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Oggi questa Scrittura si è adempiuta – III domenica del T.O. anno C

Il brano evangelico proposto dalla liturgia odierna – terza domenica del Tempo Ordinario, anno C – combina tre passi dell’opera di Luca: il prologo del Vangelo (Lc 1,1-4), una descrizione sintetica riguardante l’inizio dell’attività di Gesù (Lc 4,14- 15) e il suo insegnamento nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-30; di quest’ultimo si propone però soltanto la prima scena, fino al v. 21).

Il prologo: Lc 1,1-4

¹ Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, ²come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, ³così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, ⁴in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

I primi versetti del vangelo hanno uno stile molto più ricercato del racconto che segue e riprendono un uso diffuso per gli scritti storici dell’antichità. Così Luca mette in qualche modo il vangelo sullo stesso piano di altre opere dell’epoca, e questo potrebbe indicare l’intenzione di voler rivolgersi non soltanto ai cristiani, ma anche a un pubblico più ampio nel mondo greco-romano.

Per l’evangelista l’oggetto dell’opera sono «avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi». Impiegando il verbo plērophoréō («portare a compimento»), Luca allude certamente alla risurrezione di Gesù, quale evento che permette di comprendere tutto il significato della sua vita e della sua missione, ma anche al carattere di pienezza salvifica che quegli avvenimenti hanno: in essi Dio (che è l’«agente» implicato dall’uso della forma passiva) ha realizzato il suo disegno in favore dell’uomo. Proprio per questo loro carattere definitivo o escatologico Luca, anche se non ha incontrato Gesù, può considerarli contemporanei collocandoli «in mezzo a noi»: essi sono infatti sempre attuali nella Chiesa, comunità dei credenti che accoglie il dono di Dio manifestatosi nel Figlio.

A differenza di quanto fanno altri autori antichi, Luca non si colloca in contrapposizione ai «molti» che hanno scritto prima di lui, ma in continuità: il v. 2 mostra chiaramente l’importanza che

ha per lui la tradizione apostolica (i «testimoni» e «ministri della parola» sono i Dodici, cfr. At 6,4 e 13,31). È assolutamente necessario continuare a fare riferimento a quella parola normativa che gli apostoli hanno trasmesso, non solo perché su essa si fonda la fede cristiana, ma perché in essa si può ascoltare e accogliere la parola di salvezza di Dio per ogni uomo in ogni tempo.

I vv. 3-4 fanno intravedere la necessità, percepita dall’autore del terzo vangelo, di riproporre l’istruzione apostolica e di garantirne l’accuratezza e la verità. Ciò suggerisce una certa distanza temporale dagli eventi che egli si appresta a narrare e forse anche una situazione ecclesiale in cui era presente il pericolo di un allontanamento o fraintendimento degli insegnamenti ricevuti. Per questo Luca usa nel v. 3 il linguaggio tipico dello storico, che cerca di raccogliere tutte le fonti disponibili e le vaglia criticamente: proprio perché la salvezza si è manifestata in fatti accaduti è necessario un approfondimento rigoroso che non si sostituisce, ovviamente, alla tradizione, ma ne mostra la solidità. Con ciò il vangelo, senza tradire la funzione propriamente di annuncio della salvezza (funzione kerygmatica) della parola che fa risuonare, assume una dimensione propriamente teologica e può diventare uno strumento di approfondimento utile per chi, come Teofilo, ha già ricevuto un’istruzione catechetica di base (probabilmente in preparazione al battesimo).

In tale prospettiva si deve comprendere il significato della definizione del proprio scritto quale «resoconto ordinato» che si ha nel v. 3. Infatti, l’ordine che Luca ha dato alla sua raccolta non è strettamente cronologico, ma quello che mira a far comprendere la coerenza e il significato della missione di Gesù e della sua passione e risurrezione. Anche tale ordine Luca lo ha ricevuto dalla tradizione (segue, infatti, lo schema di Marco).

L’inizio dell’attività pubblica di Gesù: Lc 4,14-15

In quel tempo, ¹⁴Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. ¹⁵Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.

Questo breve quadro introduttivo a tutta la missione di Gesù è paragonabile a Mc 1,14-15. Ci sono però alcune scelte stilistiche e teologiche proprie di Luca e motivate anche dall’ordine di esposizione da lui scelto. Anzitutto egli mette esplicitamente l’accento sulla potenza dello Spirito che opera in Gesù; esplicitando ciò che in Marco restava soltanto implicito. L’insistenza sull’opera e sulla presenza dello Spirito, che già si aveva nei racconti dell’infanzia, ritorna anche nelle prime scene del vangelo che hanno come protagonista il Cristo: il battesimo, le tentazioni, l’insegnamento in Galilea, il sabato nella sinagoga di Nazaret. Come conferma anche il riferimento alla «potenza», a Luca preme che risulti del tutto evidente ai lettori che siamo davanti a un intervento decisivo di Dio nella storia degli uomini, a una svolta epocale perché si inaugura il tempo definitivo della salvezza. Così la «fama» che si diffonde non va intesa soltanto in riferimento ai prodigi che egli compiva (a cui potrebbe alludere l’espressione «con la potenza dello Spirito Santo») e allo stupore e meraviglia che essi suscitavano, ma alla dimensione pubblica della manifestazione di Dio in Gesù Cristo, che non può rimanere nascosta propria per il suo carattere escatologico (cfr. At 26,26: «non sono fatti accaduti in segreto »).

