Home Commento a Genesi Caino e Abele: il morso del serpente. Gen 4,1-16 (prima parte)

Caino e Abele: il morso del serpente. Gen 4,1-16 (prima parte)

La storia dei due fratelli è uno dei racconti biblici dell’AT che hanno registrato una straordinaria fecondità letteraria, pittorica e cinematografica. Tutto questo è dovuto a diversi motivi: il primo è che il racconto si presenta conciso e allusivo al tempo stesso; tra le righe del testo, il lettore può scavare talvolta con grande libertà; infine, come osserva Alian Marchadour, esso «rimane spesso misterioso, enigmatico, scandaloso addirittura a una prima lettura, al punto che il lettore è tentato di cercare sensi nascosti». Pur nella sua brevità Gen 4,1-16 è un testo complesso e affascinante al tempo stesso, non privo di difficoltà (alcune insormontabili), proprio per questo suo lato misterioso continua ad attirare l’attenzione di molti lettori.

La struttura del brano si dipana, dopo la presentazione dei personaggi, in un’alternanza tra narrazione e discorso:

  • vv. 1-2 Presentazione Presentazione di Caino ed Abele
  • vv. 3-5 Narrazione Caino e Abele attori principali
  • vv. 6-7 Dialogo Yhwh interpella Caino
  • v. 8 Narrazione Caino e Abele soli
  • vv. 9-15 Dialogo Yhwh chiede ragione a Caino di Abele
  • v. 16 Narrazione Caino.

All’inizio Caino ha un fratello Abele, alla fine del racconto Caino si ritrova solo. Il dialogo Yhwh e Caino ritma il racconto e nello stesso tempo incornicia il punto di svolta del racconto: l’omicidio del fratello (v. 8). La trama è chiaramente di risoluzione secondo una prospettiva peggiorativa.

L’apparente tranquillità familiare: vv. 1-2

Il testo prende le mosse da una situazione di pacifica vita familiare (v. 1) e si chiude con una situazione di irrisolta alienazione (v. 16). Gen 4,1-16 è il primo racconto a trattare di una lotta che ricorrerà spesso nella Bibbia, quella con la realtà del «fratello» come componente dolorosa ma cruciale del destino umano; prelude al rapporto tra Giacobbe ed Esaù (cf. 25,19-34; 27,1-45) e tra Giuseppe e i suoi fratelli (37,1-35)1.

1 Adamo conobbe Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino e disse: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore».  2 Poi partorì ancora Abele, suo fratello. Ora Abele era pastore di greggi, mentre Caino era lavoratore del suolo. 

Come già accennano nella presentazione di Gen 4 la costruzione verbale iniziale segnala un rimando al racconto precedente. Due poi sono le possibili traduzioni:

  1. Quando il terrestre conobbe Eva sua moglie, [essa] concepì e partorì Caino …

  2. Ora il terrestre aveva conosciuto Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino …

Lasciando alla nota in calce la spiegazione filologica delle due opzioni2, il dato assodato delle traduzioni è che entrambe rimandano a un momento anteriore rispetto al racconto che si sta aprendo. Tutto ciò spinge il lettore a chiedersi: quando e dove l’uomo ha conosciuto Eva?

Innanzitutto notiamo che l’«uomo» è nuovamente chiamato dal narratore «il terrestre» (hāʾādām), questo è, come molti commentatori hanno notano, il nome proprio, ma forse le cose possono essere un po’ diverse. Quello che egli aveva fatto, il narratore lo presenta così: «Aveva conosciuto Eva, la sua donna». Il verbo «conoscere» (yādaʿ) nella sua accezione di conoscenza sessuale ricorre una quindicina di volte nell’AT di cui tre volte in Gen 43.

