Presso l'ingresso all'orto degli ulivi le strade si biforcano. Si nota che ci sono tre strade che salgono l'erta degli Ulivi. Queste strade sono tutte ricordate e disegnate dai pellegrini. Il Sanuto, nel 1300, disegna due strade; Cotovicus (1582) ne rileva tre; Zualardo ne segnala altrettante (ELS p. 418; TCG 39, fig. 57). I bizantini indicavano due strade. L'attuale strada di mezzo (non asfaltata) non è segnata nelle mappe antiche. Sul monte c'erano molte memorie: il fico che Gesù maledisse, la casa di Simone il lebbroso, il luogo dove gli apostoli composero il Credo, etc.
Ai piedi del monte, oltre al Getsemani e alla tomba della Madonna, ci sono altre memorie, legate ai vangeli apocrifi. Uno di questi siti ricorda il luogo dove Maria pregava e dove diede la sua cintola a Tommaso. Un altro sito ricorda il luogo dove l'angelo diede a Maria la palma prima della morte. Il luogo della preghiera è nel giardino dei greci. Presso il muro del monastero russo di santa Maria Maddalena c'è la pietra dove Maria avrebbe donato la cintola a Tommaso. Sulla pietra, ancora ben visibile, ci sono i segni delle iscrizioni dei pellegrini (croci, una scritta, qualche altro simbolo). Questo luogo, onoratissimo dai pellegrini fino al 1800, ora è abbandonato e non gode di nessuna considerazione. Sulla sella della montagna c'è il ricordo dove Maria avrebbe ricevuto la palma (le rovine erano ancora visibile nell'800).
Salendo invece dalla strada che conduce al Dominus flevit si vede la colonna del bacio di Giuda. Questa colonna (attualmente dentro una nicchia) godeva di grande importanza; ad essa infatti era legata l'indulgenza. Si trovava al fondo di un corridoio lungo otto metri. Il corridoio terminava nell'angolo della basilica attuale. Tale ambiente fu distrutto da Barluzzi allorché si iniziarono i lavori per la costruzione della basilica attuale (1921). Dal tempo della cacciata dei crociati (1187) sino al XX secolo tale colonna era l'unico resto dell'antica chiesa. Barluzzi pensò che la nuova chiesa potesse ben sostituire la memoria dell'antica colonna e la fece asportare; ma, in seguito a polemiche, dovette rimetterla. I greci ortodossi chiamano questa colonna la colonna del Pater hemon, cioè del Padre nostro o della proskynesis (adorazione). Forse a causa della preghiera di Gesù nell'orto (Marco 14,36), i greci ritengono che questo luogo sia il sito dove Gesù ha insegnato il Pater.
Al di là dell'inferriata di recinzione si notano rocce bianche. Sono dette rocce degli apostoli. Secondo la tradizione Pietro, Giacomo e Giovanni stavano qui quando Gesù pregava. Nel 1897 ci fu un notevole contraddittorio tra francescani e greci ortodossi per la proprietà delle rocce; alla fine il luogo fu affidato alla Custodia.
Si sale sino alla chiesa del Dominus flevit. I pellegrini facevano memoria del pianto del Signore in luoghi diversi, a seconda delle epoche. In epoca bizantina, per esempio, il ricordo era sulla cima. Dopo i crociati il ricordo vagò da varie parti. Nel disegno di Cotovico del 1582 (ELS p. 418) il luogo è in mezzo a tre strade, nei pressi di una moschea, detta Mansurja (che significa Vittorioso). Il Vittorioso pare essere Gesù stesso (il profeta Issa dei musulmani). La moschea è stata rifatta totalmente qualche anno fa, sui resti dell'antica moschea. Alla fine del 1800 i francescani acquistarono un piccolo terreno e costruirono un piccolo convento a ricordo dell'episodio evangelico (Luca 19,41-44). Il convento è una casa senza particolari segni cristiani (a motivo delle leggi turche allora in vigore).
Ma nel 1951 la situazione cambiò. Le benedettine si trovarono in ristrettezze economiche e vendettero alla Custodia un appezzamento di terreno, al di sotto del loro grande possedimento. Si costruì un muro separatorio e si trovarono resti archeologici di una certa importanza. In particolare furono scoperte circa cento tombe di diverse epoche: alcune addirittura del medio bronzo, altre romane, erodiane e bizantine.