A differenza di Marco (cfr. Mc 1,15: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo»). Luca non offre qui un esempio della predicazione di Gesù, perché assegna tale funzione paradigmatica al racconto che segue, ambientato nella sinagoga di Nazaret. La notazione finale del v. 15 («ricevendo lodi da tutti») indica, nella linea interpretativa che abbiamo seguito sopra, non solo l’apprezzamento della grandezza e eccezionalità del maestro, ma anche, in certa misura, il riconoscimento della potenza dello Spirito divino che opera in lui. Ciò è confermato dal fatto che, al di fuori di questo passo, in Luca, il verbo «lodare» (doxazō) è sempre indirizzato a Dio (cfr. Lc 2,20; 5,25.26; 7,16; 13,13; 17,15; 18,43; 23,47). In più, in relazione a quanto segue, il riferimento alla lode funge da contrasto alla reazione incredula e rabbiosa degli abitanti di Nazaret.

L’insegnamento nella sinagoga di Nazaret: Lc 4,16-21

¹⁶Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. ¹⁷Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: ¹⁸Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, ¹⁹a proclamare l’anno di grazia del Signore.
²⁰Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. ²¹Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

La scena ambientata nella sinagoga di Nazaret presuppone il normale servizio liturgico che si svolgeva in giorno di sabato, che comprendeva alcune preghiere iniziali, seguite dalla lettura tratta dalla Tôrah (scelta cioè tra i primi cinque libri del Bibbia) e poi di un passo tratto dai profeti. Luca si interessa esclusivamente al passo tratto dal libro di Isaia (61,1-2a) e lo riporta seguendo la versione greca della Settanta con qualche modifica: la frase «rimettere in libertà gli oppressi» viene aggiunta dall’evangelista sulla base di Is 58,6, mentre omette il riferimento al «giorno della retribuzione», di Is 61,2a. La ripetizione del riferimento alla «liberazione» e l’eliminazione della minaccia per i nemici, implicata dall’idea di retribuzione (cfr. Is 66,6), servono a rafforzare il messaggio di salvezza del passo. Così, poiché siamo all’inizio dell’attività pubblica di Gesù, si offre l’idea di «liberazione» (nel senso più ampio possibile!) come chiave per comprendere tutto il racconto seguente.

La citazione di Isaia si conclude con la proclamazione dell’«anno di grazia del Signore». Alla lettera l’espressione andrebbe tradotta «un anno di accoglienza del Signore», che può significare «l’anno bene accetto dal Signore» oppure, parafrasando, «l’anno in cui il popolo, venendo riaccolto da Dio, può sperimentare concretamente i benefici della sua grazia e della sua misericordia». Letta in questo accezione l’espressione è un riferimento all’anno giubilare, intesto come un tempo di pace e di gioia (cfr. Lv 25,10). A questo proposito, colpisce che la pace e la gioia che scaturiscono dall’esperienza di grazia vengano poste in connessione con la missione di Gesù, anche se per ora l’evangelista non dice come tutto ciò avverrà. Per capirlo il lettore dovrà avventurarsi nel mondo del racconto lucano.

Il brano liturgico si conclude con un brevissimo commento di Gesù me punto i riflettori sul compimento che avviene oggi (v. 21): oltre a quanto abbiamo già detto nel commento dei versetti tratti dal prologo, si deve notare che l’accento qui cade sulla parola. Ciò non significa rifiutare l’idea del ‘compimento del tempo’ (cfr. Mc 1,15), ma sottolineare un punto importante: l’evento Gesù è il compimento dei tempi perché è anche il compimento della Scrittura che testimonia la rivelazione di Dio all’uomo (e viceversa!). Nello stesso tempo, Luca caratterizza l’oggi del compimento come quello in cui la parola risuona nelle orecchie di chi raccoglie. Non è un caso, forse, che si possa scorgere in Lc 4,21 una ripresa di Dt 5,1: «Ascolta, Israele, le leggi e le norme che oggi io proclamo ai vostri orecchi: imparatele e custoditele per metterle in pratica». Gli ascoltatori di Gesù, ma anche i lettori del vangelo, sono invitati a custodire questa nuova parola che è il Cristo, perché in essa è offerta loro la salvezza. E, paradossalmente, questa novità è sottolineata utilizzando soltanto parole già dette (quelle di Isaia esplicitamente, quelle di Mosè implicitamente) proprio per indicare che siamo davanti alla parola definitiva, quella che racchiude, supera e illumina tutte le parole precedenti. Come mettere in pratica la legge significa per Israele vivere sempre nell’oggi dell’alleanza data sul Sinai (cfr. Dt 5,2-3), così accogliere Gesù proclamato nella parola evangelica significa per la Chiesa vivere sempre nell’oggi della liberazione che si è compiuta in lui.

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