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Un rapporto vitale e vivificante: Salmo 16

I poeti oranti del libro dei salmi hanno cantato, perché vissuto, la relazione unitiva Dio-uomo/credente, dove il Signore è percepito nella sua immediatezza ed essenzialità, espressa da immagini di pregiata bellezza: il Signore è la luce, la sola in cui l’uomo comincia a vedere veramente se stesso e il proprio mondo; il Signore è l’acqua viva che dona alla vita umana fertilità e bellezza; il Signore è la roccia su cui l’uomo trova un luogo di salvezza nel caos delle paure e dei pericoli; il Signore è il soffio che dà vita e ispirazione; il Signore è l’unico bene. Il Salmo 16 è un testimone di questa visione mistica.

Commento

Il principio ordinatore del Sal 16, come di molti salmi, è dato dalla caratteristica della poesia biblica ebraica, il parallelismo. A partire da esso si possono individuare almeno cinque parti. Nei vv. 1-2 c’è la fiduciosa richiesta di protezione rivolta al Signore da parte di chi prega. Nei vv. 3-4, una probabile aggiunta successiva, proprio perché Dio è percepito come reale sicurezza, l’orante rifiuta tutti riti e le pratiche delle religioni straniere1. Segue la testimonianza di una duplice esperienza di Dio: quella del Signore percepito come spazio vitale (vv. 5-6) e quella in cui Dio è la norma/istruzione di vita (vv. 7-8). I vv. 9-10 comprovano che questa esperienza di Dio fa crescere la forza e la fiducia nella vita in generale. La strofa finale di un solo versetto (v. 11) esprime il nocciolo della questione: la vita la si trova in Dio, la pienezza del vivere sta nella comunione con Lui.

Una relazione vitale: vv. 1-2

Il Salmo si apre con l’unica supplica presente, con la quale l’orante non vuole ottenere singoli beni della vita, ma chiede quel “bene” fondamentale che è la relazione «tu – io», la cui importanza per la vita e la felicità è celebrata da tutto il salmo con immagini sempre nuove.

Il salmista chiede al Signore di mantenerlo in quella comunione “mistica” che egli ricerca, perché l’ha sperimentata come sicurezza e protezione della propria vita. Chi prega ha fatto esperienza di quella fede in un «TU», la quale non poggia su contenuti dottrinali, ma sulla fiducia affidamento. Quest’ultima è frutto di una relazione dinamica spiegata al v. 2: «Il mio Signore sei tu, solo in te è il mio bene». Da un lato l’orante si è sottomesso all’obbedienza al Signore e si è fatto servo del regno di Dio (Il mio Signore sei tu…); dall’altro ha sperimentato che in questa sottomissione non c’è frustrazione ma felicità e pienezza di vita (…solo in te è il mio bene). Chi si abbandona a Dio in quanto «tu» coglie in profondità il propio «io». Chi serve il Signore sperimenta in lui liberazione.

Liberi dalla schiavitù

Nei vv. 3-4, l’opzione per il Dio di Israele si configura come rifiuto di tutti i riti e le pratiche religiose straniere. C’è l’affermazione del primo comandamento: non esiste altro Dio che il Signore. Le divinità “sante” e “potenti” dei paesi limitrofi a Israele sono solo fonte di guai e di schiavitù. Qui il testo ebraico è piuttosto oscuro e la scelta è stata quella di riferire gli attributi «santo» e «potente» agli “dei” stranieri.

Il Signore è delizia

La relazione di fiducia è testimoniata dall’orante con il linguaggio della spartizione della terra. Infatti, quando egli chiama il Signore «mia parte di eredità e mio calice» (v. 5), fa ricorso al linguaggio utilizzato dal libro di Giosuè laddove si descrive l’occupazione e la spartizione della Terra promessa, meta finale del processo di liberazione e uscita dalla schiavitù dell’Egitto. Al momento della divisione della terra fra le tribù di Israele, il procedimento è stato quello di tirare a sorte per mezzo di dati posti dentro un calice (cfr. Gs 13 – 21). Dal momento che il territorio era molto eterogeneo nella montagna di Samaria e Giuda, chi otteneva un campo largo e con poca roccia e magari con una sorgente d’acqua, si poteva dire giustamente: «la mia eredità mi delizia», sono stato molto fortunato.