Il suo utilizzo con questo significato risulta essere alquanto sinistro. Si pensi, ad esempio, a Gen 19,5 dove gli abitanti di Sodoma lo impiegano quando chiedono a Lot di far uscire i suoi ospiti per «conoscerli» sessualmente con un abuso collettivo di tipo omosessuale. La cosa si ripeterà anche in Gdc 22 con gli abitanti di Gabaon, mentre in Ez 19,7 il verbo sembra evocare lo stupro delle vedove. Robert Alter, un noto studioso americano, nelle sue note filologiche alla Genesi segnala che il verbo se da un lato esprime relazione intima dall’altro porta in sé il marchio del possesso; anche se si tratta di un possesso legittimo si tratta sempre di un dominio4. Il dato certo è che il verbo non dice quella reciprocità relazionale narrata da Gen 2,24 e prospettata come ideale per ogni relazione tra uomo e donna; eppure la lingua ebraica è dotata almeno di due modi capaci di esprimerla: «andare verso» (bôʾ ʾel)5 o «coricarsi con» (šākaḇ ʿim o ʾēt)6. Tutto questo porta a concludere che la scelta del narratore è voluta e probabilmente motivata dal fatto che nel giardino di Eden l’uomo (hāʾādām) conosce, nell’accezione comune del verbo, la sua donna: infatti fin dal momento che la vede in Gen 2,23 parla di lei come se la conoscesse, come se sapesse esattamente chi è: «osso delle mie ossa e carne della mia carne, ʾiššâ presa da ʾîš». Inoltre, in Gen 3,20 impone alla sua donna un nome, con il quale la definisce come madre e c’è in quell’espressione una certa somiglianza con Gen 4,1:

  • E l’uomo chiamò il nome del-la sua donna Eva poiché fu madre.
  • E l’uomo aveva conosciuto Eva la sua donna.

Nel dare il nome, che palesa la funzione materna di cui Dio aveva parlato per due volte (3,15.16), c’è un atto di dominio e di conoscenza, una presa sull’oggetto conosciuto a cui è ridotta Eva. Inoltre, c’è da rammentare che per il serpente il conoscere era il privilegio che permetteva ad Elohim la sua superiorità. Forse c’è qualcosa del genere anche nel conoscere dell’uomo la sua donna.

Tornando al testo di Gen 4,1 il narratore presenta la nascita di Caino non come il frutto di una relazione improntata alla reciproca, espressa bene in Gen 2,24, ma come una conoscenza/dominio dell’uomo indifferenziato (prima che intervenisse Yhwh Elohim per separarlo in maschio e femmina) – cosa che riflette bene quanto era già successo nel falso canto di amore di Gen 2,23, in cui lo stesso uomo indifferenziato si era impadronito della «sua» donna. Di conseguenza Eva viene ridotta a un oggetto, svilendo la sua alterità di soggetto nella relazione.

A questo punto il versetto 4,1 apparentemente innocuo, perché presenta, un uomo, una donna, un bambino, evoca il dominio annunciato da Yhwh Elohim alla donna come conseguenza della trasgressione: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà»7. L’utilizzo quindi del narratore dell’appellativo hāʾādām per l’uomo è una ulteriore conferma, dato che era stato impiegato per introdurre il falso canto di amore – in realtà un canto di possesso – di Gen 2,23 (cfr. Post).

Eva e l’uomo acquistato (= Caino)

Dopo la presa di conoscenza dell’uomo (hāʾādām), tutta l’attenzione del narratore si sposta su Eva che concepisce e partorisce il primogenito a cui mette il nome di Caino. Il nome proprio Qayin, «Caino», ha a che fare etimologicamente con «lancia», «fabbro»8, ma Eva lo lega, con un’etimologia a senso, al verbo qānâ «acquistare», «creare», «procreare» (cf. Gen 4,1; 14,19.22; Es 15,16; Dt 32,6; Sal 74,2; 78,54; 139,13; Pr 8,22)9: «Ho acquistato un uomo da (ʾet) Yhwh», dice Eva; oppure: «Ho procreato un uomo con Yhwh»10.

La doppia possibilità di traduzione è legata al significato che si attribuisce alla particella ebraica ʾet: essa può essere intesa come segno dell’oggetto diretto, oppure come preposizione con il significato di «con» o di «da». Quest’ultimo significato, abbastanza raro, è attestato in Gen 49,25 e in una espressione accadica šamû ’itti «comperato da»11. Difficile scegliere tra le due possibilità, entrambe non del tutto esaustive. Comunque sia, nell’insieme non c’è dubbio circa il significato: alla nascita del suo primogenito, Eva, la madre di tutti i viventi, se ne esce in un un’esclamazione di esultanza con cui riconosce una complicità di Yhwh. Fin dall’inizio Caino è presentato in un particolare rapporto con Yhwh.

