Home Commento a Genesi La sentenza sul serpente (Gen 3,14-15), un annuncio di speranza

La sentenza sul serpente (Gen 3,14-15), un annuncio di speranza

Emersa la verità, Yhwh Elohim può rendere giustizia e lo fa partendo dal serpente, per passare poi alla donna e al terrestre. Ritorna l’ordine dei personaggi così come nel racconto della trasgressione sono stati messi in scena, anche questo è un modo di riportare la verità delle cose. L’uomo e la sua donna sono stati accecati dalle parole menzionare del serpente che aveva promesso di aprire i loro occhi. Tocca a Yhwh Elohim invece aprire gli occhi alla prima coppia sulla verità di ciò a cui conduce la loro sciagurata scelta.

Come in 2,18-25 è Yhwh Elohim il solo protagonista e come là anche qui il quadro si chiude con l’uomo che dà un nome alla sua donna (cfr. 2,23 con 3,20). Il giudizio divino porta in sé un dato di verità. Se la parola del saggio è veritiera: «con le cose con cui uno pecca, con quelle viene punito» (Sap 11,16), allora le sentenze divine dicono qualcosa della colpa da Dio sanzionata. Esse sono in grado di svelare qualcosa di importante al colpevole e a coloro che assistono al processo, in questo caso il lettore. È bene che quest’ultimo non si fermi alle semplici pene inflitte da Dio, le quali, solo a prima vista, sembrano arbitrarie, ma sappia cogliere in esse le conseguenze nefaste che sono scaturite dall’aver avallato la logica del serpente. Diventa quindi urgente fare verità, mostrando quali siano gli esiti delle scelte secondo la logica del serpente. Infatti promettendo agli esseri umani di aprir loro gli occhi, il serpente li ha accecati. Non è quindi irragionevole ipotizzare che ora Yhwh Elohim desideri ridare la vista alle sue creature.

La maledizione del serpente: 3,14-15

Yhwh Elohim non concede la parola al serpente, si limita a formulare la prima sentenza, come se non volesse lasciare possibilità di replica e di spiegazione: inutile discutere con un essere tanto ambiguo e perverso. Dopo la frase di carattere giudiziale («Perché hai fatto questo»), eco del v. 13b, c’è la maledizione: «Maledetto sei tu più di (ʾārûr ʾattâ mi)…». Il senso della costruzione del verbo «maledire» con la preposizione min da molti commentatori è stato interpretato come una separazione dagli altri animali, una sorta di scomunica dalla comunità animale1, in realtà vi possiamo attribuire un senso comparativo («maledetto più di…») come in Gen 3,1 che è anche tipico di questa preposizione. Inoltre la proposizione non esprime una volontà, ma una constatazione2. Essa quindi non esprime una volontà ma una constatazione. Detto in altri termini Yhwh Dio non maledice il serpente ma constata che è maledetto. Il più astuto (ʿārûm, cf. 3,1) di ogni bestia si ritrova di colpo a essere il più maledetto (ʾārûr).

Né il terrestre, né la donna sono maledetti per il loro peccato ma solo il serpente. La domanda è d’obbligo: che cosa significa “essere maledetto”. Allargando lo sguardo al Dt scopriamo che al capitolo 27,11-26 Mosè ordina un strana cerimonia da compiersi quando il popolo sarà entrato nella terra di Canaan: una parte delle tribù salirà sul monte Garizim e da là benedirà tutto il popolo, mentre un’altra parte delle tribù si recherà sul monte Ebal e da là pronuncerà maledizioni sul popolo. Nel capitolo seguente, il ventottesimo, Mosè stesso pronuncia una serie di benedizioni se il popolo obbedirà fedelmente «alla voce del Signore» e una serie di maledizioni se non obbedirà «alla voce del Signore». Da questi due testi si raccoglie un dato: la maledizione è l’opposto della benedizione.

Tornando ora al nostro testo il lettore sa fin da Gen 1,22.28 che cos’è la benedizione: una sorta di onda di vita che si estende e si propaga permettendo la crescita e l’abbondanza. Da tutto questo il serpente è escludo perché vive (o meglio muore) della sua logica. Agli occhi di Dio non c’è nella creazione niente di più sterile e di latore di morte che il serpente. Se poi, come abbiamo visto, il serpente è la raffigurazione narrativa della bramosia, essa è mortale per la vita perché la rattrappisce fino a farla morire. In questo consiste l’essere maledetto del serpente. A prova di questo è lo stretto legame, stabilito da Dio, tra il serpente e la polvere, figura della morte (cf. 3,19). Nella polvere striscerà e si camufferà, di polvere si ciberà.

Lotta di ogni giorno

Dal linguaggio epico della sconfitta dei nemici il narratore ha preso queste immagini che si adattano bene al simbolo del serpente per esprimere la disfatta di quello che rappresenta. Non vuol dire che prima i serpenti avevano le zampe3, ma che Dio resta fedele al suo progetto «buono» per l’essere umano e riuscirà a realizzarlo, nonostante l’opposizione della bramosia. Questo è quello che afferma il vertice della sentenza del v. 15: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe…» (v. 15)4. La stirpe della donna altro non è che ogni essere umano che, a seguito della donna, riconosce il serpente ingannatore (cf. 3,13d).

