Non farti cadere le braccia, Dio fa fiorire il deserto: ls 35,1-6a.8a.10

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¹Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. ² Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio.
³ Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. ⁴ Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
⁵ Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. ⁶ Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.
⁸ Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. ¹⁰ Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

Il rapporto del Censis del 2019 ci racconto di una società italiana alle prese con il sentimento dell’incertezza. Il 69% guarda al futuro con questo stato d’animo; il 17% è addirittura pessimista e solo il 14% riesce a progettare e immaginare il domani con un po’ di sano ottimismo. Nessuna proposta di vita oggi pare più soddisfacente e sicura; si diffonde la dissoluzione e e la tendenza ad arrangiarsi come si può, approfittando di ciò che la vita offre ed evitando di porsi interrogativi esistenziali che susciterebbero troppe inquietudini, troppo stress.

Per scuotere le coscienze da questo torpore e scoramento, per far riemergere la speranza, in questa terza domenica di Avvento giunge opportuno il brano di Isaia in cui risuonano solo parole di gioia, promesse di felicità, inviti alla fiducia.

Come cantava Edoardo Bennato, in una “canzonetta” che fu, non è il momento di «farsi cadere le braccia», rassegnandosi al peggio. Il tempo in cui viviamo è un’opportunità da non perdere, un’occasione favorevole alla nascita di un mondo nuovo, al germogliare di un’era di giustizia e di pace. È in questa prospettiva stimolante che ci accostiamo al brano.

Il profeta che ha pronunciato l’oracolo è vissuto in uno dei momenti più bui della storia di Israele: Gerusalemme è devastata, ridotta a un cumulo di macerie, il tempio è diroccato, le persone, soprattutto quelle della classe dirigente, sono state deportate a Babilonia e nella città santa sono rimasti solo i vecchi, i malati, i bambini. Non si ode un canto, si vedono solo volti tristi e occhi gonfi di lacrime. La minaccia inascoltata di Geremia si è purtroppo realizzata: «Farò cessare nelle città di Giuda e nelle vie di Gerusalemme i canti di gioia e d’allegria, i canti dello sposo e della sposa, perché la terra diverrà un deserto» (Ger 7,34).

Di fronte a una simile desolazione, chi avrebbe il coraggio di invitare a far festa? Eppure, proprio davanti a queste rovine, c’è un profeta che scorge un mondo nuovo che sta per sorgere, una realtà meravigliosa, inattesa. È un uomo sensibile, ha l’animo del poeta e si esprime con immagini ardite e affascinanti.

Nei primi due versetti del capitolo 35 egli contempla un deserto arido e lo vede trasformarsi in pianura fertile, come quella del Saron, lungo la costa del Mediterraneo. Eccolo – dice – si copre di alberi frondosi e possenti come i cedri del Libano; in una perenne primavera si trasforma in un tappeto di erbe aromatiche e di fiori. Sbocciano i narcisi e i gigli, simboli della gioia e dei sogni degli innamorati. Ovunque s’odono canti di allegria e grida di giubilo.

L’uomo unito a Dio è dotato di questo sguardo che sa vedere al di là delle realtà immediate – spesso dolorose e assurde – e, con gli occhi illuminati dalla luce del “cielo”, scorge in ogni evento il disegno del Signore che si realizza. Il Natale ci dice che il Signore è l’Emmanuele, il Dio con noi, coinvolto nella nostra storia, fedele al suo amore e alle sue promesse.

Nella seconda parte del brano (vv. 3-4) il profeta invita a non rassegnarsi di fronte all’apparente trionfo del male che si è facilmente tentati di ritenere ineluttabile. Chi crede non si abbatte, reagisce, è convinto che non ci sia deserto arido e inospitale che un giorno non possa fiorire e trasformarsi in giardino.

Nella terza parte (vv. 5-6) continua la presentazione della prodigiosa trasformazione del mondo che Dio sta per operare e, per descriverla, il profeta ricorre all’immagine della cura di quattro infermità. Si apriranno – dice – gli occhi dei ciechi, si spalancheranno le orecchie dei sordi, lo zoppo salterà come un capretto, la lingua del muto griderà di gioia. Non si tratta di guarigioni prodigiose da malattie organiche, ma di quattro condizioni di fragilità spirituale del popolo d’Israele.

  • Gli israeliti avevano occhi che consideravano solo l’immediato; non erano in grado di vedere al di là della cronaca e delle apparenze, erano incapaci di cogliere il cammino che Dio stava tracciando per condurli alla salvezza.
  • Avevano orecchi, sì, percepivano molto bene le chiacchiere insensate e i giudizi dissennati degli uomini, ma erano chiusi all’ascolto della parola di Dio. È questa un’immagine che anche Gesù impiega quando rimprovera i suoi discepoli restii ad accogliere la sua proposta di vita: «Avete occhi, ma non vedete; avete orecchie, ma non udite» (Mc 8,18).
  • Gli israeliti erano anche paralitici, non avevano la forza di muoversi, di incamminarsi verso la terra della libertà.
  • Ed erano muti, non cantavano le gesta di amore del loro Dio perché non si rendevano conto che le promesse del Signore stavano per realizzarsi.

Per descrivere il cammino che porterà alla realizzazione del nuovo mondo, nell’ultima parte del brano (vv. 8-10) il profeta ricorre all’immagine del pellegrinaggio dalla terra della schiavitù al monte Sion, a Gerusalemme, la città della gioia e della libertà. La strada da percorrere sarà chiamata «Via santa», perché non potrà essere calpestata da piedi impuri. È la via – oggi lo sappiamo – che ha percorso Gesù, quella che porta al dono della vita. Poi l’immagine diviene grandiosa. Il profeta scorge i personaggi che prendono parte a questa processione: in testa, come guida, avanza la felicità perenne, seguita dalla gioia e dall’allegria. All’orizzonte s’intravedono due sagome oscure, due nemici che si allontanano, che fuggono sconfitti: sono la “tristezza” e il “pianto”.

Queste parole sono la smentita di Dio nei confronti dei profeti di sventura. Nonostante i segni contrari, il credente riconosce che il Signore «rischiara coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte e guida i nostri passi in vie di pace» (Lc 1,79).

1 commento

  1. Questa lettura l’ho proclamata domenica nella santa Messa! Non ci sono parole per descrivere quanta consolazione mi hanno donato. C
    Quest’anno il tempo dell’avvento é iniziato con la scoperta della malattia di mia figlia. Ha un tumore e siamo in attesa dell’operazione, la settimana prossima sarà operata. Ringrazio il Signore per il dono della Fede. Non si sopportano certi dolori senza di lei. Per questo questo canto mi ha colmato di gioia. Non lasciarti cadere le braccia, cioé, abbi fede, il Signore è accanto a te. Questi tempi sono davvero bui, ma penso che siano dei cicli che periodicamente il mondo attraversa, l’uomo è questa continua contraddizione. Dio viene invocato e dimenticato e il male che noi imputiamo ad un Dio distratto non sono altro che il risultato delle nostre scelte. Può una madre dimenticare un figlio? Non lo può! Continuamente lo cerca, continuamente gli dona il suo amore. Dio è un Padre col cuore di Madre, solo Lui sa trovare parole di speranza per il singolo e per i popoli.

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