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C’è preghiera e preghiera

I primi 14 versetti del capitolo diciotto di Luca sono dedicati a due racconti parabolici di Gesù sulla preghiera, tema molto caro al terzo evangelista. Infatti, solo Luca racconta che Gesù prega nel momento del suo battesimo (3,21), prima della scelta dei dodici (6,12: «tutta la notte») e al termine della sua esistenza umana (23,34.46); che incoraggia i discepoli a prepararsi con la preghiera al futuro («Vegliate in ogni momento pregando perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere», 21,36), dopo averli educati ad una preghiera caratterizzata dalla perseveranza (11,1-13; 18,1-14) e umile realismo (18,9-14).

Tornando a Lc 18, la prima parabola, quella del giudice disonesto e della vedova inopportuna, mette l’accento sull’aspetto umano della preghiera: perseverante, radicata nella fede. La parabola del fariseo e del pubblicano svela i criteri di valutazione adottati da Dio, che sono decisamente altri rispetto a quelli dell’opinione pubblica. Leggiamo con attenzione questa seconda parabola:

Lc 18,9-14

In quel tempo, ⁹Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: ¹⁰ «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. ¹¹ Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. ¹² Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. ¹³ Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. ¹⁴ Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Introduzione v. 9

L’introduzione al racconto orienta il lettore nella sua interpretazione. Infatti se si leggessero solo in vv. 10-12 si vedrebbe un fariseo recarsi al tempio e pregare stando in piedi, nella posizione consueta all’ebraismo. Potrebbe tranquillamente pregare facendo ricorso alla preghiera del Salterio, in cui il pio israelita presenta le sue credenziali, come leggiamo, per esempio, nel Sal 26,4-6:

Non siedo con gli uomini falsi e non vado con gli ipocriti; odio la banda dei malfattori e non siedo con i malvagi. Lavo nell’innocenza le mie mani e giro attorno al tuo altare, o Signore.

Non c’è nulla nel racconto che induca a dubitare della sincerità del fariseo: ripetuto digiuno e pagamento delle decime facevano parte della religiosità dei pii israeliti. Il fariseo, dunque, potrebbe essere una persona consapevole del proprio valore, della propria fede, desideroso di offrire tutto questo al proprio Dio, come un’offerta a lui gradita. L’introduzione (v. 9) nega al lettore questa possibile irenica lettura: «Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». Luca chiede al lettore di adottare il suo punto di vista: si tratta di una parabola raccontata per chi utilizza la propria giustizia per disprezzare il fratello. Con questa avvertenza il racconto.

La preghiera del fariseo: vv. 10-12

Due uomini escono dalle proprie case per salire al tempio, il luogo dove Dio abita. Ma se la loro meta è identica, il lettore scoprirà presto che il loro percorso interiore si distingue nettamente. Entrambi sembrano affermare il bisogno di Dio, dell’incontro con lui. Osservando però il ritratto caricaturale del primo personaggio, il lettore inizia ad intuire che in realtà il fariseo non sale al tempio per mettere se stesso di fronte a Dio, ma per mettere Dio di fronte a se stesso, alla propria presunta perfezione.

Alla luce di ciò, gli stessi termini impiegati assumono un significato ironico: il participio stathèis può essere tradotto «impettito», e pròs heautón «tra sé o su dì sé», con il seguente risultato: «impettito pregava su di sé». La preghiera, ciò che per definizione apre all’alterità assoluta, diviene in questo modo un tragico ripiegamento su se stesso, una sorta di auto-compiacimento. Dio non è percepito come il tu di un dialogo, ma come una sorta di spettatore, chiamato ad ascoltare l’auto-esaltazione di chi si compiace della propria perfezione.

Analizzando il contenuto della preghiera formulata dal fariseo emerge chiaramente che è solo apparentemente una preghiera di ringraziamento: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo» (vv. 11-12). Il grazie a Dio di norma scaturisce dalla consapevolezza che tutto è suo dono; qui il ringraziamento del fariseo è generato dal confronto con gli altri e in particolare con il pubblicano, espresso come giudizio negativo. Il ringraziamento non esalta perciò Dio, ma una giustizia scaturita dall’esecuzione perfetta dei precetti della Legge, compiendo più di quanto è dovuto: doppio digiuno e sicurezza che nulla sfugge dal pagamento della decima.