Sotto questo modo figurato di parlare sono due le affermazioni importanti: il Signore è stato letteralmente «assegnato», cioè il Signore ha diviso se stesso con l’orante. Non è chi prega che scegli il Signore, ma il Signore si dona a chi prega. In secondo luogo le immagini impiegate descrivono chi è il Signore e che cosa fa per il credente. Egli è mezzo di sussistenza come lo è la parte della terra ereditata; è destino come la sorte tirata tramite il calice; è ricchezza e dignità, in quanto terra che dà felicità e piena cittadinanza tra il popolo di Israele.

È possibile un altro significato se si illuminano i versetti con il testo di Nm 18,20. Nel testo del libro dei Numeri si afferma, come eredità per i leviti, solo il Signore: «Tu non avrai alcuna eredità nella loro terra e non ci sarà parte per te in mezzo a loro. Io sono la tua parte e la tua eredità in mezzo agli Israeliti». La conseguenza di questa decisione di Dio per i leviti e che quest’ultimi vivevano delle offerte e dei doni che gli israeliti davano perché essi compissero il servizio cultuale nei santuari e il servizio della predicazione nelle riunioni. Vivevano della partecipazione ai pasti rituali, della carne e delle altre offerte di cibo, ma anche di vino, ovvero proprio della parte che fruttava loro il servizio per il Signore.

Il salmista adotta questa immagine per esprimere la sua comunione con il Signore: Dio stesso è per l’orante il pane, la carne e il vino che nutrono, fortificano e rallegrano la sua vita.

Dio consigliere prezioso: vv. 7-8

Chi vive del Signore vive per il Signore! La comunione con il Signore non è mai neutra per il devoto, anzi sviluppa un lento e progressivo cambiamento nella prassi del credente. Il Dio biblico dona il coraggio di agire perché si realizzi il Suo regno e assiste il fedele perché prenda decisioni che avvallino l’agire divino. Chi entra in relazione profonda con il Signore, lo sperimenterà come proprio consigliere, tanto che perfino la notte diventa momento di apprendimento per l’interiorità del credente. Il testo parla di «reni» (kᵉlāyôṯ), i quali nell’immaginario biblico sono la sede delle passioni, dell’affettività e dei sentimenti più profondi2. Il salmista descrive un mormorio interiore che lo tiene desto e capace di cogliere, nel fluire della quotidianità, quanto è secondo il progetto di Dio e quanto né costituisce un suo aborto.

La comunione profonda spinge il salmista a fare affermazione azzardate al limite della decenza: egli pone il Signore davanti a sé. Di norma nella Bibbia è il Signore che ha sempre davanti l’uomo, come la creazione. Ancora più azzardato è l’avverbio utilizzato: «sempre». La presenza di Dio è una “costante” nella vita del salmista, per questo nella seconda parte del v. 8 può affermare di non vacillare. Infatti ha Dio alla propria destra.

Il Dio della vita “oltre” la morte: vv. 9-10

Avere Dio alla propria destra è sicurezza, salvezza e caparra di nuova vita. Nei vv. 9-10 l’orante canta la nuova vita, regalata a colui che si lascia dal Signore donare la “via” della vita. Al v. 9 c’è il termine kāḇôḏ che oltre a essere impiegato nell’Antico Testamento per esprimere la «gloria» di Dio, qualifica anche il «peso» di una persona, vale a dire la sua «dignità». In questo caso lo si rende con «anima». L’orante biblico guarda a tutto l’essere umano, di conseguenza anche il corpo, bāśor, è toccato dalla presenza salvifica di Dio, per cui ora può riposare al sicuro.

