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Oggi con Gesù in paradiso: Lc 23,35-43

Nella solennità di Cristo re la liturgia ci propone il racconto lucano di Gesù sulla croce. Strano modo di essere re! Osserviamo subito che Luca si allontana notevolmente da Marco (Mc 15,29-41) e Matteo (Mt 27,39-56) nel descrivere le ultime ore di Gesù sulla croce. Pone sulle labbra di Gesù morente due invocazioni rivolte al Padre (vv. 34.46) ed una promessa di salvezza offerta ad uno dei due “malfattori” crocifissi con lui (vv. 39-43). Con queste inserzioni, Luca conduce il proprio lettore ad una lettura in profondità del mistero della croce, segnato da una trama di relazioni tessute verticalmente, nel rapporto con il Padre, ed orizzontalmente, nel rapporto con l’altro. Il permanere nell’amore del Padre trasforma uno strumento di tortura e morte in un luogo di incontro, di salvezza e di perdono.

Leggiamo il testo:

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù], ³⁵il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». ³⁶ Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto ³⁷ e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». ³⁸ Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
³⁹ Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». ⁴⁰ L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? ⁴¹ Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». ⁴² E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». ⁴³ Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Le due invocazioni

Nel racconto lucano, l’esistenza umana di Gesù è vissuta nella preghiera, nel dialogo con il Padre. Non sorprende, dunque, che anche l’esperienza della croce sia scandita da due invocazioni:

  • «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (23,34b);
  • «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46).

La prima invocazione è perfettamente in linea con la teologia del terzo evangelista perché riprende tematiche centrali nel vangelo1:

  1. Il perdono dei “nemici”: il perdono offerto dal Crocifisso ai propri persecutori offre l’esempio supremo di ciò che ha insegnato (cfr. Lc 6,28), un esempio che i suoi discepoli dovranno imitare (cfr. At 7,60). Secondo le sue parole, proprio questo perdono “folle” lo rivela per ciò che è: «Figlio dell’Altissimo» (6,35).
  2. Il perdono dei peccati: l’offerta della salvezza nel perdono dei peccati, profetizzata nel cantico di Zaccaria (Lc 1,77), è la ragione della missione di Gesù (Lc 5,17-26; 7,36-50). Egli muore continuando a cercare ciò che era perduto.
  3. L’identità del Padre: la preghiera di Gesù conferma l’immagine misericordiosa di Dio, più volte emersa durante il ministero pubblico di Gesù (cfr. Lc 6,36; 15,11-32). Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

La preghiera di Gesù per i propri carnefici la si può considerare come un versetto ponte, sintesi del suo ministero e preparazione alla missione descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. I testimoni del Risorto saranno, infatti, inviati ad offrire una nuova possibilità di conversione ad Israele dopo la morte del Messia:

Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù (At 3,19-20; cfr. 2,38-39).

La triplice reazione umana

Alla preghiera di Gesù, Luca fa seguire la reazione di tre gruppi di persone:

  • Un gruppo non identificato, che dagli altri racconti evangelici sappiamo essere i soldati, che nell’indifferenza si tira a sorte le vesti di Gesù, inconsapevoli di realizzare in questo modo le parole del Sal 22,8.
  • Il popolo che sta a guardare in un atteggiamento di “neutra passività” e di attesa.
  • I capi del popolo ed i soldati che scherniscono e deridono Gesù.

Luca modifica, dunque, l’episodio degli scherni distinguendo il popolo dai capi:

mentre la folla osserva, i capi scherniscono. Aggiunge inoltre gli scherni dei soldati. Rispetto al testo di Marco nessuno mette in discussione il fatto che Gesù abbia compiuto miracoli, ma viene richiesto un segno ulteriore come prova della sua messianicità e regalità («Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto»). Mentre i capi del popolo sottolineano la pretesa “religiosa” di Gesù – essere il Cristo di Dio (cfr. Lc 9,20) e l’Eletto (cfr. 9,35) – i soldati ribadiscono quella politica emersa durante il processo romano («Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso»). Gli scherni espongono un progetto “umano” di salvezza, diverso dal progetto del Padre. Gesù salverà se stesso, e l’umanità con lui, rimanendo sulla croce, perché soltanto «chi perde la sua vita la salverà» (Lc 9,24).

Un dialogo inatteso

In un contesto in cui indifferenza, passività e scherni sembrano proclamare la vittoria delle tenebre sull’amore, Luca inserisce un dialogo che rivela al lettore il significato della croce. L’episodio, presente solo in Luca, è il vertice narrativo del racconto. Mentre in Mc 15,32b ed in Mt 27,44 entrambi i malfattori crocifissi con Gesù si associano agli scherni della folla, il terzo evangelista introduce una differenziazione:

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male» (vv. 39-40).

