La visita a Betlemme comprenderà quattro tappe: i resti del Katisma, la Basilica della Natività, le Grotte di san Girolamo e la Grotta del latte.
Sulla strada che conduce da Gerusalemme a Betlemme, appena prima del monastero greco-ortodosso di sant'Elia, ci sono i resti della chiesa del Katisma. Si nota la forma ottagonale e la roccia al centro dell'ottagono, roccia che è sopra il livello dei pavimenti musivi (conservati ma invisibili a causa dei lavori). Il luogo si riallaccia ad un episodio narrato nel protovangelo di Giacomo (ELS p. 95 n.1) nel quale si racconta che Maria si sedette sulla pietra per riposarsi (da qui il nome Katisma). Teodosio (nel 530, ELS 107) afferma che il sito era al terzo miglio dalla città di Gerusalemme.
La chiesa fu ricostruita almeno due volte e ci sono anche due livelli di mosaici. C'è pure una nicchia rivolta a sud: qualche archeologo israeliano vorrebbe che questo luogo di culto fosse stato condiviso, per un certo tempo, da cristiani e musulmani. Questa fu la prima chiesa in cui si celebrò la festa del riposo di Maria il 15 agosto. Poi, nel VI secolo, la festa fu portata a Gerusalemme, ricordando la dormizione (o l'assunzione) della Vergine; dal calendario gerosolimitano in lingua georgiana sappiamo che qui si continuò a celebrare il 13 agosto (ELS 112).
Nelle vicinanze i pellegrini ricordano un pozzo, dal nome simile, Bir el-Qadismu (ELS p. 93 n. 2).
Si entra in città e ci si reca nella piazza della Mangiatoia per osservare la Basilica della Natività dall'esterno.
Quella che si ammira è una delle poche basiliche antiche giunte intatte sino ai nostri giorni. Il tetto è stato rifatto nel 1700 ma le mura della costruzioni sono originali.
Normalmente una basilica antica era composta da quattro elementi: i propilei (porte sulla strada), un atrio, l'aula e il presbiterio. Entrando dalle porte ci si avvicinava sempre più al sacro mistero. Poi fu introdotto il nartece, un corridoio che separa l'atrio e la basilica.
A Betlemme vediamo il nartece e la basilica. Nella piazza antistante la chiesa ci sono tracce dell'atrio, con portici e colonne; anche all'interno del monastero armeno, nella sala detta "scuola di san Girolamo", ci sono tre colonne dell'atrio inglobate nel muro medievale. Lungo il muro dell'ex-cimitero greco ortodosso (attualmente un giardino) si notano i resti di un muro: lo stilobate che reggeva le colonne dell'atrio. All'interno dell'atrio c'erano fontane d'acqua per la purificazione dei fedeli; al di sotto del pavimento della piazza ci sono cisterne per l'acqua di cui sono ancora visibili le aperture. Anche le colonne addossate ai muri del convento armeno sono i resti delle colonne dell'antico atrio. Si nota pure che c'è un possente resto di muro che sporge dalla facciata del monastero armeno: è il muro medievale dei propilei che chiudevano la basilica.
La facciata è oggi ingombrata dalla presenza di massicci contrafforti. Tuttavia si notano i resti di due architravi delle porte d'ingresso. Quello centrale (sopra l'attuale piccolo ingresso) è ben visibile; così pure quello di sinistra; di quello di destra invece si vede un solo piccolo angolo. Le porte oggi sono chiuse, con eccezione della porta centrale.
Dall'esterno si nota pure il timpano della facciata e i resti del campanile crociato, inglobato oggi nel convento latino di santa Caterina. Guardando la porta d'ingresso si notano i tre livelli: l'architrave della porta originaria, l'arco a sesto acuto della porta crociata (più piccola di quella bizantina) e l'attuale ingresso, molto angusto, cosiffatto per impedire ai turchi di entrare in chiesa a cavallo.
Entrando nel nartece ci si accorge che è molto piccolo: quello originario correva lungo tutta la facciata della basilica ed era ornato con marmi pregiati. Varcando una robusta porta in ferro che introduce nella proprietà armena, si notano le pietre con cui è costruita la facciata della basilica: pietre grandi e ben squadrate. Ci sono pure ampli fori a distanze regolari: servivano per reggere le preziosi lastre di marmo venato. Su questi marmi nacque una vera e propria poesia. Alcuni pellegrini infatti vedevano nei marmi figure di santi. Zualardo vedeva la figura di san Girolamo; il Sanudo (del 1300 ca) racconta che il sultano d'Egitto voleva i marmi per il suo palazzo e inviò operai a prelevarli. Se non che un serpente uscì e rovinò le lastre facendo così svanire l'intenzione del sultano.