Le parole di Eva sono introdotte così dal narratore: «…e Eva disse». Disse a chi? Non si rivolge a Yhwh, di cui l’ultima menzione è ancora nel giardino di Eden (Gen 3,23), e neppure all’uomo perché manca qualsiasi pronome a lui riferito. Si ha ancora una volta un monologo come quello dell’uomo indifferenziato in Gen 2,23. In quell’occasione il lettore ha appreso che un’esclamazione meravigliata, addirittura innamorata, può nascondere in chi la pronuncia una volontà di dominio e di presa di possesso anche inconsapevole. Che anche l’esultanza di Eva rientri in questo caso?

Inoltre, la “mamma” Eva si rivolge al proprio primogenito non con l’appellativo di «figlio» (bēn o sinonimi), ma con quello di ʾîš, «uomo/marito», termine con cui si designa di solito un uomo adulto, non certo un neonato o un figlio12. Dopo la prima menzione dell’uomo, di cui si dice che «conobbe», egli scompare dalla scena del versetto e resta solo Eva con il suo primogenito Caino, che nelle parole della madre dei viventi diventa ʾîš, «uomo/marito».

La domanda è quindi quasi scontata: uomo/marito di chi? Certamente di Eva. In questo modo, Eva esclude il suo partner, quell’ʾîš (uomo maschio) chiamato a unirsi con la sua ʾiššâ (donna, cfr. Gen 2,24), togliendogli il suo posto di genitore, per sostituirlo con Yhwh, con il quale afferma di aver avuto questo figlio. Facendo questo però Eva innesca con il proprio figlio una relazione esclusiva di tipo incestuoso, perché il figlio viene ad occupare il posto dell’uomo/marito che la l’ha dominata. Di conseguenza Eva esercita sul figlio una specie di potere superiore come l’uomo lo aveva esercitato su Eva con il suo «conoscere». Eva sostituisce un uomo che la domina con un uomo/figlio che lei possiede in una relazione fusionale. In un certo qual senso ora prende corpo la prima parte della sentenza di Yhwh-Dio sulla donna: «Verso tuo uomo/marito sarà il tuo istinto…»13.

In questo pantano di relazioni viziate viene alla luce Caino che è oggetto di una attenzione di possesso da parte della madre che lo trasforma in un simbolo unitivo con Yhwh («ho acquistato/procreato un uomo da/con Yhwh»). Osserva giustamente Alain Didier-Weill: «quel che il testo della Genesi ci insegna a proposito delle circostanze che hanno presieduto alla nascita di Caino non indica, anzi al contrario, che il neonato sia stato accolto in questa situazione d’amore simbolico tramite la quale una madre, rinunciando al rapporto di possesso, è pronta a fare spazio, tra lei e il bambino, alla mediazione della parola terza di un padre»14. Caino vive un particolare rapporto con la madre e con Yhwh.

Abele, il fratello

Non è così per Abele, alla cui nascita non viene detto nulla del genere. L’etimologia ebraica del nome fa riferimento al vocabolo hēḇēl, «soffio» o «inconsistenza», che il Qohelet utilizzerà per 38 volte e sarà reso in italiano con «vanità»15. «Abele porta simbolicamente nel suo nome il dramma che l’attende, la fugacità della sua esistenza, la fragilità della sua storia»16. Non è su questo aspetto di fragilità, comunque, che si sofferma il racconto della Genesi, neppure su un qualche legame tra Abele e Yhwh; piuttosto, a definire Abele, per il narratore, è un unico tratto: è il fratello di Caino. Se confrontiamo come i due fratelli vengono presentati all’inizio, Caino emerge come personaggio principale: con lui Dio dà a Eva un uomo, con il secondo Eva dà a Caino un fratello17.