Al v. 10 l’azione divina di salvezza si concretizza nel non abbandonare la vita dell’orante allo šᵉʾôl, termine ebraico reso in italiano con «inferi». Lo šᵉʾôl, luogo della morte, che può trasformare la vita in morte con malattie, infelicità, colpa, odio, guerra e altri mali, davanti al Dio vivente deve ritirarsi. Il fedele che si lascia condurre e tenere per mano dal Signore non viene né abbandonato, né lasciato cadere nella «fossa»; in questo senso egli non «vedrà» la «fossa» (šaḥaṯ) che è una trappola per la vita. L’amore di Dio, per il credente, si dimostra una forza contro la paura della morte, anzi contro la morte stessa in quanto distruttrice della vita vissuta e amata.

Saldi nel movimento: v. 11

Il versetto finale riassume il salmo. Ritornano parecchi termini utilizzati in precedenza («gioia», v. 9; «felicità», v. 6; «alla tua destra», v. 8) o le formula in contrasto («via della vita», v. 11a, cfr. šᵉʾôl e «fossa», v. 10). L’essere saldi nel Signore non è sinonimo di staticità, bensì di movimento: l’orante si sente in cammino, perché vivere la vita di Dio non è solo evitare l’abisso e la fossa, ma è un tendere verso un termine positivo3, che è la piena comunione con Dio, la sola che possa realizzare il progetto annunciato da Gen 1,26: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza…».

Conclusione

La lettura del salmo ha evidenziato come siano abbondanti le parole relative a una vita felice su questa terra. Si parla di proprietà terriera che ha del paradisiaco (v. 6), di ottima salute (v. 9), di abbondanza che sazia e di gioia (vv. 5 e 11). Il salmo trasuda vita tanto che la morte non è percepita come una realtà minacciosa (v. 10). Nello stesso tempo tutto ciò che il salmista dichiara beato non appartiene a questo mondo: la terra, mangiare e bere, salute e successo, tutto è afferito al Signore. Dio è tutto per il salmista.

Questa certezza non è a “costo zero”, ma è raggiunga lottando e rischiando. Già l’invocazione di apertura del salmo (cfr. v. 1) fa risuonare la minaccia sotto la quale sta la «via della vita», che solo grazie alla presenza del Signore diventa “vera” «via della vita», nel senso di un cammino pieno di vita e non turbato, prematuramente, dalle forze della morte (irruzione di malattia, fallimento e colpa; persecuzione e calunnia da parte di nemici; infelicità, emarginazione sociale, disprezzo, ecc.); oppure di un cammino sbagliato, come i vv. 3-4 mettono in evidenza, nel quale la ricerca di felicità percorre altre vie, additate da altre “religioni”, quelle dei popoli confinanti con Israele, le quali hanno sempre esercitato una forte fascinazione sul popolo di Dio. L’affidarsi a Dio non è solo un dono dal cielo, è anche un’ascesi personale, un “sì” detto ogni giorno. In questo senso la fede è anche lotta, lotta contro tutto quello che vorrebbe staccarci dalla confidenza e dall’abbandono in Dio.

Il salmo è (come anche i Salmi 49 e 73) così pervaso dall’esperienza vivificante e rivitalizzante della presenza divina da giungere a formule che presentano il Signore come fonte della vita anche oltre la morte del singolo. Infatti, se da un lato il salmista sembra chiedere soltanto di non essere turbato «prematuramente» o «al tempo sbagliato» dal potere della morte, dall’altro lo richiede in quanto protezione data da Dio: dove c’è Dio, la morte non ha il potere di annullare la vita. Chi vive in comunione con il Signore, vive «in sicurezza». Tale confessione spalanca la porta a una indistruttibile comunione di vita con Dio, vale a dire con una vita «eterna».


  1. Si tratta di una affermazione al negativo del primo comandamento.
  2. Cfr. ALONSO SCHÖKEL L. – CARNITI C., I Salmi. Volume primo (Commenti biblici), Borla, Roma 1992, 344.
  3. Cfr. ALONSO SCHÖKEL L. – CARNITI C., I Salmi. Volume primo (Commenti biblici), Borla, Roma 1992, 346.

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