Le parole del primo malfattore riprendono la sfida dei capi: «salva te stesso e noi!». La comprensione corretta della salvezza di Dio è offerta nelle parole del secondo personaggio, su cui Luca sofferma l’attenzione del proprio lettore. Da un punto di vista narrativo, rappresenta un’ulteriore testimonianza a favore dell’innocenza di Gesù, dopo quelle di Pilato e Erode. Egli rimprovera il compagno, partendo da una visione sapienziale della vita: la vicinanza alla morte e l’imminenza del giudizio divino 

dovrebbero generare il timore di Dio. Nelle Scritture esso rappresenta l’atteggiamento autenticamente religioso di chi riconosce che Dio è Dio: contempla la sua alterità assoluta, crede nella sua potenza e a lui si affida con fiducia ed obbedienza. In questa prospettiva sapienziale, il secondo malfattore appartiene al gruppo di coloro che temono Dio e sperano nella sua misericordia (cfr. Lc 1,50); al gruppo numeroso di coloro che cercano Gesù, come la donna peccatrice (Lc 7,37-50) o Zaccheo (Lc 19,9-10), per ricevere il perdono del Padre.

Il primo frutto del timore di Dio è riconoscere la propria colpa nell’accettazione della propria sorte: «… perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni». Il secondo è l’appello rivolto direttamente al Cristo utilizzando il suo nome proprio: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Il verbo ricordare ha un intrinseco valore religioso: si chiede a Dio di posare lo sguardo su chi invoca intervenendo in suo favore (Lc 1,54-55.72-73). La richiesta «quando entrerai nel tuo regno» è una confessione di fede proiettata verso il momento del giudizio definitivo.

Oggi la salvezza

La risposta di Gesù inizia con oggi in posizione enfatica (cfr. 2,11; 4,21): la salvezza non è collocata in un futuro incerto, ma accade nel momento dell’incontro personale con Gesù. Il peccatore pentito accetta Gesù come Messia e non si lascia scandalizzare dalla croce (cfr. 9,26); chiede e la sua richiesta è esaudita; cerca salvezza e la trova (cfr. 11,9-10).

L’esperienza della salvezza è espressa dal termine parádeisos (= paradiso). Il vocabolo di origine persiana, utilizzato nella versione greca dei Settanta come traduzione di Eden, è molto raro nel Nuovo Testamento (cfr. 2 Cor 12,4; Ap 2,7). Nella tradizione apocalittica descrive il luogo della comunione perfetta, intima, con Dio. La croce è dunque per l’uomo pentito il kairós della salvezza, la breccia per penetrare nel cuore di Dio. Come nell’episodio del rinnegamento di Pietro, Luca evidenzia che non esiste situazione umana che non possa essere raggiunta dalla misericordia del Padre.

Per Luca quest’episodio chiude l’arco narrativo del ministero di Gesù: colui che nella sinagoga di Nazareth ha proclamato di essere venuto a portare la «liberazione ai prigionieri» (4,18), muore garantendo libertà ad un malfattore appeso sulla croce.

  1. C’è stato chi ha messo in dubbio l’autenticità dell’invocazione sia sulla base di criteri esterni – la sua assenza da manoscritti importanti di diverse famiglie testuali – che interni: sembra interrompere il filo narrativo e contrastare con l’interpretazione della distruzione di Gerusalemme come punizione divina per il rifiuto del Messia-Gesù presente nel testo (cfr. Lc 11,50; 13,34-35; 19,41-44; 21,20-24; 23,28-31).

1 commento

  1. Questa folla ai piedi di Gesù come ci somiglia! L’ insulto che rivolgiamo a Dio è proprio questo: se sei Dio perché non intervieni. Perché non liberi il mondo dal male sia fisico sia spirituale. Perché resti immobile come un Cristo sulla croce e non ti ribelli. Siamo noi, noi che non capiamo che il male prolifera perché concepiamo il male, perciò riceviamo il frutto del male, delle nostre azioni. L’altro non è importante abbia detto espressamente di essere salvato, forse lo ha dedotto Luca ma ha centrato il fatto del pentimento, del riconoscersi colpevoli di un’ azione che merita espiazione. A Gesù basta questo perché questo movimento del cuore vuol significare la ricerca di una relazione e Gesù gliela concede. Subito gliela concede , perché l’ azione di Dio è inserita nell’ oggi, nel presente. È una relazione paradossale, estrema ma ci dice che ogni situazione anche estrema se è inserita in una ricerca di bene per Dio è valida. Non è come le nostre relazioni piene di dubbi e di prove da esibire, è una risposta subitanea. Dovremmo imparare molto da questo buon ladrone anche se di buono ha ben poco ma è Gesù che lo trasforma. Luca è uno studioso, uno che ha cercato le prove per affermare la verità degli eventi e si sa che chi studia i fatti vi sa leggere anche ciò che apparentemente non viene detto. Penso si rivolga a noi che ci diciamo amici di Dio, a noi che cerchiamo molte volte conferma dei Vangeli. Ci dice proprio questo: io ho fatto attente ricerche per te Teofilo, e ho trovato credibile quello che ho sentito e visto dai testimoni oculari. Credici è successo questo fatto straordinario e io che ti scrivo ne sono diventato portatore convinto.

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