Questa poca importanza che il narratore dà ad Abele non è priva di conseguenze per Caino, perché agli occhi di quest’ultimo il fratello minore non esiste, tanto che Caino non gli rivolgerà neppure la parola e ciò è il frutto del rapporto distorto che la madre ha messo in atto con lui. Anche ad Abele non è permesso dalla madre di frapporsi nel rapporto che lei ha instaurato con il primogenito. Caino pertanto rimane prigioniero di questo legame e ciò accade nella più normale apparenza. Basterà un nulla per far esplodere la situazione.

Due mestieri

Un ultimo appunto conclude il v. 2: «Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo». Abele è presentato come guardiano di greggi, un pastore e ciò suggerisce l’idea della presenza di animali domestici; in più l’attività di Abele è nobile nel senso che sarà quella di Giacobbe (Gen 30,36), di Giuseppe (37,2), di Mosè (Es 3,1) e di Davide (1Sam 16,11; 17,34). Caino è presentato come «lavoratore del suolo». L’espressione letteralmente suona «servo del suolo» (ʿōḇēd ʾădāmâ). Questo tratto lo accomuna con suo padre il terrestre tratto dalla terra, anch’esso coltivatore del suolo sia prima (cfr. Gen 2,15) che dopo (Gen 3,23) il suo peccato. La terra però che il terrestre e Caino coltiveranno, dopo la trasgressione, sarà fuori dal giardino di Eden.

La ricerca moderna ha letto nell’attività dei due fratelli due modelli sociali del vicino oriente antico: in Abele la civiltà pastorale nomadica, in Caino quella agricola sedentaria18. Al di là di tale possibile riferimento sociale, notiamo l’effetto di queste poche parole: la nascita di un fratello ha portato all’interno dell’umanità un’ulteriore differenziazione che ha un ordine sociale. È però una differenziazione ‘muta’ perché i due fratelli non entrano mai in relazione dialogica.

