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Paolo: il profumo del Vangelo

La seconda lettura della quarta domenica di Avvento dell’anno B è il finale della lettera di Paolo ai Romani. La scritto può essere definito il manifesto del suo pensiero e del suo agire. In esso sono contenuti tutti i temi della sua predicazione. Ecco il testo:

Fratelli, ²⁵ a colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo , che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ²⁶ ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, ²⁷ a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.

La lettera ai Romani inizia e termina con una parola che riassume l’esistenza di Paolo: vangelo. Il vocabolo ricorre 11 volte nella lettera ai Romani e circa 50 volte nelle sue lettere. È di conseguenza una parola centrale nella vita e nel pensiero dell’Apostolo delle genti.

Qual è il “vangelo” di Paolo?

Nella prima lettera ai Corinzi, lo riassume con queste parole:

Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici (1 Cor 15,1-5).

Il Vangelo di Paolo è dunque Gesù, il crocifisso-risorto: l’apostolo delle genti non proclama un dogma, ma una persona; non illustra una teoria, ma un’“esperienza”, un “incontro” che è diventato per lui un punto di non ritorno. È il momento in cui «Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti» (Gal 1,15-16); il momento in cui tutto ciò che costituiva il suo mondo e la sua sicurezza diviene “spazzatura”: «Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo» (Fil 3,7-8).

Continuamente nelle sue lettere ritorna a questo momento, come se la sua esistenza, la sua preghiera e il suo annuncio fossero una continua e crescente interiorizzazione dell’esperienza vissuta.

Cosa accade lungo la via di Damasco?

Paolo sperimenta la vicinanza di Dio, incontra il Messia a lungo atteso, l’Emmanuele annunciato dai profeti. Lo incontra come il Figlio crocifisso e risorto, il Figlio dato per la salvezza del mondo. Da questo momento Paolo vive unicamente per Lui: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). L’amore manifestato nella croce diviene la forza trainante della sua esistenza: «… l’amore di Cristo ci spinge» (2 Cor 5,14).

Al capitolo 8 della lettera ai Romani ci imbattiamo in parole che Paolo deve aver ripetuto a se stesso migliaia di volte: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati» (Rm 8,35-37).

Persecuzione e sofferenza sono accolte come partecipazione alla passione del Cristo (1 Ts 2,8: 2 Cor 4,10), come immersione nella sua morte (Rm 6,4-6), perché una creatura nuova possa venire alla luce: una persona che ha come proprio io l’“io” di Gesù. In lui Paolo può vivere persino la prigionia e la morte come un’occasione per crescere nella «piena maturità di Cristo» (Ef 4,13), ed imparare a condividere «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5): lo svuotamento, l’incarnazione, l’umiltà, l’obbedienza, il farsi «tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22).

La missione di Paolo

Dall’intimità con Gesù nasce la missione. La passione bruciante per l’annuncio, la gelosia materna verso le chiese da lui fondate, i viaggi continui, i pericoli affrontati… tutto scaturisce dall’amore sovrabbondante che sperimenta nella relazione con il Cristo. Da questa relazione parte ed a questa relazione vuole ricondurre le comunità da lui fondate. Luca ha compreso bene tutto questo: nel libro degli Atti l’attività di Paolo è descritta come “testimonianza” (cfr. At 18,5; 20,21.24; 23,11) e “servizio” (cfr. At 20,19; 26,16).

Afferrato e posseduto da Cristo, è posto come segno della potenza di Dio dinanzi alle nazioni (cfr. At 13,47): più che un apostolo è un faro. Facendo proprie le parole di una giovane donna di Filippi, Paolo è «servo del Dio altissimo» (At 16,17), un Dio che lo ha conquistato (Fil 3,12), trasformando il suo cuore nel cuore del Cristo

Oggi Paolo continua a ripetere anche a noi, come alle comunità delle origini, che credere è un incontro con Gesù, il crocifisso Risorto, da cui scaturisce l’obbedienza della fede (Rm 16,26).

Credere è trasformare la propria esistenza nella carne del Verbo, perché il «mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni» possa divenire Parola (v. 25).

Credere è, dunque, un lasciarsi conquistare da Qualcuno che vuole condividere i suoi amori: il Padre ed il fratello che attende la salvezza.

Solo chi si sente afferrato dall’amore incondizionato e inspiegabile, dall’amore fedele fino alla follia della croce, sperimenta l’impulso di rendere presente ed operante quest’amore negli altri, in una vita che si rende dono, condivisione, presenza e consumazione fino al martirio.

Questo è il Natale che ci prepariamo a celebrare!

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