La traduzione della seconda parte del versetto (15b.c) è problematica, perché il verbo ebraico šwf, reso con «schiacciare», ricorre solo qui e in altri due passi poetici difficili: Sal 139,11 e Gb 9,17. Un verbo simile šʾf significa «schiacciare» (cf. Am 2,7) e alle volte «aspirare, fiutare» (cf. Ger 14,6). Probabilmente la radice šwf ha ambedue i significati: «colpire» o «battere»5, oppure «adoperarsi per» o «lottare per»6. In alternativa è possibile scorgervi un gioco di parole fra i due significati differenti: la donna schiaccerà il serpente e il serpente afferrerà il calcagno dell’uomo7.

Un dato importante del v. 15 lo si ricava guardando anche all’espetto modale dei verbi: sono tutte forme verbali che esprimono azione reiterata8. Esse descrivo quindi un’ostilità vicendevole e durevole tra la stirpe della donna e quella del serpente/bramosia. L’esito dello scontro è già segnato come promessa di vittoria per l’umanità in quanto schiaccia la testa del serpente, la sua parte vitale e più vulnerabile (v. 15b).

La tradizione ebraica antica, a cominciare dalla traduzione greca dei Settanta e dai Targum Palestinesi (PseudoGionata, Neofiti) e da Onqelos9, ritenne il serpente simbolo di Satana e lessero nei vv. 14-15 la vittoria su di lui come quella del Re-Messia. Il Nuovo Testamento allude a questo passo interpretandolo in chiave messianica (Rm 16,20; Eb 2,14; Ap 12) e identificando la stirpe con il «Figlio dell’uomo» e la donna con Maria (Gv 2,4; 19,26). Infine la Chiesa primitiva, con Giustino (160 d.C.) e Ireneo (180 d.C.), ha letto Gen 3,15 come il Protovangelo: la prima profezia messianica dell’intera Scrittura che annuncia la sconfitta del male per opera del Cristo. Mentre un’interpretazione messianica può essere giustificata alla luce della seguente rivelazione — si parla di sensus plenior — sarebbe forse inesatto affermare che questa era la personale comprensione dell’autore. Egli, invece, prospetta probabilmente solamente un’umanità capace di sconfiggere il seme del serpente con il suo potere oscuro, inforza della promessa di Dio di vicinanza ed assistenza qui nel testo formulata.


  1. Cf. E.A. SPEISER, Genesis. Introduction, Translation, and Notes (AB 1), New York 1964, 24; WESTERMANN, Genesis 1-11, 259; GLAT I, 409.
  2. In effetti si tratta di una proposizione nominale semplice – senza un verbo finito – che in ebraico esprime la constatazione, il dato di fatto.
  3. L’idea era espressa dalla tradizione ebraica post-biblica: cf. Tg. Ps.-J.; Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, I, 1.50. e Berešit Rabbâ, XX, 5. Vedi anche H. GUNKEL, Genesis. Mit einem Geleitwort von Walter Baumgart-ner, Göttingen 1977, 20; Per A.W. SJÖBERG, Eve and the Chameleon, in W.B. BARRICK et al., eds., In the Shelter of Elyon. Essays on Ancient Palestinian Life and Literature in Honor of G. W. Ahlström (JSOTSS 31), Sheffield 1984, 222-223, il serpente era una sorta di camaleonte con gambe ma che si muove toccando con la pancia il terreno.
  4. Sul versetto c’è una nutrita bibliografica: R.A. MARTIN, The Earliest Messianic Interpretation of Gen 3:15, in JBL 84 (1965), 425-427; M. MCNAMARA, The New Testament and the Palestinian Targum to the Pentateuch (Analecta Biblica 27), Rome 1966, 217-222; W. WIFALL, Gen 3:15 – A Protoevangelium?, in CBQ 36 (1974), 361-365; J.P. LEWIS, The Woman’s Seed (Gen. 3:15), in Journal of the Evangelical Theological Society 34 (1991), 299-319; T.D. ALEXANDER, Further Observations on the Term “Seed” in Genesis, in Tyndale Bulletin 48 (1997), 363-367; J. COLLINS, A Syntactical Note (Genesis 3:15): Is the Woman’s Seed Singular or Plural?, in Tyndale Bulletin 48 (1997), 139-147.
  5. SKINNER, Genesi, 80-81; SPEISER, Genesis, 22; WESTERMANN, Genesis 1-11, 259-260.
  6. A. SCHENKER, Levitico, in T.C. RÖMER et al., eds., Guida di lettura all’Antico Testamento (Guide di lettura 1), Bologna 2007, ad hoc; B. JACOB, The First Book of the Bible: Genesis, New York 2007, 28.
  7. Cf. WENHAM, Genesis 1-15, 80 che accoglie le tesi di Cassuto, Kidner, Procksch.
  8. Le forme verbali sono degli yiqtol che esprimono azione aperte e quindi ripetibile.
  9. Il Targum è una traduzione aramaica del testo ebraico, alle volte la traduzione è letterale altre volte ci sono aggiunte che spiegano il senso.

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