Continua …


  1. Cf. il libro sulla fratellanza di L. ALONSO SCHÖKEL, Dov’è tuo fratello? Pagine di fraternità nel libro della Genesi (Biblioteca di cultura religiosa 50), Brescia 1987.
  2. Le prime due proposizione del v. 1 formano lo schema sintattico antefatto (v. 1a–inizio della narrazione (v. 1b) che caratterizza, come ha ben rilevato A. Niccacci (NICCACCI A., Sintassi del verbo ebraico nella prosa biblica classica. (SBF Analecta 23), Franciscan Printing Press, Jerusalem 1986, §§ 18-20) i primi racconti della Genesi (cf. Gen 1-3; 2,5-7; 3,1a.b). Questo permette di distinguere i diversi piani della narrazione: quello retrospettivo con cui il narratore espone l’antefatto del racconto, e quello di grado zero (wayyiqtol iniziale), che inizia la narrazione vera e propria. Tale schema sintattico lo si può rendere con una proposizione doppia di natura temporale dove la proposizione nominale complessa di 1a funge da protasi mentre la proposizione verbale 1b da apodosi: «Quando il terrestre conobbe Eva la sua donna, essa concepì». Altra soluzione è quella di rendere la proposizione nominale complessa in italiano con un verbo al piuccheperfetto: «Ora il terrestre aveva conosciuto Eva la sua donna e essa concepì» (cf. WÉNIN A., Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I Gen 1,1-12,4 (Testi e commenti 14), EDB, Bologna 2008, 93). Al di là della scelta sintatticamente la tessitura testuale informa che c’è un’azione previa all’inizio della narrazione che consiste nella conoscenza da parte dell’uomo di Eva. B.T. ARNOLD, Genesis (NCBC 1), Cambridge University Press, New York 2009 [Kindle Edition], posizione 2237 nota 177, scrive: «The same syntax may also, however, indicate anterior action, such as an English pluperfect, implying coitus took place inside Eden and birth took place outside Eden». Cfr. anche H.C. BRICHTO, The Names of God. Poetic Readings in Biblical Beginnings, Oxford University Press, New York 1998, 97.
  3. GLAT, III, coll. 575; E. TESTA, Genesi. Introduzione – Storia primitiva (La Sacra Bibbia), Torino-Roma 1969, 331.
  4. Così anche R. ALTER, Genesis: Translation and Commentary, W.W. Norton & Co., New York 1996, 16.
  5. BDB, 1054 § 1.d: Gen 6,4; 16,2; 30,3; Gdc 16,1.
  6. BDB, 9919 § 3; HALOT, 9575 § 2.d.
  7. Cfr. A. WÉNIN, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I Gen 1,1-12,4 (Testi e commenti 14), Bologna 2008, 98-99.
  8. Il riferimento è all’aramaico qênāyā’ o qênā’â e all’arabo qaynun. Cfr. J.A. SOGGIN, Genesi 1-11. Commento storico esegetico all’Antico e al Nuovo Testamento (CSANT 1/I), Genova 1991, 95; G.J. WENHAM, Genesis 1-15 (WBC 1), Nashville 1987, 101.
  9. Cfr. A. STRUS, Nomen – Omen. La stylistique sonore des noms propres dans le Pentateuque (Analecta Biblica 80), Rome 1978, 65.
  10. Cfr. D.E. BOKOVOY, Did Eve Acquire, Create, or Procreate wiht Yahweh? A Grammatical and Contextual Reassessment of qnh in Genesis 4:1, in Vetus Testamentum LXIII.1 (2013), 19-35, che presenta un dotto excursus sul verbo qnh in ambito biblico e ugaritico concludendo che la miglior traduzione è «Eva procreò un uomo con Yhwh».
  11. Per l’accadico cf. U. NERI, Genesi. Versione Ufficiale Italiana Confrontata con ebraico masoretico, greco dei Settanta siriaco della Peshitta, latino della Vulgata (Biblia AT 1), Bologna 1986, 85-86. L’espressione a cui Borger si rifà è: It-ti-ili-a-šam-šu, “Ich-habe-ihn-von-Gott-gekauft” («Ho acquistato lui da Dio»).
  12. WENHAM, Genesis 1-15, 101, annota che il lemma in nessuna parte dell’AT è impiegato per descrivere un ragazzo e tanto meno un bambino.
  13. Per Cassuto nella esclamazione di Eva c’è qualcosa di arrogante perché Yhwh ha creato il primo uomo mentre lei il secondo. Di conseguenza il suo atto creativo non è da meno di quello di Yhwh. Così anche WESTERMANN, Genesis 1-11, 290. Se le cose stessero così dovremmo avere nel testo la preposizione kᵉ e non ʾet. È l’obiezione di HAMILTON, Genesis 1–17, [Kindle Edition] posizione 3982, che a sua volta non spiega il termine ʾîš.
  14. A. DIDIER-WEILL, Caïn, l’homme furieux, in C. DANZIGER (ed.), Violence des families, maladie d’amour (Autrement. Mutations, 168), Autrement, Paris 1997, 20.
  15. Si parla anche di un etimo accadico ap/blu che significa «figlio», ma non sembra plausibile che la madre chiami il proprio bambino «figlio». F. Zimmermann lega il termine Abele con l’araba habala, essere priva di un figlio dalla morte (G. BORGONOVO, L’irrevocabile promessa (Gen 15,1-21), in G. BORGONOVO – COLLABORATORI, eds., Torah e storiografie dell’Antico Testamento (Logos. Corso di Studi Biblici 2), Leumann (TO) 2012, 324-325). Così anche E. RUPRECHT, Der Traditionsgeschichtliche Hintergrund Der Einzelnen Elemente Von Genesis XII 2-3, in Vetus Testamentum 29.4 (1979), 282-283.
  16. G. RAVASI, Il libro della Genesi (1-11), Città Nuova, Roma 1990, 93-94.
  17. Per WÉNIN, Da Adamo ad Abramo, 100, c’è una distorsione di rapporti madre e figli: con Caino Eva ha un rapporto fusionale, con Abele un rapporto al limite del disinteressamento.
  18. Cfr. ALONSO SCHÖKEL, Dov’è tuo fratello, 33-34; T.B. DOZEMAN – K. SCHMID, eds., A farewell to the Yahwist? The composition of the Pentateuch in recent European interpretation (Society of Biblical Literature 34), Atlanta 2006, 121.

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