A destra dell'attuale ingresso al santuario ci sono i resti di due importanti tombe: la tomba di Shelom Zion e la tomba del monogramma.
Gli scavi archeologici hanno portato alla luce un complesso sepolcrale con tombe a kokim. Sono state trovate pure cassette in legno e in pietra contenenti le ossa dei morti e ornate di rosette, croci e altri segni. Un ossuario portava un nome, quello di Shelom Zion, una donna. Fra le due parole c'era una croce obliqua. Su croci come questa si discusse e si discute molto. L'archeologo israeliano Sukenik ha trovato otto ossuari simili con croci. Il problema è capire che si tratta di una croce o di una tav (t), simbolo molto usato presso gli ebrei (a Qumran). La tav è l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico ed è utilizzata con molti significati. Barbana, per esempio, nella sua Lettera parla dei 318 servi di Abramo (Genesi 14,14) e interpreta così: 300 (in greco si scrive con la lettera tau [t] simbolo della croce) e 18 (in greco iota e eta [ih] iniziali del nome Gesù [Ihsou,j]) significa che la croce di Cristo è la salvezza. Quindi, forse, la lettera (sia greca sia ebraica) era segno della croce di Gesù. Tuttavia a questa lettura si opposero in molti. R. De Vaux, dell'École biblique, non condivideva. Ferrua, gesuita esperto di catacombe, disse che il valore di un simbolo dipende dal suo contesto. Bagatti, comunque, continuò a ritenere che il segno fosse un simbolo cristiano. Naturalmente il dato è importante perché il periodo è molto antico, appena dopo la prima rivolta giudaica e quindi siamo di fronte alla sepoltura di persone della primissima generazione cristiana.
Nella seconda tomba si vede una stanzetta quadrata per ossuari. Erano ben 14, l'uno sull'altro. Uno di questi ossuari aveva un simbolo, il monogramma chi ro [CR]. Questo monogramma può avere più d'un significato (può indicare Cristo [Cristo,j], oppure oro [cruso.j], oppure ottimo [crh,simoj]). Anche il nome della persona era in greco (VIou,dan proshluto,j). Di chi si tratta? Di un greco divenuto ebreo (cfr. Matteo 23,15)? Ma allora perché un nome giudaico? Ha forse cambiato nome? Oppure si tratta di un aggettivo? Oppure è un ebreo divenuto cristiano (già nel II secolo, dopo il concilio di Javne, i cristiani non erano più accolti in sinagoga)? Bagatti, appoggiandosi ad un testo di Giustino (nel Dialogo con Trifone dice: "Se non diventi proselito non ti rivelerò la disciplina dell'arcano [l'Eucaristia]"), afferma che questa è una tomba giudeo-cristiana. Ci sono anche su altre tombe segni di croci.
Procedendo si vede pure l'ingresso ad una tomba detta tomba degli orecchini. Qui sono stati trovati due pendagli a forma di pesce in legno di ebano, intatti.
Andando avanti c'è l'ingresso di un'altra tomba molto bella.
Nell'area sono state trovate cento tombe. Due sono dell'epoca del medio bronzo (1800-1300 a.C.), le uniche a Gerusalemme di quel periodo. C'erano pure duemila vasi degli abitanti di Gerusalemme prima degli ebrei (detti gebusei). Alcuni vasi venivano da Cipro, altri da Micene e dalla Grecia. È stato trovato pure uno scarabeo con il sigillo del faraone egiziano Tutmosis III.
Nel 1956 l'architetto Barluzzi costruì la chiesa del Dominus flevit sui resti di un antico monastero di cui sono visibili il chiostro, l'edicola, due colonne, l'abside, un bel mosaico, una pressa per il vino e due cisterne. Il pressoio per il vino è ben conservato, mosaicato, con due vaschette per raccogliere il frutto della vite. Anche le due cisterne (in uso fino ad oggi) sono ben visibili.
