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«Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,54)

Chi fa questa affermazione è il centurione e quelli che con lui montano la guardia sotto i tre appesi alla croce. Marco descrive la scena in modo ancor più incisivo: «Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse…» (Mc 15,38).

Il centurione è un soldato che ha il compito di portare a termine l’esecuzione dei condannati. Non dev’essere la prima volta che assolve un compito del genere. Non è certo uno dal cuore tenero o facilmente impressionabile. Ha appreso la dura legge della guerra: mors tua vita mea; ha toccato con mano l’ostilità dei popoli dominati dalla potenza romana; si è imbattuto altre volte in scene raccapriccianti e in agonie interminabili. I suoi orecchi hanno udito ingiurie ed insulti, invocazioni di salvezza e di vendetta da chi stava per morire appeso al legno.

Tutti e tre i sinottici parla di un centurione, cioè un soldato romano, un pagano. È uno quindi che con ogni probabilità non ha mai sentito parlare della religione ebraica, dell’alleanza stipulata tra Dio e il suo popolo eletto Israele, dopo averlo liberato dalla schiavitù in terra d’Egitto. Per il lui la relazione con il divino si riduce ad una sorta di scambio commerciale: si celebrano feste, si offrano doni, si compiono riti e la divina assicura la sua benevolenza, i suoi favori.

A pronunciare questa frase è uno straniero, uno che appartiene a tutt’altra cultura, uno che forse fatica a raccapezzarsi in quello strano mondo che è la Palestina dell’epoca di Gesù, uno che comunque considera questa gente degli sconfitti che ora devono piegarsi al potere di Roma. Tutte queste sono ragioni sufficiente per dire che la sua affermazione/professione suona del tutto stonata nella sua bocca e in quella dei suoi soldati: «Davvero costui era figlio di Dio!».

Che cosa lo ha convinto? Che cosa gli ha fatto cambiare idea? Perché davanti a Gesù crocifisso, uno dei tanti che ha visto morire o ha finito con la sua lancia, nel suo volto sfigurato, nel suo corpo martoriato e in preda all’agonia il centurione vi ha scorto una scintilla di divinità? C’è qualcosa di divino nella sete che tormenta Gesù, nelle sofferenze atroci che scuotono il suo corpo, negli insulti che riceve dai capi del popolo? E allora che cosa lo smuove e lo turba tanto da fare una dichiarazione del genere?

Marco più degli altri evangelisti lo esprime senza tanti giri di parole: «Vistolo spirare in quel modo…». A convincerlo non sono i segni della forza, della potenza, ma l’esatto contrario: la sua fragilità, il suo essere inerme e la sua solitudine. Chi più di Gesù avrebbe il diritto di cedere alla disperazione, di lanciare insulti, di gridare a squarciagola tutta la sua rabbia per l’ingiustizia che si sta abbattendo su di lui? E invece, anche in questo frangente terribile, quell’uomo, Gesù, continua ad amare, continua a donare, ad offrire misericordia e perdono.

Ecco cosa colpisce il centurione e lo convince di trovarsi davanti al Figlio di Dio. Ecco che cosa lo porta ad andare al di là delle apparenze e così cogliere ciò che è splendidamente divino: un Amore così grande che nulla può fermare, una misericordia così smisurata che continua anche quando l’ingiustizia devasta e umilia.

Oggi, in questa strana domenica delle Palme, leggeremo nelle nostre case una storia che ci porterà diritti ai piedi della croce dove contempleremo una grazia offerta a caro prezzo, il prezzo del sangue, il prezzo della vita.

Ascolteremo il racconto della passione per ripetere anche noi la professione di fede del centurione e riconoscere nel Cristo, apparentemente sconfitto e annientato, il Figlio di Dio, che vince il male con l’amore.

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