e si scontra con la vita di tutti i giorni, con le sue gioie e i suoi drammi. È anche da questo «sfregamento» con le vicissitudini quotidiane che nascono le preghiere dei salmi, oltre che dalla contemplazione di quanto Dio ha fatto per la vita del popolo e del singolo credente (storia della salvezza). In questo impatto nel cuore del credente possono sgorgare sentimenti di gioia espressi in componimenti di lode o di ringraziamento (alcuni gli abbiamo visti nel commentare i salmi delle ascensioni), oppure di dolore e angoscia che si esprimono in suppliche o invocazioni di aiuto e alle volte in liriche altamente drammatiche perché danno voce a tutto il dolore che il cuore del fedele porta in sé. Prediamo in esame quest’ultime.

A tu per tu con il dolore

La fede israelitica è una concreta e passa attraverso il vissuto del popolo come del singolo. L’impatto con il dolore e la sofferenza è stato raccolto nel salterio nei salmi che tecnicamente sono denominati suppliche o lamenti. Il dolore e la sofferenza nel mondo biblico vengono percepiti innanzitutto come assenza di Dio o lontananza di Lui e da Lui. Per questo spesso nella bocca del salmista ricorrono espressioni come scendere nella tomba o nello Sheol che era il luogo di massima distanza da Dio. Anzi la concezione ebraica antica considerava il cosiddetto «regno dei morti» (detto Sheol) come una realtà aliena da Dio. Nell’Antico Testamento i morti sono fuori dall’area salvifica divina, Dio si disinteressa di loro ed essi non hanno voce per essere ascoltati. Alcuni versetti del Salmo 88 chiariscono: «Io sono colmo di sventure la mia vita è vicina alla tomba/ Sono censito tra quelli che scendono nella fossa, sono come un uomo ormai privo di vigore». L’orante esprime tutta la sua angoscia percependosi come sull’orlo della tomba, ridotto ad essere già spettro delle tenebre della morte. Il mistero del dolore è troppo accecante per il salmista e in definitiva per l’uomo. Solo attraverso un terribile deserto si può intuire un significato superiore. È l’esperienza di Giobbe e di Geremia nelle sue «confessioni». Questo dolore troverà risposta nella esperienza di passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazareth. È lo scarto della rivelazione neotestamentaria.

L’abbandono

Accanto alle immagini che esprimo lontananza vi sono quelle che esprimono abbandono: in mezzo al mare e ai suoi flutti («Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati» Sal 42,8). Esse richiamano allusivamente all’esperienza del popolo fatta al Mare Rosso. Fu esperienza di paura (il popolo gridò verso Dio e il suo servo Mosè), ma anche di salvezza inaspettata. Ciò esprime la consapevolezza anche inconscia dell’orante biblico che il dolore non è mai privo di senso se letto alla luce dell’esperienza di salvezza del popolo. L’abbandono, inoltre, è immaginato come un cadere nella fossa per cui il salmista proclama: «Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa». Altre volte lo stato perturbato e di paura viene espresso ricorrendo al mondo animale, per cui il poeta si percepisce braccato da bestie feroci che spalancano su di lui fauci mostruose: «Tengono aperte su di me le loro fauci, leoni ruggenti pronti a sbranare» (Sal 22,14. 57,5).

L’attesa

Nello scandalo di queste esperienze limite tratteggiate dai salmi vi è, pur nella consapevolezza del misterioso agire divino, la percezione di una attesa. Attesa di Dio cui si indirizza un ultimo e drammatico S.O.S. È per questo che la fede del salmista non è morta, anzi scandalosamente è questa la sua fede, quella stessa che fu del giusto Giobbe il quale di fronte al suo dolore innocente, ha il coraggio di protestare la sua innocenza davanti a Dio e di non accettare facili consolazioni da parte dei suoi amici. Egli ha il coraggio di professare che il Dio di Israele è Salvezza anche in queste situazioni paradossali.

La domanda radicale

Le domande angosciose del salterio trovano epilogo nell’interrogativo di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46 // Mc 25,34; cf. Sal 22,1). Gesù non solo perora la causa di tutti i giusti innocenti dell’AT, ma prende posto tra di loro per far vincere la loro causa. La risurrezione come tale non va interpretata come se Gesù fosse scampato alla sorte degli innocenti colpiti ingiustamente e per questo peroranti presso Dio. Egli ha patito ha patito la loro sorte fino in fondo, sino alla morte tanto da gridare come loro e ne ha poi conservato le tracce – le ferite – nel corpo glorioso. La risurrezione si manifesta nella e al di là della morte, non fuori di essa. L’espressione registrata dall’evangelista Luca: «Bisogna che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria», mostra come la passione, il deserto dell’abbandono, il mare che inghiotte, la fossa in cui si è spinti, fosse per Gesù il Cristo un passaggio obbligato. Solo così nel mistero del Crocifisso risorto i giusti sofferenti possono scoprire Dio proprio nella loro sofferenza e non solo dopo né solo al di fuori.

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