Entrando nella chiesa si osserva un altare ben preservato. Ci sono buchi per attaccare qualcosa, i quattro incassi per le quattro colonnine che reggevano la mensa e una bella croce. C'è pure un'iscrizione a lettere greche. Bagatti affermava che si riconosceva il nome di sant'Anna (quella di cui si parla in Luca 2,36-38); altri invece pensano all'anastasis. Si tratta di una chiesa monastica con una sala unica, sufficiente a poche persone e orientata verso est. Oggi l'orientazione è stata capovolta verso Gerusalemme.
Fuori c'è un bel mosaico del VI-VIII secolo. L'iscrizione greca parla di un oratorio. C'è una nicchia absidata (forse per icone) e passaggi a stanze interne. Le figure (molto graziose) rappresentano frutta, un trancio di pesce, fiori e così via. In questo luogo è stato pure trovato un timbro per i pani eucaristici.
Andando oltre (verso il convento) si nota una tomba a kokim dove fu trovato il tesoro del Dominus flevit. Qui fu ritrovata una moneta d'argento del IV anno della rivolta giudaica (quindi coniata fra il gennaio e il marzo 70), rarissimo esempio del suo genere (ce ne sono 12 in tutto il mondo).
Il convento è una costruzione del 1889 che dà sulla strada sterrata ed è in faccia alla moschea detta Mansurja.
Si sale verso il Pater e si entra nel recinto delle carmelitane francesi. Al di sotto di un piccolo giardino che guarda la strada, in faccia al convento delle Benedettine, c'è la cappella del Credo. Secondo la tradizione (dopo i crociati ELS 644,4. 650,8. 652,3) in questo luogo gli apostoli, riuniti insieme, avrebbero composto il Credo o Simbolo apostolico. Il luogo fu molto visitato dai pellegrini. Tuttavia, quando si costruì la chiesa sui resti dell'Eleona questa memoria scomparve. Secondo Sofronio (ELS 620) da qui si godeva una bellissima vista su Gerusalemme.
Dove c'è l'attuale giardino c'era il grande portico della basilica; al centro v'è una bella cisterna. Forse la chiesa fu distrutta dagli arabi nel 614. Infatti le testimonianze abbondano fino al VI secolo (per esempio Egeria, ELS 609,1); dopo si tace (Arculfo ne parla nel 670 ma evidentemente si rifà a fonti a lui note, ELS 621 TCG 101). Qualcosa forse è rimasto fino al medioevo (e qualche resto archeologico è stato ritrovato) ma poco si può dire a riguardo.
Dopo la I guerra mondiale la Francia volle costruire in questo luogo una chiesa dedicata al Sacro Cuore. Si iniziarono i lavori ma a causa di una forte polemica sui nuovi santuari in terra santa, tutto fu bloccato.
Sotto la lapide col Pater in ebraico ed aramaico è visibile un piccolo ma grazioso mosaico, di ottima fattura (lo dimostra l'alto numero di tessere molto piccole).
La cripta, molto rovinata, custodisce qualche segno antico: un ingresso medievale (molto simile all'ingresso della grotta della Natività a Betlemme), il primo ricorso dell'abside, qualche lacerto di pavimento. Si nota pure un angolo con una roccia ricurva. Sono molte le stranezze dell'ambiente che è tuttavia troppo rovinato per testimoniare la sua importanza (cfr. Egeria la quale racconta che qui il vescovo leggeva il Vangelo nella celebrazione delle Palme, ELS 609,2 TCG 100). In fondo alla cripta ci sono loculi a kokim con molte tombe. Si tratta delle tombe dei patriarchi di Gerusalemme?
Uscendo ci si reca a visitare un resto, identificato da padre Vincent con un antichissimo fonte battesimale. Questo è strano: è piccolo (non grande come quello di Milano o di san Giovanni in Laterano) e non è presso la chiesa cattedrale; tuttavia anche presso chiese non cattedrali c'erano fonti (Prudenzio canta il fonte vicino alla tromba di Pietro a Roma; a Betlemme c'era un fonte). Nonostante la discussione e le incertezze, l'ipotesi che sia un fonte è abbastanza probabile.
Infine si entra nel portico del Pater, oggi molto visitato dai pellegrini.