Con poche pennellate, Luca ha dipinto la caricatura del moralismo, un virus purtroppo presente in molte comunità credenti. Questa tragica caricatura di orante che si auto-esalta ne richiama un’altra altrettanto tragica: il figlio maggiore della nota parabola lucana (cfr. Lc 15,11-32). Pur non essendosi mai allontanato dal Padre, non lo ha mai incontrato, perché incapace di condividere il suo cuore.

Allo stesso modo il fariseo giusto non conoscerà la giustificazione di Dio, non verrà avvolto dalia sua misericordia perché non ritiene di averne bisogno. Ha trasformato la propria perfezione in un idolo da venerare e, in fondo, non ha più bisogno di Dio (cfr. Lc 15,31).

La preghiera del pubblicano: v. 13

Nella seconda formella del dittico narrativo Luca si concentra sul personaggio del pubblicano, posto dal fariseo tra gli uomini altri, ladri, ingiusti e adulteri. La preghiera del pubblicano inizia con la stessa invocazione del fariseo, ma ha una tonalità ed un esito molto diverso: «Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”».

Il secondo personaggio si ferma a distanza: il testo non precisa il significato di questa espressione. Si può ipotizzare che sia fermo sulla soglia del tempio – non considerandosi degno di entrare nella Casa di Dio – o che si tenga discosto dagli altri, per non contaminarli con il proprio peccato. L’incapacità di alzare lo sguardo al cielo, al luogo della dimora di Dio, è segno di vergogna e di inadeguatezza. Il gesto, infine, di battersi il petto può indicare pentimento – è da ricordare l’atteggiamento della folla che assiste alla morte di Gesù (cfr. 23,48) – o disperazione, la consapevolezza di vivere in una situazione senza via d’uscita. Riscuotere le tasse per gli oppressori era una delle professioni più infami e odiate. I pubblicani erano uomini che facilmente si arricchivano, perché nel riscuotere le tasse applicavano dei surplus che intascavano loro. Di conseguenza emendarsi era un’impresa alquanto difficile, dato che richiedeva un lungo periodo e grande capacità economica per compiere il risarcimento richiesto dalla Legge.

Consapevole della propria situazione, il pubblicano non chiede la misericordia di Dio, come il cieco che si incontrerà più avanti nel stesso capitolo (cfr. 18,38-39). Utilizza invece un’espressione particolare, hilasthēti moi letteralmente «sii benevole con me», con cui si invoca la fine di una condanna e il ristabilimento della relazione. In questa chiave, potremmo interpretare il suo atteggiamento come una drammatizzazione del Salmo 50 (51), in cui il cuore peccatore viene offerto a Dio perché lo prenda, lo possieda e lo trasformi in un cuore nuovo. Nella consapevolezza di non possedere nulla, il pubblicano offre se stesso a Dio perché lo incontri, lo possegga e lo redima.

La parabola contrappone, dunque, due atteggiamenti opposti. Come il fariseo, anche il pubblicano guarda dentro di sé, esplora il proprio cuore: ma mentre il primo lo espone come sorgente della propria esaltazione, il secondo lo pone così com’è, lacerato e sanguinante, davanti a Dio.

Lo sguardo di Dio: v. 14

«Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». La conclusione proposta di Gesù è in qualche modo scontata, per i lettori del terzo vangelo, che conoscono l’amore preferenziale di Dio per pubblicani e peccatori e sono ormai abituati ai rovesciamenti da lui operati. Il verbo dikaióō, «giustificare», segna il passaggio dall’ambito del diritto a quello religioso: il pubblicano tornerà alla sua casa, con una nuova esperienza di Dio, trasformato dalla sua grazia, reso nuovo dal perdono che vivifica. Quale preghiera è dunque accolta da Dio?

Al termine della parabola, il lettore conosce la risposta. La preghiera di colui che si affida alla giustizia di Dio; di chi pone se stesso senza maschere e senza pretese alla sua Presenza, sapendo che tutto, compreso il bene compiuto, è grazia. La pretesa del fariseo di possedere la giustizia ha reso inutile la giustificazione di Dio; il pubblicano, consapevole della propria pochezza, del proprio vuoto, ha permesso alla giustizia di Dio di riempirlo totalmente. Questa è la giustificazione: il dono della Grazia, che riempie il vuoto di chi riconosce di essere vuoto e lo rende sacrificio santo, gradito a Dio.

Due uomini erano saliti verso il tempio. Uno era salito tronfio della propria realizzazione religiosa; l’altro era salito con la consapevolezza della propria piccolezza. Il primo ritorna con la propria giustizia umana, mentre l’altro porta con sé il dono della giustificazione ricevuta da Dio: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

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