Anche la porta d'ingresso alla basilica è degna di nota. C'è una scritta armena che ricorda il nome dei monaci che la fecero e il re armeno sotto il cui regno fu scolpita: è del 1230.
Entrando nella basilica di nota che ci sono quattro file di colonne che dividono la chiesa in cinque navate. Solitamente le chiese avevano tre navate; solo le chiese importanti avevano cinque navate. Sull'estrema navata di destra c'è pure un battistero in pietra, ancora utilizzato dai greci-ortodossi. Nel 1935 gli inglesi fecero restauri della basilica e ritrovarono resti della basilica costantiniana, in particolare il mosaico. La basilica originaria era un po' più corta (l'ingresso era all'altezza dell'attuale prima fila di colonne). Gli antichi studiavano molto le proporzioni perché un edificio rispondesse a canoni estetici: questo e non altro pare essere il motivo dell'allungamento della basilica attuale (bizantina).
Della basilica costantiniana è visibile qualche parte del pavimento a mosaico. Il mosaico si estende sotto tutto il pavimento della basilica ma è stato ricoperto al fine di poter utilizzare la chiesa come edificio di culto. Di 70 cm al di sotto dell'attuale pavimento, si caratterizza per una fattura molto fine (le tessere sono piccole e quindi il lavoro fu costoso). Nella navata centrale il mosaico è colorato, nelle navate laterali il mosaico è bianco con piccole croci nere. Vincent sosteneva che il mosaico fosse dell'epoca di Teodosio. Tuttavia non c'è nessun elemento per poter affermare questo: le forme geometriche rappresentate non sono sufficienti per datare precisamente l'opera. Ai piedi del gradino del presbiterio c'è un'apertura che permette di vedere un lacerto di mosaico: è bianco ma al centro ha disegni geometrici con una scritta greca (ICQUS), il famoso acrostico simboleggiante Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
Alle pareti ci sono invece mosaici del tempo dei crociati. Nonostante siano molto rovinati si possono intravedere ancora i soggetti delle rappresentazioni: i concili. Sulla parete di destra si distingue una scritta in greco che spiega un concilio. Ci si domanda perché all'epoca dei crociati ci fossero scritte in greco. La risposta l'abbiamo da Giovanni Foca, un pellegrino greco che venne a Betlemme nel 1177 (ELS 133,3). Egli racconta la sua gioia nell'aver visto rappresentato l'imperatore di Costantinopoli Emanuele Comneno. Una scritta in greco e in latino afferma che il re latino Almarico, il vescovo di Betlemme Rodolfo e l'imperatore Emanuele Comneno incaricarono il mosaicista Efrem perché compisse l'opera. Fu quindi un lavoro pagato dall'imperatore di Costantinopoli e nato sotto gli auspici del re latino di Gerusalemme e del vescovo latino di Betlemme. Su un frammento di mosaico della parete sinistra si legge un'iscrizione latina: Basilios pictor. La scritta è ripetuta pure in siriaco, la lingua più in uso allora. C'è un abbondante uso dell'oro e pure della madreperla per imitare l'argento. Sulla parete destra, sotto la rappresentazione del concilio Costantinopolitano II si distingue una scritta latina che recita: Ioseph virum Mariæ. Quella raffigurazione era l'ultima della serie degli antenati di Gesù secondo il vangelo di Matteo; dall'altra parte c'erano invece gli antenati secondo la versione di Luca. Sulla controfacciata era rappresentato l'albero di Iesse: sui rami c'erano patriarchi, re e profeti sino a Cristo. Di tutto ciò oggi non è più visibile nulla. L'esempio più simile alla basilica, dal punto di vista dello stile, è la moschea di Damasco.
Le colonne riportano affreschi di epoca crociata. Una colonna ha pure una data (1131). Sono rappresentati santi dell'oriente e dell'occidente. Ci sono monaci (Teodosio, Saba, Eutimio), santi delle nazioni crociate (Olef re di Norvegia, Oleg re di Danimarca), santo Stefano, il profeta Elia, Onofrio (vestito solo dei suoi capelli e della sua barba). Interessante è la compenetrazione delle due tradizioni, quella occidentale e quella orientale.
