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Arricchirsi davanti a Dio

Il brano di questa domenica XVIII del tempo ordinario appartiene al capitolo dodici del vangelo di Luca. Esso riporta una serie di insegnamenti di Gesù ai suoi discepoli durante il cammino verso Gerusalemme. Tema unificante è la sequela e potrebbe essere diviso in tre parti: persecuzione (vv. 1-12); possesso (vv. 13-34) e il ritorno del Signore (w. 35-48).

Una richiesta, proveniente dalla folla, diviene il punto di passaggio dalla prima alla seconda parte: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» (v. 13). Ecco il testo completo:

In quel tempo ¹³ uno della folla gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. ¹⁴ Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. ¹⁵ E disse loro: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”.
¹⁶ Poi disse loro una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. ¹⁷ Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? ¹⁸ Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. ¹⁹ Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. ²⁰ Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. ²¹ Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”.

Tre sono i momenti che strutturano il testo:

  • La domanda dell’interlocutore (vv. 13-14).
  • Un avvertimento (v. 15).
  • Una parabola (vv. 16-20).

vv. 13-14. Luca introduce l’interlocutore di Gesù come «uno della folla». Il problema posto riguarda l’eredità o meglio la divisione dell’eredità. I codici legali antico-testamentari trattano della legge dell’eredità in luoghi diversi. Per esempio, Nm 27,1-11 sancisce il diritto delle figlie all’eredità del padre, in mancanza di un fratello; 36,7-9 stabilisce che nessuna eredità può passare da una tribù all’altra; 21,15-17 tutela il diritto di primogenitura nel matrimonio poligamo, ecc.

Nel racconto evangelico si tratta probabilmente di un fratello minore che rifiuta di mantenere il regime di proprietà indivisa, molto comune all’epoca (Sal 133,1): vuole essere indipendente e chiede di avere la sua parte d’eredità. Non essendo il primogenito, ha bisogno di un sostegno autorevole, estraneo alla famiglia, per giungere ad un accordo con il fratello maggiore.

La replica di Gesù è secca: esprime la volontà di non farsi coinvolgere. Il lettore attento si interroga: com’è possibile che Gesù, normalmente molto attento verso tutto ciò che concerne l’uomo, rifiuti di prendere posizione?

La reazione del Signore diventa chiara se precisiamo che qui non si tratta tanto di una questione di giustizia sociale – un orfano o una vedova derubati della loro eredità –, ma di una disputa tra fratelli per problema di “soldi”. Capiterà la stessa cosa nella parabola del padre buono, conosciuta come parabola del figlio prodigo (cf. Lc 15).

v. 15. Con un avvertimento di carattere sapienziale Gesù svela il male insidioso che si nasconde dietro alla domanda dell’anonimo interlocutore: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia (pleonexía) perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede». Gesù intuisce che la richiesta nasca dal desiderio smodato di accaparramento, come ben evidenzia il vocabolo utilizzato da Gesù, pleonexía, che corrisponde alla voglia di possedere più degli altri, di avere maggiori privilegi e beni.

La sentenza rivelatoria contrappone “beni” e “vita”: i beni, anche se abbondano, non possono essere confusi con la vita. Gesù invita gli uditori e i lettori a non cedere all’illusione che vede nell’accaparramento dei beni la fonte di ogni sicurezza (= vita). Per il Maestro di Nazareth la cupidigia nasconde una grande fragilità, ovvero il timore di non avere abbastanza per vivere, come se la vita dipendesse solo dai bene materiali.

vv. 16-20. Gesù, dunque, invita il suo interlocutore e tutti gli ascoltatori – tra essi ci siamo anche noi – a liberarsi dal desiderio di possesso, dando ad ogni realtà il giusto valore. Per facilitare il cammino racconta una parabola. Protagonista del racconto di Gesù è un uomo, che grazie alla propria intraprendenza economica accumula una grande ricchezza. Il testo non parla di una ricchezza disonesta, ma del benessere che scaturisce dal proprio lavoro e dalla capacità di amministrare in modo oculato i propri beni. Ricorrendo alla tecnica del monologo interiore, il narratore Gesù ci svela i pensieri e le intenzioni del personaggio. È un uomo totalmente ripiegato su se stesso che non tiene conto né degli altri, bisognosi o meno che siano, né tantomeno di Dio: «Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni: riposati, mangia, bevi e divertiti».

