Home Commento a Genesi Eva madre dei viventi: Gen 3,20-21

Eva madre dei viventi: Gen 3,20-21

In perfetto parallelismo con Gen 2,18-25, l’uomo dà il nome alla propria donna e ritorna il tema della nudità e dei vestiti.

²⁰ L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
²¹Il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì.

Al v. 20 il dato dell’imposizione del nome è alquanto ambiguo. Infatti, da un lato, in Gen 2,18-25 il narratore racconta che l’uomo impose il nome a tutti gli animali della terra e del cielo, ma si guarda bene dal dirlo a proposito della donna, dall’altro l’uomo nel suo pseudo canto d’amore impone alla donna un nome che la rimanda a lui1. Ora il narratore afferma chiaramente che egli impone il nome, esercitando effettivamente su di lei un potere2. Il nome imposto ḥwwah, «Eva», deriva dalla forma verbale ḥāyah «vivere» : evoca perciò la «vita» stessa e caratterizza la donna nella funzione di madre, colei che è capace di trasmettere la vita. Notiamo che l’uomo della donna non coglie la sua alterità se non in quell’aspetto che gli permette di sopravanzare l’ultima sentenza di Yhwh Elohim: il ritornare alla terra. Eva è madre in quanto può prolungare la vita dell’uomo3.

Dio riveste la prima coppia. Primo segno di misericordia

Un segno decisamente positivo è il prendersi cura da parte di Yhwh Elohim dell’uomo e della sua donna rivestendoli con «tuniche di pelli» (v. 21). Il vestire qualcuno ha una funzione protettiva ed è inoltre carica di simbologia legata alla posizione o al ruolo che uno può venire a ricoprire nella società. Il verbo usato è lāḇaš alla forma hitpael che nell’Antico Testamento registra un duplice uso:

• l’intervento del re che fa rivestire un suddito per onorarlo (cfr. Gen 41,42, l’azione del faraone nei confronti di Giuseppe e 1Sam 17,38),

• il secondo indica l’azione dei sacerdoti che si vestono delle sacre vesti, come nel caso di Mosè (Es 28,4M 29,8; 40,4; Lv 8,13).

La terminologia del giardino ancora una volta richiama il culto (cfr. l’uomo posto nel giardino per lavorarlo e custodirlo: Gen 2,15)4. Il gesto divino nei confronti di questa coppia disobbediente desta, come scrive Brueggemann, sorpresa: i trasgressori, destinati alla morte, non solo sono risparmiati ma pure rivestiti. Colui che mette alla prova è colui che alla fine provvede (3,21; cf. 22,1-14)5.

L’uomo e la donna, dopo la disobbedienza, prendono consapevolezza della loro nudità, ma non sanno come gestirla, come farvi fronte. Neppure sono capaci di vestirsi a vicenda. La scena è altamente simbolica e carica di profezia: è il segno-promessa che Yhwh Elohim non mancherà di prendersi ancora cura di loro .


  1. Cfr. quanto detto sul post dedicato.
  2. Cfr. TRIBLE, The rhetoric of sexuality, posizione 2594.
  3. WENHAM, Genesis 1-15, 84, sottolinea come la positività del nome (cfr. Keil, Delitzsch, Von Rad, Steck) sia alquanto dubbia.
  4. Cfr. il post dedicato a Gen 2,15. La tradizione giudaica più antica conferma una simile interpretazione. Le recensioni targumiche esistenti (Neofiti, Ps. Jonathan e Onkelos) traducono «tuniche di pelli» con «tuniche di gloria», mentre un commento rabbinico alla Genesi (Gen Rabbah, XX, 2) semplicemente cambiando l’ebraico ʿôr, «pelle», in ʾôr, «luce», traduce con «tuniche di luce». In entrambi i casi il vestito riceve un valore positivo.
  5. BRUEGGEMANN, Genesi, 71-72.

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