Il transetto di sud (destra) custodisce mosaici che rappresentano scene del NT: l'ingresso di Gesù in Gerusalemme e un frammento della Trasfigurazione: si vede Pietro, con capelli e barba riccia, prostrato.
Si entra nella grotta della natività. Gli attuali gradini d'accesso sono crociati ma riprendono quelli bizantini. La grotta è stretta e lunga. È il luogo del presepio, della mangiatoia e della natività. Prima del VI secolo si ricordano sempre la mangiatoia e la natività. I latini possiedono l'altare della mangiatoia; l'altare della natività è di proprietà comune ma possono officiare solo i greci e gli armeni. La mangiatoia è di marmo; al di sopra c'è la roccia. Girolamo afferma che i cristiani avevano tolto la mangiatoia di fango (luteum) per sostituirla con una d'argento (ELS 102; TCG 105). La mangiatoia fu poi nuovamente sostituita con l'attuale di marmo. Nel luogo della natività Sofronio (VII secolo, ELS 109; TCG 105) dice di voler appoggiare gli occhi, la bocca e la fronte per riceverne un dono spirituale. Nel 1714 i francescani posero sul nuovo pavimento dell'altare una stella d'argento che indicasse e facesse toccare il marmo antico. La stella, con una scritta in latino, fu rubata dai greci il 31 ottobre 1847 e divenne oggetto di contenzioso nella guerra di Crimea. Fu poi restituita e saldamente fissata a terra. Il pavimento della grotta è di marmo bianco venato assai pregiato. Nella piccola abside ci sono resti di mosaico di epoca crociata con una rappresentazione della natività alla greca: la Madonna è distesa e Gesù bambino è lavato dalle levatrici. Sotto c'è una scritta in latino: pax hominibus. Purtroppo la grotta è annerita dal fumo delle lampade e da incendi; anche il pesante drappo d'amianto regalato dalla Francia non risolve il problema del nerofumo.
Il transetto di nord (sinistra) mostra mosaici rappresentanti scene evangeliche. Si vede una parte di un'ascensione di Gesù: gli apostoli guardano verso il cielo e gli angeli parlano loro. Un'altra scena rappresenta Gesù nel Cenacolo con Tommaso. Le scritte in latino sono molto rovinate (pare dai monaci greci nel corso dei secoli).
Sotto il pavimento c'è un mosaico appena di 30 cm al di sotto dell'attuale copertura (quindi più alto dell'aula della chiesa). Si tratta di mosaici molto fini (ci sono pernici, uccelli, etc.). È strana la direzione delle forme in cui sono iscritte le immagini. Ciò dimostra che l'edificio sopra la grotta era ottagonale. Qualcuno parla pure di un oculus che dava luce alla grotta; Bagatti esclude tutto ciò perché non ci sono paralleli. Tuttavia la forma ottagonale della piattaforma spiega l'orientazione dei mosaici.
Dalla basilica ci si reca nel portico della chiesa di santa Caterina. È il secondo convento francescano della terra santa. Il Sion è del 1335; questo del 1347. Era l'abitazione dei canonici agostiniani che servivano la basilica ai tempi dei crociati. Nell'attuale convento ci sono ancora stanze e refettorio che erano parte di quell'antico edificio. Si vede bene il chiostro canonicale: ci sono doppie colonne con capitello a mensola e altre colonne per sostenere le costruzioni. Il chiostro non è completo. Nel 1950 Barluzzi curò un restauro e riportò alla luce l'antico chiostro. Una parte però finì dentro la chiesa che fu allargata per motivi pastorali.
Dalla chiesa di santa Caterina si accede alle grotte di san Girolamo e dei santi Innocenti e da qui, attraverso un passaggio artificiale, alla grotta della natività. Il sepolcro che Girolamo aveva preparato per sé era vicino alla grotta della natività. L'anonimo di Piacenza afferma: in ipso ore speluncæ ipsam petram sculpivit (ELS 108; TCG 105). È molto improbabile che la casa di Girolamo fosse qui (anche per la sua stessa testimonianza: indica infatti la tomba di Rachele come punto di riferimento per la propria abitazione, ELS 100,1). Più probabile che ci fosse la casa per il clero locale e non un monastero. Bagatti ha trovato resti di case, forse il presbiterio della città. Quindi il ricordo della casa di Girolamo è devozionale, mentre le testimonianze della sua tomba sono antiche.
