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Amare, vedere e credere

Il discepolo che Gesù amava (Gv 20,1-9)

Tre sono i personaggi che nel racconto giovanneo di quell’alba del primo giorno dopo il sabato vanno al sepolcro: Maria di Magdala, Pietro e il discepolo «che Gesù amava». Solo di quest’ultimo, però, si dice che, entrato nel sepolcro, «vide e credette». Perché?

Quando Maria arriva alla tomba, la trova vuota, vuota come lo sono le nostre chiese in questo tempo ostaggio del Covid-19; vuota come i nostri cuori davanti alla perdita di tanti, preziosi e cari fratelli.

Il grido della Maddalena

Davanti alla tomba vuota c’è il grido di dolore di Maria di Magdala che dà voce a un vano tentativo di spiegazione: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (Gv 20,3). Questo grido racchiude i suoi mille interrogativi che si mescolano con i nostri «perché?». Ne raccolgo uno per tutti, ascoltato dalle labbra di una mamma che ha perso il figlio: «Perché, Dio, mi ha portato via mio figlio?»; gli fanno da eco le parole scrittemi da un frate: «A volte i suoi disegni (quelli di Dio) faccio fatica a capirli»; ed io aggiungo: «Perché ti sei chiamato un frate nel pieno delle forze, capace di fare ancora tanto bene per il tuo Regno, soprattutto per gli ultimi che vivono, oggi più che mai, il disagio della povertà?».

È il grido che sale al cielo in memoria di tutti i morti a causa di questo virus … Tutte queste domande sono scolpite sulle pareti del sepolcro vuoto. Quello della Maddalena è un grido che resta prigioniero di un orizzonte tutto umano e quindi scontato: quello di una morte ineluttabile a cui non c’è alcun rimedio. Ciò che resta sono solo le lacrime, il lutto e la tristezza.

Le paure di Pietro e le nostre tentazioni

In questa donna ci riconosciamo tutti, ma noi non siamo solo Maria di Magdala: siamo anche Pietro e possiamo diventare l’altro discepolo. Costoro, all’annuncio di Maria, si precipitano al sepolcro (c’è il bel quadro di Eugène Burnand che ritrae la corsa dei due discepoli). L’altro discepolo, perché più giovane – ma non solo per questo –, è più veloce e arriva per primo al luogo della tomba, ma non entra e lascia che sia Pietro a varcare la soglia.

Tutto appare in ordine, i teli e il sudario sono lì. Quest’ultimo è pure piega-to e posto in un altro angolo, come se qualcuno avesse voluto fare ordine prima di andarsene. Manca però la cosa più importante in una tomba: il corpo di Gesù, quel corpo che era stato staccato dalla croce e sepolto in tutta fretta. E quante volte in questa Quaresima abbiamo rivissuto questo momento, quante persone non hanno potuto neppure dare il loro ultimo saluto ai propri cari.

Pietro «osserva» (theōreō = guardare con attenzione), ma non va oltre; è come se ci fosse un muro che toglie una ulteriore visione. La ragione sta nel fatto che Pietro è imbrigliato dentro quegli eventi che hanno fatto emergere la sua fragilità e la sua paura: per tre volte ha rinnegato Gesù!

Possiamo essere anche noi imbrigliati nel nostro passato. Il facile motto «Tutto tornerà come prima» o «Riprenderemo quello che facevano prima», per me rappresentano terribili tentazioni. Questa Quaresima e Pasqua di chiese vuote e silenziose, se la si accetta semplicemente come una breve misura temporanea che sarà presto dimenticata, non ci permetterà di valorizzare questo tempo come un kairós: un momento opportuno per «prendere il largo» e ricercare una nuova identità per la nostra vita cristiana, dentro un mondo che cambia sotto i nostri occhi; un tempo nel quale, accogliendo la provocazione del vuoto, del silenzio e della distanza fra noi, proviamo, nella preghiera, a forare quel muro della nostra indifferenza, dello “scontato”, dell’“abbiamo sempre fatto così e non sono disposto a cambiare”, affinché le nostre scelte per il futuro, che adesso ci appare così oscuro, e le nostre relazioni, soprattutto quelle più difficili per ognuno di noi, possano essere illuminate dalla luce del Risorto e così trasfigurate. Come? Ecco l’ultimo discepolo in scena.

Il discepolo che Gesù amava

Dopo Pietro tocca all’altro discepolo, «quello che Gesù amava» (Gv 20,2), varcare la soglia ed entrare nel vuoto del sepolcro carico di domande – sicura-mente ci sono tutte le nostre! – e vedere per (r)aggiungere subito «e credere». Di lui non si ricorda il nome se non questa “inusuale” designazione. E subito – a differenza degli altri due – approda alla fede. La ragione, probabilmente, sta proprio in quello che lo caratterizza: è il discepolo “amato”, ma si può anche dire “che si lascia amare” e di conseguenza accoglie la sorpresa di un amore senza misura e totalmente immeritato.

Cosa significa per noi celebrare la Pasqua? Cosa significa credere nella risurrezione di Gesù sotto la bufera di questo tempo triste di isolamento, chiusura, distanza?

È l’occasione di:

  • professare la forza dell’amore, un amore capace di sconfiggere la forza del male, proprio quando sembra che la sua parola sia l’ultima e quella decisiva;
  • accogliere la novità dell’amore, un amore che si rivela nella spogliazione più completa, fino ad apparire fragile e disarmato, ma in questo ci è consegnata la sua vittoria;
  • abbandonarci a questo amore, regalatoci a “caro prezzo”, «come un bimbo svezzato in braccio a sua madre (Sal 131,2), lasciandoci alle spalle le nostre paure, i nostri “perché” irrisolti e il ricordo delle nostre infedeltà, per lasciarci colmare da una Presenza che porta consolazione e pace.

In questa Pasqua, così diversa da tutte le altre, auguro a me e a ciascuno di voi di diventare quel discepolo – senza nome perché ha tutti i nostri nomi – che si lascia amare da Gesù e e quindi arriva alla fede, con la semplicità di colui che va verso il nuovo con la fiducia di un bambino.

Buona Pasqua.

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