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Pescatori di uomini vivi (Lc 5,1-11) – V° domenica del T.O. anno C

Il brano evangelico di questa domenica racconta la chiamata dei primi discepoli – Simone Pietro, Giacomo e Giovanni – anche se, in realtà, il teleobiettivo lucano è focalizzato su Simone. Essa è poi narrata in connessione con l’evento di una pesca miracoloso, quindi in modo diverso da Matteo (4,18-22) e Marco (1,16-20), dove non si ha nessun prodigio, ma soltanto la parola del maestro che invita a seguirlo. Inoltre mentre in Matteo e Marco la chiamata dei discepoli era posta all’inizio del ministero di Gesù, subito dopo la descrizione in termini sintetici della sua predicazione, il terzo evangelista la colloca dopo aver già narrato alcuni insegnamenti e miracoli (Lc 4,14-44). Il racconto di Lc 5,1-11, proposto dalla liturgia, ha diverse analogie con quello di Gv 21, non solo perché anche là si tratta di una pesca eccezionale, ma pure per il ruolo di Pietro nell’episodio. Sembra evidente che i due evangelisti si siano basati su una tradizione a loro precedente, adattandola però ciascuno al proprio progetto redazionale.

Il brano di Lc 5,1-11 si articola in una parte introduttiva (vv. 1-3) seguita dalla narrazione del prodigio (vv. 4-11).

L’introduzione: vv. 1-3

In quel tempo, ¹ mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret,  2 vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti.  3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Al v. 1 il brano si apre con Gesù circondato e quasi schiacciato dalla folla che vuole ascoltare la «parola di Dio» (ton logon tou theou). Luca per la prima volta usa questa espressione per qualificare l’insegnamento di Gesù. In precedenza al cap. 4 aveva impiegato altre modi di dire: «parole di grazia» in 4,22 o semplicemente «parola», anche se straordinaria, in 4,32.36. Con la locuzione «parola di Dio» si esplicita quanto già si poteva intuire in quelle descrizioni. Però non è casuale la scelta dell’evangelista, perché l’espressione parola di Dio è molto più frequente negli Atti degli Apostoli, per indicare il contenuto della predicazione apostolica1, che nel vangelo, per indicare l’insegnamento di Gesù (cfr. 5,1; 8,11.21; 11,28). Ciò significa che, implicitamente, Luca allude alla continuità che c’è fra le due realtà, nel senso che l’annuncio dei discepoli dopo la Pasqua prosegue la diffusione della parola di Dio iniziata da Gesù, e caratterizza sin dall’inizio il brano in prospettiva ecclesiologica. Anche il miracolo della pesca può essere inteso in tale prospettiva, perché la quantità enorme dei pesci catturati corrisponde alla moltitudine della folla che circonda Gesù: alla luce delle parole del v. 10 («d’ora in poi sarai pescatore di uomini»), si comprende che l’evangelista intende paragonare la missione di Gesù a quella dell’apostolo, sottolineando il grande successo di entrambe.

Nel v. 2 lo sguardo di Gesù cade su due barche ed egli prende l’iniziativa di salire su una di esse, quella di Simone, per sottrarsi alla pressione della folla e proseguire così il suo insegnamento. La preoccupazione principale di Gesù appare qui quella di poter continuare a istruire tutta la gente, senza lasciarsi travolgere da essa. In questo movimento si può cogliere, forse, un riferimento all’indisponibilità della parola di Dio da parte dell’uomo: per poterla proclamare, Gesù la deve sottrarre alla pressione della folla che tende a soffocarla, ristabilendo la distanza che permette l’ascolto. In altri termini l’uomo, per quanto affascinato da questa parola, la può vivere, sperimentandone la forza salvifica, soltanto nella libertà di obbedire a essa e non cercando di possederla, di piegarla al proprio tornaconto. In ogni caso il quadro dei vv. 1 -3 mette bene in risalto come Gesù eviti di farsi dominare dalla folla e mantenga l’iniziativa di quanto accade.

Luca non riporta la risposta del pescatore, ma il testo prosegue con Gesù «seduto» nel tipico atteggiamento del Maestro, intento ad insegnare alle folle «dalla barca». Uno strumento di lavoro è trasformato, per la presenza di Gesù, in una cattedra dalla quale annunciare la Parola ad una folla assetata.

Il miracolo 5,4-11

⁴ Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca».  5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».  6 Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.  7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.  8 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».  9 Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto;  10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».  11 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

«Quando ebbe finito di parlare» Gesù si rivolge direttamente a Simone con un comando che chiama in causa lui – «prendi il largo» – e il gruppo di pescatori che erano con lui: «gettate le vostre reti».

L’ordine di Gesù appare perlomeno strano ed entra in conflitto con l’esperienza di questi uomini. Hanno faticato tutta la notte invano, com’è possibile pescare di giorno, quando le reti diventano visibili ai pesci? È una richiesta assurda, come testimoniano le parole di Simone (v. 5). Eppure egli aggiunge: «ma sulla tua parola getterò le reti». Anche se la sua esperienza lo sconsiglia di ascoltare, egli decide di fidarsi della Parola. Non è però un fidarsi alla cieca, Simone ha udito questa parola autorevole e l’ha vista in azione nelle guarigioni operate nella sua famiglia e sulla soglia della sua casa (cfr. 4,38-41). In altri termini è come se il pescatore affermasse: «Non credo, ma mi fido perché sei tu». È un atteggiamento che ricorda quello di Maria (cfr. Lc 1,34.38): l’incredulità che conduce all’abbandono. Simone chiama Gesù «Maestro», un termine colmo di rispetto: possiamo pensare che Simone trasferisca il comando della sua barca al profeta di Nazareth.