La nota stonata è rappresentata dal focus dell’uomo: l’accento è posto sui «miei raccolti», «miei beni». Il monologo interiore, cioè il discorso rivolto alla propria ‘anima’, riflette questa prospettiva egocentrica: futuro e sicurezza sono posti in ciò che ha accumulato1. Manca la consapevolezza che il bene più grande, la vita, non gli appartiene: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?» (v. 20).

La vita è un prestito che occorre restituire a Dio. Quale vita si appresta l’uomo a restituire? La sapienza del ricco si rivela come “stoltezza”. Gesù ricorre all’aggettivo áphrōn, che significa «senza cervello, imprudente, poco furbo» e questo suggerisce che ciò che per il mondo è furbizia, per il Vangelo è misera stupidità. Infatti ciò che il ricco ha accumulato apparterrà ad altri, e magari fomenterà lotte familiari come quella accennata all’inizio.

Qual è dunque la vera sapienza? L’ultimo versetto segna la svolta interpretativa: «Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (v. 21). Assistiamo alla contrapposizione di due sapienze: una sapienza umana, parziale, che coglie il bene per se stesso; ed una sapienza divina, che gode ogni aspetto della realtà, che lavora, lotta, si impegna, assume le proprie responsabilità nel mondo, nella coscienza che la propria vita appartiene ad un altro. La prima produce “cupidigia”, intesa come idolatria dei beni, come il grande idolo a cui offrire tempo, energia, a cui sacrificare persone e vite. La seconda utilizza la ricchezza come strumento al servizio del Regno, per rendere il mondo un po’ più simile al sogno originario di Dio.

Gesù parla della necessità di arricchirsi presso (verso) Dio. Ma cosa significa in concreto? Luca l’ha già più volte mostrato nel corso della sua opera e lo farà ancora nei versetti che seguono la nostra pericope (vv. 22-34). Possiamo dire che «arricchire presso Dio» significa anzitutto vivere una vita buona, sobria, all’insegna della condivisione con chi è nel bisogno, nella consapevolezza che un giorno ciascuno dovrà rendere conto a Dio anzitutto dell’atteggiamento assunto nei confronti dei fratelli incontrati lungo il cammino. Del resto, l’espressione «presso Dio» dovrebbe essere tradotta alla lettera come un moto a luogo («per, verso Dio»), a indicare anzitutto una direzione che deve orientare l’esistenza terrena, secondo quella logica che Gesù ha insegnato nel Vangelo.

Il vangelo di Luca insiste molto sull’importanza della libertà dai beni come segno dell’appartenenza a Cristo: «Una cosa sola ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli» (18,22, cfr. 19,8). In Atti proprio il fatto che nessuno tra i “fratelli” era bisognoso, perché «quanti possedevano case o campi li vendevano e portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno» (4,34-35; cfr. 5,3-4), qualifica la comunità come il luogo dove è possibile iniziare a sperimentare il Regno.

La parabola di Gesù non è dunque contro l’avarizia, la cupidigia, ma riguarda il senso della vita: dove è la nostra sicurezza? Nei soldi che possediamo, nello status sociale, nell’idolo creato dalle nostre mani, o nel Dio vivente? Gesù invita a chiederci a chi apparteniamo: creati ad «immagine e somiglianza di Dio», come possiamo trovare la nostra realizzazione in qualcosa che non porta il suo nome? Niente può dare significato alla nostra esistenza se non lui, se non il vivere nella relazione che ci costituisce. Lontano da Dio, la nostra vita è pura “stoltezza”.

Luca non ci racconto qual è stata la reazione di quell’uomo della folla che ha interrogato Gesù e se l’incontro con Lui ha segnato un cambiamento nella direzione della sua esistenza. Ciò che sappiamo è che Luca lascia il brano aperto così che ognuno di noi possa porsi la medesima domanda: chi è il Signore della nostra esistenza?

  1. La scelta del monologo interiore fa parte della strategia narrativa di chi racconta per evidenziare come quest’uomo non parli con nessuno se non a se stesso!

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