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Genesi 4 introduzione

Nonostante la costruzione verbale ebraica marchi uno stacco rispetto alla narrazione precedente e fatto salvo che la compositio loci non è più quella del giardino di/in Eden, i protagonisti iniziali del nuovo capitolo sono ancora Adamo e sua moglie Eva; c’è poi l’essere divino che il narratore non qualifica più con il doppio nome, Yhwh Elohim, ma semplicemente come il tetragramma sacro. Tutto questo costituisce un legame con il racconto precedente e il lettore non può fare a meno di chiedersi se i problemi riscontrati precedentemente si ripeteranno o saranno definitivamente superati. Inoltre la costruzione verbale che inizia il quarto capitolo può essere letta come un’analessi: il recupero di un’informazione non data in precedenza. Su questo aspetto ritornerò presto per il momento riassumo quanto raccontato.

Avendo rifiutato il limite che struttura ogni realtà creata, compresa quella umana, e lasciandosi dominare dalla bramosia, l’uomo e la donna perdono il giardino di Eden. Nella loro missione l’uomo e la donna, già costituiti immagine di Dio, dovevano realizzare la somiglianza attraverso il dominio della propria animalità («pascolando» la propria animalità). Erano chiamati a vivere il limite come una potenzialità, una chiamata ad aprirsi all’alterità dell’altro, che fosse Dio e l’altro partner non importa; era la condizione perché si realizzasse una relazione che portasse l’uomo a svilupparsi felicemente (Gen 2,16-22).

Quando l’uomo cede alla propria bramosia senza che la donna vi si opponga in alcun modo nel presunto canto di giubilo (Gen 2,23) e viceversa nella scena del frutto proibito (Gen 3,1-6), la conseguenza è che il limite viene negato da entrambi. È stata una scelta fatale che ha compromesso lo sviluppo personale e della loro relazione (Gen 3,8-24). Fagocitati dalla bramosia della loro parte animale, sono andati alla deriva dalla loro vocazione. Poi nel momento in cui hanno creduto di raggiungerla («sarete come Dio»), scoprono che sono «nudi» come il serpente da cui si sono lasciati ingannare.

All’inizio del capitolo quarto il lettore è messo davanti al fatto che la prima coppia è fuori dal giardino ma non senza legami con esso, la quale genera prima Caino e poi Abele suo fratello. In 4,1-2 c’è ancora Adamo, Eva sua moglie e la vita che si sprigiona secondo quanto ha detto Yhwh Elohim alla donna in 3,16. Però a detta della parola divina, non sarà facile, né in seno alla relazione della coppia, né nelle relazioni parentali. L’attenzione poi si sposta subito su Caino e Abele suo fratello, il cui racconto copre quasi la metà del capitolo quarto.

Prima di procedere oltre è bene dare uno sguardo all’intero capitolo che è incorniciato dalle seguenti espressioni:

  • Adamo conobbe (yādaʿ) Eva sua moglie (4,1);
  • Adamo di nuovo conobbe (yādaʿ) sua moglie (4,25)

grazie alla quale il narratore racconta la nascita dei figli di Adamo ed Eva. Inoltre la nascita del terzo figlio Set ricorda le figure dei primi due, Caino e Abele («Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso»; 4,25b).

La formula utilizzata alle estremità ritorna al centro del racconto quando il narratore evoca la nascita del figlio di Caino: «Ora Caino conobbe [yāḏaʿ] sua moglie» (v. 17). Queste ripetizioni strutturano il capitolo in tre parti:

  1. la storia di due fratelli e il suo tragico epilogo (vv. 1-16);
  2. la discendenza di Caino (vv. 17-24);
  3. la famiglia di Sem (vv. 25-26).

Nel corso della lettura-commento del capitolo ci soffermeremo sopratutto sui primi sedici versetti.

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