Il risultato è sorprendente: obbedendo alla Parola, «presero una quantità enorme di pesci» (v. 6). Per evidenziare questo, il narratore entra nei dettagli: le reti rischiano di rompersi, una seconda barca deve intervenire sulla scena; entrambe vengono riempite al punto tale che rischiano di affondare (v. 7).

La reazione di Simone Pietro: 5,8-10b

Nel reagire Simone Pietro chiama Gesù, Signore, e si prostra davanti a lui (v. 8). Il miracolo conduce alla fede, alla coscienza di trovarsi a contatto con il mondo di Dio. Pietro non si arroga la pretesa di usare il potere di Gesù per il proprio tornaconto personale (così aveva fatto i concittadini di Gesù), ma riconosce di essere alla presenza di un mistero che non comprende e di cui ha paura. La dichiarazione che segue – «Sono un peccatore» – non va intesa sul piano morale, come se Simone riconoscesse e confessasse di aver condotto fino a quel momento una vita dissoluta e peccaminosa, ma corrisponde, nel linguaggio biblico, alla reazione tipica dell’uomo davanti alla manifestazione di Dio (come è ben evidenziato nella prima lettura a proposito della reazione del profeta Isaia). L’affermazione esprime lo stupore di un uomo che si trova «faccia a faccia» con il potere di Dio. Egli sperimenta la distanza tra il suo essere creatura e la santità di Dio: è un sentimento di timore reverenziale, di stupore perché «nessun uomo può vedere Dio e vivere». Inoltre, nel vangelo di Luca il termine ha una propria connotazione: riconoscersi peccatore pone Simone nella condizione di essere incontrato e salvato da Gesù, colui che è venuto «per salvare ciò che era perduto» (cfr. Lc 19,11). Soltanto chi riconosce il proprio bisogno di salvezza, soltanto chi cerca la salvezza fuori di sé, nel rapporto con la misericordia fatta carne, potrà incontrarla.

Lo stupore di Simone è condiviso da coloro che erano con lui: due sono identificati, Giacomo e Giovanni. È interessante notare che il testo utilizza qui un termine diverso rispetto al v. 7: sono chiamati koinōnói (compagni), non più metóchois (soci). Forse Luca vuole insinuare che i tre stanno condividendo qualcosa di molto più grande di un lavoro: l’esperienza di Dio e la chiamata a essere partecipi della costruzione del suo Regno nella storia. Per questo tra loro si instaura una qualità di rapporto diversa. Notiamo ancora che Gesù non chiama ‘singoli’ a seguirlo, ma persone in relazione, due coppie di fratelli in Marco e Matteo, una koinōnia (= un gruppo solidale) in Luca. Mi sembra una sottolineatura molto importante, perché rivela i tratti della comunità che Gesù sta radunando attorno a sé: una comunità costruita sulla comunione vissuta con Gesù; una comunità di fratelli chiamata a vivere e testimoniare relazioni nuove.

Una nuova prospettiva di vita: 5,10b-11

La replica di Gesù a Simone è misteriosa. Resa letteralmente in italiano suono così: «Non temere, d’ora in poi catturerai uomini vivi». Infatti il verbo greco zogreō significa «prendere un animale vivo per custodirlo»: Luca ricorre al linguaggio della traduzione in greco dell’Antico Testamento, detta Settanta, laddove si parla di uomini catturati vivi in un contesto di guerra con l’intento di salvare loro la vita (cfr. Nm 31,15.18; Dt 20,16; Gs 2,13; 2 Mac 12,35). Nel contesto, coloro che vivevano cacciando pesci per venderli morti al mercato, sono chiamati a cacciare persone vive per donare loro la libertà autentica, la buona notizia. Il discepolo è, dunque, chiamato a seguire Gesù, ad aderire a lui, perché la salvezza possa raggiungere ogni creatura immersa nel mare della storia, facendo ciò che lui stesso ha iniziato a fare: proclamare la parola di Dio.

La missione è preceduta dall’invito a «Non temere», espressione comune nell’Antico Testamento, quando Dio incontra l’uomo e lo coinvolge nella storia di salvezza. Il fatto che fa superare ogni paura è la presenza di Dio. Ciò accadrà «da ora in poi»: l’avverbio è comune in Luca (cfr. Lc 1,48; 2,52;22,18.69; At 18,6), dove denota un cambiamento segnato dalla rottura con il passato e dall’adesione ad un cammino nuovo, che in questo contesto è reso da due espressioni: lasciare (cose) per seguire Lui.

Da notare che Gesù non conclude la sua risposta invitando i tre a seguirlo: le sue parole continuano ad essere dirette soltanto a Simone. Questo mancato invito “esplicito” diventa un chiamata “implicita” a seguirlo rivolta a ogni lettore o lettrice del Vangelo. Subito quindi l’evangelista mostra come deve essere la risposta: oltre ad essere immediata, è comunitaria e, come ogni scelta determinante della vita, è avvolta nel silenzio.

I tre pescatori non calcolano: seguono l’intuizione dell’amore, perché soltanto chi è innamorato può compiere scelte totali e apparentemente irrazionali. Luca sottolinea come il distacco è definitivo: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Il tutto abbraccia ogni forma di sicurezza, quella derivante dal lavoro (economica, posizione sociale, futuro) e quella derivante dai rapporti (identità, coscienza di sé). Lasciano tutto e iniziano a seguire Colui che, progressivamente, diventerà il loro vero ‘Iο’.


  1. Cfr. 4,31; 6,2.7; 8,14; 11,1; 12,24; 13,5.7.46; 17,13; 18,11.

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