¹⁹La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei… (Gv 20,19ss).

Queste poche righe del vangelo di Giovanni ci riportano al giorno di Pasqua, il primo della settimana, quando i discepoli erano radunati insieme. Pietro e l’altro discepolo, quello che Gesù amava, in «quel giorno» erano corsi al sepolcro e lo avevano trovato vuoto come era stato detto loro dalle donne. Inoltre, il discepolo amato da Gesù aveva «visto e creduto», mentre Maria di Magdala, dopo aver incontrato i Risorto che l’aveva chiamata per nome, piena di gioia era corsa ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore! e ciò che le aveva detto» (Gv 20,18).

Ciononostante, tutto è ancor avvolto nel buio, la notte “esterna” è segno di quella interna alla comunità dei discepoli. Le porte sbarrate rimandano al cuore incapace di leggere i segni perché, come dice Giovanni, è imprigionato dalla paura: «per timore dei Giudei».

Il quarto evangelista, iniziando così il racconto della prima apparizione di Gesù alla comunità dei discepoli, mette davanti a noi lettori il paradosso della vita cristiana e di quella consacrata. Pur essendo insieme, convocati dall’annuncio pasquale di Maria, la fraternità degli apostoli vive ancora nella notte della paura e del dubbio, nella notte dell’assenza di Gesù. Non sembra bastare lo sguardo attento di Pietro, la fede del discepolo amato e la testimonianza di Maria Maddalena per liberare la fraternità dall’esperienza di morte.

Come quella primigenia fraternità sono anche le nostre. Infatti noi crediamo, ma la nostra fede non si apre su orizzonti di vita, non libera dalla paura delle morti quotidiane, dell’insuccesso, del non essere ascoltati ed accolti. Gioiamo per la risurrezione del Signore, ma viviamo senza speranza. Come uscirne?

Giovanni ci racconta che proprio in questa realtà il Risorto si rende presente. Gesù incontra i discepoli come e dove sono, non attende che siano migliori. Attraversa le loro porte sprangate e appare nel loro buio. Penetra nella loro paura e li incontra nel grido inconsapevole del loro cuore… come aveva incontrato Maria nella sua disperazione (Gv 20,11-15) e i due diretti verso Emmaus nella loro delusione (Lc 24,13-27). Qui c’è la prima buona notizia: non esiste situazione umana in cui il Risorto non possa incontrarci; c’è un’alba di risurrezione in ogni esperienza di buio, di paura, di croce, di morte e di sepoltura.

L’irrompere della luce del Risorto nel buio delle nostre fraternità serrate, porta un dono: «Pace a voi». È il saluto pasquale che Gesù aveva annunciato e promesso:

  • Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore (Gv 14,27).
  • Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo! (Gv 16,33).
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La pace elargita da Gesù Risorto non tutela dalla prova, né costituisce un antidoto contro la sofferenza; ciononostante essa dona di abitare la sofferenza nella certezza che la risurrezione del Cristo è il nostro presente. Per questo il Risorto mostra le mani trapassate dai chiodi e il costato ferito dalla lancia. Se da un lato le “piaghe” inflitte dall’odio continuano ad essere presenti nel corpo glorificato di Gesù, esse non sono soltanto un espediente per riconoscere nel Risorto il Gesù di Nazareth, ma costituiscono un segnale per guidare a comprendere il significato della morte e risurrezione del Signore e della missione affidata agli apostoli. Le “piaghe” sono, infatti, segni di un amore che non conosce limiti e di una presenza che trascende la morte: i segni di violenza sono divenuti segni di vittoria, della vittoria che ha sconfitto il mondo. Proprio là dove il male e la morte credevano di costruire la propria vittoria furono sconfitti. Proprio là dove tutti ormai pensavano ad un fallimento ha avuto inizio il trionfo, perché le “piaghe” rispondono alla logica del seme: «Se il seme caduto in terra non muore, rimane da solo, ma se muore porta molto frutto» (Gv 12,24).

La reazione dei discepoli è la gioia: «I discepoli gioirono nel vedere il Signore» (Gv 20,20). Interessante notare che il verbo tradotto come “vedere” è horáō, lo stesso utilizzato in 20,8 – «vide e credette» – e in 20,18: «Ho visto il Signore!». Il medesimo verbo ritornerà nell’annuncio dei discepoli all’amico assente – «Abbiamo visto il Signore!» (v. 25); e nell’invito del Risorto a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani» (v. 27). Horáō esprime, dunque, un vedere “oltre”, il vedere credente. I discepoli non vedono soltanto Gesù, il Maestro con cui avevano percorso le strade della Galilea, ma il Signore ed a lui aderiscono nella fede.

Tuttavia, il Gesù giovanneo non permette alla sua comunità di fermarsi alla gioia, la spinge “oltre”: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (v. 21). Nell’esperienza biblica, infatti, la gioia e l’adesione della fede non sono mai fine a se stesse, perché ogni dono è per la missione e se la fede non viene donata si atrofizza e muore. Di conseguenza le nostre comunità cristiane non possono ridursi ad essere luoghi in cui ciascuno ricerca il proprio benessere, esse sono, perché ricalcano la comunità di Gesù, evangelizzatrici e missionarie. E segno primo è la letizia che le deve caratterizzare.

L’invito rivolto ai discepoli non è altra cosa rispetto alla missione di Gesù, ma la continua ed è, pure, la risposta alla sua preghiera rivolta al Padre: «Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo» (Gv 17,18). Perché ciò accada, Gesù dona lo Spirito, quello stesso che il Crocifisso morente aveva “alitato” sulla piccola fraternità radunata ai piedi della croce (Gv 19,30). Ora il medesimo Spirito è soffiato sulla comunità dei discepoli. Lo Spirito crea una comunione profonda tra il Risorto e i suoi, segnata dalla condivisione del suo dono: il perdono. I discepoli del Crocifisso-Risorto sono inviati per immergere l’umanità nel perdono del Padre. Le parole del Risorto sono un appello urgente: la salvezza deve raggiungere i confini del mondo, perché ogni creatura possa credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbia la vita nel suo nome (Gv 20,31).

Cari lettori, mi auguro e vi auguro che questa Pasqua ci faccia attraversare le nostre paure e i nostri limiti per condurci alla terra del Risorto, facendo sbocciare dentro di noi e tra di noi la gioia di ri-motivarci se siamo delusi, di ri-conciliarci se ci siamo divisi, di ri-trovarci come fratelli e sorelle se ci siamo persi.

Così diventeremo fraternità del Risorto che annunciano, sotto l’azione dello Spirito, il perdono, prima vissuto tra di noi, e poi donato ad ogni donna e uomo come lievito nuovo.

fr. Roberto Tadiello

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