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L’«eccomi» di Dio: Is 52,7-10

È sempre commovente sentirci dire: Eccomi!, quando, in un momento di difficoltà e sofferenza, ci rivolgiamo a un amico. Amico vero è chi c’è sempre quando si bussa alla porta del suo cuore perché si ha bisogno. Eccomi! è la risposta di chi si rende disponibile alla chiamata di Dio. Così risponde Abramo quando ode la voce del Signore (Gen 22,1); lo stesso fa Maria dopo le parole dell’angelo Gabriele (Lc 1,38). A Dio che gli confida di avere bisogno di qualcuno cui affidare una missione difficile, Isaia, senza esitare, risponde: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). Dio si aspetta che gli uomini siano sempre pronti a esclamare «Eccomi!» quando li chiama.

C’è una sorpresa: anche Dio, quando è invocato da chi ha bisogno del suo aiuto, risponde: Eccomi!

⁶ [Il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: “Eccomi!”»].
⁷ Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
⁸ Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion.
⁹ Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme.
¹⁰ Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

Ho aggiunto alla lettura di Isaia, proclamata nella messa del giorno di Natale, il v. 6 perché contiene la solenne auto-presentazione divina che culmina in un «Eccomi!»: «In quel giorno il mio popolo saprà chi sono io. Io sono colui che dice: Eccomi!» (Is 52,6). In tutte le situazioni difficili della sua storia, Israele ha fatto l’esperienza della vicinanza del suo Dio. In Egitto, durante l’esodo, nell’ingresso in Canaan, ogni volta che lo ha invocato, il Signore ha sempre e subito risposto: Eccomi! ed è intervenuto in suo favore.

Il brano della nostra lettura ci trasporta fra i deportati a Babilonia, fra gli esuli che hanno già trascorso decine di anni lontano dalla terra dei loro padri. Eco commovente del loro nostalgico ricordo è il celebre lamento: «Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion» (Sal 137,1). Hanno sopportato privazioni, sono stati umiliati, eppure non è questo che li angoscia, ciò che più li rattrista è l’inquietante interrogativo: Il Signore si è forse dimenticato di noi? Non risponderà più, come faceva un tempo, «Eccomi!» alle nostre invocazioni di aiuto?

È a questi esiliati che sentono vacillare la loro fede che si rivolge il profeta. Egli ha interiorizzato l’immagine del Dio sempre fedele predicato da Isaia, il grande profeta dell’VIII secolo a.C., è attento ai segni dei tempi e non ha dubbi: l’esilio è ormai alla fine, il Signore sta per venire a liberare il suo popolo. E così convinto della fedeltà di Dio che parla come se il ritorno degli esiliati fosse già in atto. Per lui il futuro è già realtà. Ecco la scena che contempla nella sua visione profetica: la carovana degli esiliati è in cammino, si allontana sempre più dalla terra d’esilio, è ormai vicina a Gerusalemme ed ecco un messaggero staccarsi e correre per giungere primo a comunicare la lieta notizia. Lo sguardo del profeta è attratto dai piedi scalzi di questo araldo, piedi che pare neppure sentano le asperità del terreno e commosso esclama: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza» (v. 7).

La visione continua: dall’alto delle mura le sentinelle scorgono il messaggero che si avvicina, intuiscono la lieta notizia che reca e allora corrono esultando per le vie della città gridando a tutti: da Babilonia stanno giungendo gli esiliati. A questo punto la descrizione della scena diviene grandiosa. Le sentinelle contemplano la carovana che incede trionfante e riconoscono chi la sta guidando: è lo stesso Signore, è lui che si è ripreso il suo popolo e da Babilonia lo sta riconducendo a Gerusalemme (v. 8). Non lo aveva mai abbandonato, era sempre stato accanto agli esiliati.

Il profeta Ezechiele – uno dei primi deportati – aveva visto infatti la gloria del Signore allontanarsi dalla città santa distrutta e seguire il suo popolo in Mesopotamia (Cfr. Ez 10,18-19; 11,22- 23). Ora la schiavitù è finita, i re malvagi, i pastori cattivi che hanno sfruttato e oppresso Israele sono scomparsi per sempre. Ha avuto inizio una nuova era, è iniziato il regno di pace vaticinato dai profeti. «Regna il tuo Dio» – esclama il messaggero rivolto a Sion (v. 7b). La città in rovina è invitata a esultare, a intonare lieti canti (v. 9). Le mura diroccate saranno ricostruite sotto lo sguardo stupefatto di tutti i popoli della terra che contempleranno attoniti la salvezza straordinaria che il Dio d’Israele ha saputo realizzare (v. 10).

Questa è la visione di un profeta anonimo del VI secolo a.C., mentre si trovava fra i deportati a Babilonia. Ma si è poi dimostrata vera? Che cosa è realmente accaduto in seguito? Ebbe davvero inizio in Israele il regno di Dio? Verso l’anno 520 a.C. un gruppo di esiliati tornò da Babilonia, ma al loro arrivo non ci fu alcuna esplosione di gioia, anzi, l’accoglienza fu molto fredda e presto scoppiarono dissidi fra i residenti e i neo-arrivati. Il profeta aveva dunque preso un abbaglio?

Le speranze di chi si attendeva un regno di questo mondo, certo furono disattese. Eppure Israele non dubitò mai della verità delle parole del profeta e continuò ad attenderne l’attuazione. Finché un giorno, lungo il lago di Galilea, comparve Gesù di Nazaret che cominciò a proclamare: II regno di Dio è giunto! (Mc 1,15) e un piccolo resto di questo popolo comprese che il Signore aveva risposto «Eccomi!» alle invocazioni d’aiuto dell’intera umanità schiava del peccato. In Gesù di Nazaret Dio era venuto a liberarla e a dare inizio al mondo nuovo.

Buon Natale

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