Home Anno A Alzati, perché viene la tua luce: Is 60,1-6

Alzati, perché viene la tua luce: Is 60,1-6

¹Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. ²Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.
³Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. ⁴Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio.
⁵Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. ⁶Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.

La prima lettura della solennità dell’Epifania è un brano tratto dalla terza parte del libro del profeta Isaia. Prima di procedere è opportuno dire qualcosa sul contesto storico in cui è vissuto il profeta anonimo, autore della terza parte del libro di Isaia1.

Tra tentazioni di chiusura e slanci di accoglienza

Dopo la lunga attesa e il ritorno gioioso in seguito all’editto dell’imperatore Ciro, i rimpatriati si trovarono ad affrontare la sfida della ricostruzione, non solo materiale, ma della loro identità politica e religiosa. Dissidi interni tra coloro che non avevano mai abbandonato la terra d’Israele e chi vi era ritornato dopo anni di permanenza in una regione straniera, provocarono un movimento di ripiegamento e chiusura in se stessi, allora come oggi si gridava «prima gli…». Il ritorno alla “purità”, nell’obbedienza alla Legge mosaica, sembra coniugarsi con l’esclusione di chiunque non “appartenga”, chiunque sia “altro”, perché straniero o diverso: norme restrittive verso gli stranieri, proibizione di matrimoni misti e scambi commerciali contribuirono a rafforzare una mentalità di diffidenza e di paura.

Contemporaneamente sorgono all’interno d’Israele movimenti che scelgono una strada diametralmente opposta: ricordiamo il libro di Rut, dove una straniera viene proposta non solo come modello di lealtà e di credente, ma anche come antenata di Davide, o il libro di Giona dove un profeta è inviato suo malgrado a testimoniare la misericordia del Dio d’Israele verso l’Assiria, il nemico giurato di Israele.

Nel Terzo Isaia l’apertura universalistica raggiunge un apice del tutto nuovo, divenendo un tema unificante dei capitoli a lui attribuiti (capitoli 56 – 66): il libro si apre, infatti, con l’assicurazione data ad eunuchi e stranieri che saranno inclusi nel popolo dell’alleanza (Is 56,1 -8) e si conclude con l’invio d’Israele alle nazioni (Is 66,19), perché anche tra loro possano essere scelti sacerdoti e leviti (66,18-21). Alle orecchie di un purista della razza questo suonava come una vera bestemmia.

Alzare lo sguardo

Il brano di oggi è debitore di questa prospettiva: il profeta invita i propri connazionali, ripiegati su se stessi e chiusi nelle proprie preoccupazioni quotidiane, a sollevare lo sguardo, a guardare oltre i recinti nazionalistici per riscoprire la propria vocazione: Israele è posto come faro tra le nazioni per condurle all’incontro con il Signore. I popoli di Madian e della penisola arabica, i Nabatei e i Kedariti… rappresentano la grande schiera dei popoli stranieri chiamati da Dio a far parte dell’unica eterna alleanza.

La città santa, Gerusalemme, devastata dall’invasione nemica, è invitata a riscoprire la propria bellezza, a contemplarsi con gli occhi stessi di Dio. Non le grandi costruzioni o lo splendore dell’antico tempio, ma la gloria di Dio la rende unica, splendida. Come all’alba di ogni giorno la luce del sole trasforma la città, facendola risplendere di una luce che non le appartiene, così la consapevolezza della presenza del proprio Dio pone termine alla lunga angosciosa notte dell’esilio. Dopo aver ricercato invano la propria gloria alleandosi con nazioni potenti (Is 2 – 3), Israele ha dovuto sperimentare che il potere umano genera solamente tenebra e nebbia, distruzione ed oppressione: soltanto l’amore incondizionato di Dio segna l’avvento di un’alba nuova e definitiva, compiendo la promessa (Is 40,3; 46.13; 52,8; 58,10; 59,20). 

Aprirsi alla luce

Il compito del popolo santo è allora quello di accogliere la luce, di rivestirsi di essa, radicandosi nella relazione che lo costituisce. Nella Scrittura l’abito è segno di identità: nell’oscurità che avvolge le nazioni la luce di Dio riveste Israele, dichiarandolo sua proprietà. Educato dalla sua presenza, può guardare all’altro non come nemico, ma come fratello, per gioire in Dio dell’universalità della salvezza.

Il profeta ricorda che Israele è scelto come testimone. Nella tradizione biblica la scelta di un uomo o di una donna è sempre in vista di una missione a favore di tutti. Nella logica delle Scritture, infatti, l’eletto è luogo di un dono peculiare, che lo identifica come diverso da tutti gli altri. Il dono ricevuto dall’eletto, tuttavia, si manifesta come dono comunicato agli altri. Colui che è scelto è infatti il benedetto destinato ad essere benedizione per tutte le famiglie della terra (Gen 12,2-3); il “fratello” messo da parte per promuovere la vita degli altri fratelli (Gen 45,7-8); il profeta chiamato a divenire Parola per il suo popolo (Dt 18,18); è il servo su cui riposa lo Spirito, così da diventare alleanza per tutte le genti (Is 42,1.6).

Annunciare per attrazione

Israele esiste, dunque, per l’annuncio, un annuncio che non si caratterizza come andare, ma come attirare: la città santa è un faro di luce, perché la luce stessa, la gloria di Dio, abita in essa. Una nazione costretta al silenzio nei lunghi anni dell’esilio è ora invitata ad alzare lo sguardo, a «vedere», ad aprirsi all’accoglienza di chi, pur straniero, le è donato da Dio come figlio. Popoli e nazioni abbandonano le loro tenebre, si recano là dove Dio ha posto la sua dimora: con loro conducono «figli e figlie» per ricostruire il popolo di Dio, la città santa. Gerusalemme, tuttavia, deve vivere la consapevolezza del ruolo strumentale cui è chiamata, in relazione con Dio. La meta ultima del viaggio non è, infatti, la città santa e neppure il suo tempio, ma Dio stesso: «Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore» (v. 6).

Matteo legge la realizzazione della profezia di Isaia in un figlio di Abramo e Davide, Gesù: «Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”» (Mt 2,1-2).


  1. Come ho avuto modo di dire in un post precedente il libro che porta il suo nome di Isaia è in realtà una raccolta di oracoli di tre profeti, vale a dire gli oracoli appartengono a tre periodi distinti e distanti della storia di Israele: il primo Isaia (quello della prima raccolta) è un profeta dell’VIII sec. a.C.; il secondo risale al VI sec. a.C.; il terzo è ancora più recente intorno al V sec. a.C.

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