Accanto alla grotta di Girolamo ci sono le grotte degli Innocenti e di san Giuseppe. Le grotte dedicate agli Innocenti sono due: una di proprietà dei latini e l'altra dei greci-ortodossi. Ambedue non hanno nulla a che fare con gli Innocenti. Sono semplicemente luoghi di sepoltura. La chiesa era fuori dal paese e quello spazio era utilizzato per sepolture. Bagatti, dopo uno scavo del 1964, disse che c'erano tombe precostantiniane. Questo è strano. Secondo Girolamo (ELS 101; TCG 105) sul luogo della grotta c'era un tempio ad Afrodite. Come si concilia un tempio con le sepolture? Anche Origene afferma che la grotta era un luogo conosciuto anche dai pagani (ELS 90; TCG 104). Forse i pagani di cui parla Origene erano soldati di stanza a Betlemme. Ma come si può unire un tempio pagano e il luogo sacro ai cristiani? La risposta viene da Cirillo di Gerusalemme (ELS 97; TCG 105): il luogo sacro era in un bosco. Era dunque un luogo all'aperto, lontano dal villaggio, dove potevano esserci anche tombe. Bagatti ha trovato un sepolcro monumentale con volta a botte: forse la tomba di qualche pagano facoltoso oppure di qualche devoto cristiano. Anche nella cappella dei greci ci sono tombe molto belle, di epoca successiva a Costantino.
Scendendo nella grotta di san Giuseppe si vede la cella funeraria precostantiniana sotto la fondazione della basilica. Sulla sinistra il piccolo altare, memoria odierna dei santi Innocenti. Si tratta di una tomba ad arcosolio di epoca bizantina. La seguente apertura (sempre sulla sinistra) era la grotta originaria degli Innocenti, rimpicciolita con il restauro del 1964. Sotto l'altare ci sono altre tombe precostantiniane. Ci sono pure alcune tombe sigillate.
Dalla cappella si entra dentro una piccola galleria che conduce alla grotta della natività. Nel cunicolo si vede bene il soffitto a botte e il segno di un'apertura, forse l'ingresso alla grotta in epoca costantiniana.
Passando alla grotta successiva si vede il sepolcro di Girolamo. All'angolo opposto c'è il sepolcro di Paola e Eustochio. Si intravede un'apertura dove è stato trovato un pozzo, forse parte di qualche antica abitazione. C'è poi il sepolcro di Eusebio da Cremona, ultimo monaco latino dell'epoca antica.
Infine si entra nella cosiddetta cella di san Girolamo. Si tratta di un ambiente medievale; sono visibili le scale che conducono al chiostro e un'apertura (rifatta), segno di un'antica finestra.
Risalendo si visita la cappella di sant'Elena, parte del campanile crociato della basilica. C'è un affresco molto restaurato rappresentante Gesù fra la Madonna e Giovanni Battista. Ci sono anche tracce di mosaico sul pavimento.
L'ultima tappa della visita è la Grotta del latte. Secondo una tradizione non molto antica, circa del tempo dei crociati, Maria allattava in questo luogo Gesù. Qualche goccia del latte della Vergine cadde a terra e la roccia divenne bianca. Da qui l'usanza di asportare le rocce per scopi devozionali. Alcuni vorrebbero che qui Maria si fermò prima di andare in Egitto. Sappiamo che Baldovino, primo re crociato, venne in questo santuario e prese una reliquia della Madonna prima di andare ad espugnare Askelon.
Si tratta di un santuario molto popolare a Betlemme, sia per i cristiani come per i musulmani. La decorazione riflette il gusto popolare. Un tempo si diceva che il sito dove c'è il santuario era fuori dal paese. In realtà l'indagine archeologica ha mostrato che il villaggio antico era proprio qui.
Entrando si vedono una serie di grotte, forse parte di antiche abitazioni. I francescani sono qui dal 1400. Nell'epoca crociata sopra fu costruita una chiesa dedicata a san Nicolò.
Nonostante le testimonianze siano solo a partire dall'epoca crociata non sono tuttavia da disprezzare.