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Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce: Is 8,23b – 9,3

Il celebre testo, che la liturgia ci propone ogni anno nella Messa della notte di Natale, ritorna in questa terza domenica del tempo ordinario. La ragione sta nel fatto che il Vangelo di Matteo cita il testo di Isaia come esempio di compimento delle Sacre Scritture adopera di Gesù Cristo.

²³ In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.
¹ Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
² Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
³ Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle,
e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Mádian.

Rispetto al brano natalizio, questa pericope liturgica1 comprende un versetto in più all’inizio, mentre omette gli ultimi (vv. 4-6) che costituiscono il culmine del poema, vistosamente chiuso da una formula di garanzia («Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti»).

Il brano che viene letto nella liturgia è dunque mutilo: è stato ridotto all’essenziale per il preciso intento di servire da preparazione al testo evangelico. Cerchiamo anzitutto di leggerlo nel suo complesso originale, per soffermarci poi sul tema che la liturgia vuole focalizzare.

Il contesto storico

Nel testo originale, opera del grande Isaia, profeta dell’VIII secolo a.C., si può riconoscere un poema di investitura, composto probabilmente per l’ascesa al trono del giovane re Ezechia, verso l’anno 728 a.C. Nel linguaggio regale della corte di Gerusalemme un re “nasce” quando sale al trono (cfr. Sal 2,6-7): questo intende dire il profeta e lo mostra con lo scettro sulle spalle e gli attribuisce con enfasi una serie di nomi gloriosi, titoli con cui esprime il programma di governo del nuovo monarca.

Il fausto evento storico fu letto da Isaia con l’immagine della luce che vince la tenebra: l’inizio di quel nuovo regno è per il profeta l’aurora di un nuovo tempo, che segna la fine dell’oscurità, ovvero del dominio violento dei nemici di Israele.

L’esercito assiro di Tiglat-Pileser III, salito al trono nel 745, stava conquistando e devastando, anno dopo anno, sempre nuovi territori; pochi anni prima dell’ascesa al trono di Ezechia, la prepotente forza degli Assiri aveva occupato le terre del Nord di Israele, drammatico preludio di una imminente conquista di tutto il paese.

Il profeta-poeta invece vede ora nel nuovo re che sale al trono un fatto che inverte la tendenza, distinguendo un passato da un futuro: il passato è caratterizzato dalla umiliazione, ma il futuro sarà segnato dalla gloria che il Signore, Dio delle schiere, saprà manifestare nella terra occupata. Essa viene poeticamente evocata coi nomi delle due principali tribù che vi abitavano, Zàbulon e Nèftali; e poi viene delimitata col confine occidentale, rappresentato dalla «via del mare», che correva parallela alla costa del Mediterraneo, e il confine orientale, rappresentato dal fiume Giordano.

La tragica invasione della Galilea è vista dal profeta come una notte che piomba sulla terra e annienta tutto, blocca ogni attività umana, toglie la possibilità di vita e di gioia. Ora però il profeta annuncia agli israeliti che vivevano nelle tenebre di quella regione una nuova possibilità: egli interpreta l’inaugurazione del nuovo regno come l’inizio di una prospettiva nuova, l’accensione di una luce che significherà riscatto e liberazione, cambiando la condizione di gente disperata e depressa.

Per esprimere i risultati di questa luce liberante il profeta accumula le immagini che dicono, appunto, sconfitta degli oppressori ed entusiasmo popolare, simile a quello dopo una ricca mietitura o una fortunata battuta di caccia. L’allusione al «giorno di Madian» richiama l’epica vicenda di Gedeone (Gdc 6 – 8) che, con pochi soldati e senza combattere, ebbe la meglio sul potente esercito madianita: come nei tempi antichi (Gedeone visse circa quattro secoli prima di Isaia!), il profeta annuncia l’intervento di Dio che spezza il giogo dell’oppressore. I riferimenti alla sbarra sulle spalle e al bastone dell’aguzzino (9,3) sembrano una dolorosa allusione alla modalità con cui gli assiri incatenavano i prigionieri, prima di avviarli alla deportazione.

Quella tragica invasione della Galilea è vista come una umiliazione, operata da Dio stesso, il quale però – garantisce il profeta – renderà gloriosa quella regione, mostrando in essa la sua luce e la sua potenza.

Rilettura cristiana

Le attese umane di Isaia andarono deluse: il regno di Ezechia non cambiò le sorti del paese e il predominio assiro continuò, per lasciare il posto in seguito ai Babilonesi e poi ai Persiani e poi ai Greci e poi ai Romani.

La rilettura cristiana ha letto, nell’oracolo che proclamava l’ascesa al trono di un nuovo re, l’annuncio profetico dell’azione salvifica di Gesù di Nazareth.

La rilettura cristiana interpreta questo testo a proposito di Cristo; ma non è immediata l’ambientazione natalizia. Piuttosto indica l’intero ministero di Gesù, come esplicitamente spiega l’evangelista Matteo, e soprattutto la sua intronizzazione pasquale e l’inaugurazione del regno di Dio. È l’ascesa al trono del Cristo risorto che sconfigge la tenebra e cambia la sorte dell’umanità: il suo ministero terreno però si rivela come l’inizio dell’evento decisivo.


  1. Secondo il testo ebraico: Is 8,23b-9,3; secondo la Volgata: 9,1-4.

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