IL GETSEMANI
Lunedì 26 di marzo 2001


Il nome Getsemani indica una località e non un sito preciso. I Vangeli parlano di un luogo, al di là del torrente Cedron (Giovanni 18,1), chiamato con questo nome (Matteo 26,36; Marco 14,32). Nell'area ci sono: la Basilica dell'Agonia, l'orto degli ulivi, la grotta del tradimento, la tomba della Vergine e il martirio di santo Stefano. Non lontano ci sono le tombe ebraiche e la memoria della tomba di san Giacomo.

Iniziamo la visita dalla rupe del martirio di Stefano. Sulla strada c'è una chiesa moderna, di proprietà dei greci ortodossi, la cui costruzione risale al 1968. La chiesa non è stata edificata sul luogo indicato come il martirio di Stefano; è vicina. Il luogo tradizionale è a ridosso della strada, oggi coperto da una costruzione, ma per molti anni all'aperto. C'è una grotta con due stanze. Probabilmente era una grotta di campagna e non una grotta funeraria (nella zona ci sono altre grotte così, per esempio la grotta del tradimento, a fianco della tomba della Madonna). Ai tempi delle crociate si riteneva che il luogo del martirio fosse vicino all'attuale porta di Damasco (dove attualmente c'è la chiesa dei domenicani). Dopo le crociate quel luogo è stato abbandonato e la memoria autentica della lapidazione del protomartire è stata trasferita qui. Il 26 dicembre c'è una peregrinazione. Si discute sul tracciato dell'antica strada; in scavi recenti si è ritrovata una strada con gradini uguali a quelli dentro la grotta. Forse la strada andava verso la porta dorata o verso l'attuale porta di santo Stefano. Sono stati pure ritrovati monumenti funerari, detti mausolei funebri. La zona era adibita ad uso cimiteriale da molto tempo e la scoperta di tombe bizantine, nei pressi della strada che conduce alla porta dei leoni e nell'attuale cimitero musulmano, conferma l'ipotesi. Qualcuno afferma che, dopo i crociati, si rivitalizzò una tradizione che dormiva. I testi antichi comunque parlano di una zona ad oriente della città e non a settentrione.

Ci si reca alla tomba della Vergine o basilica della dormizione di Maria (per gli orientali) o anche Assunzione della Vergine. Gli orientali indicano, col termine dormizione, sia la morte sia il riposo. Per i latini al Sion c'è la memoria della morte della Madonna (dormizione) e qui la tomba. Il nostro concetto di assunzione è uguale al concetto orientale di dormizione. Giovanni Damasceno, l'ultimo padre greco, in una sua omelia (del 749 ca, ELS 1063; TCG 102) parla di un'opera di Eutimio (perduta): racconta che Maria fu assunta in cielo e nella sua tomba furono trovate solo bende. Le bende finirono a Costantinopoli, in una chiesa fatta costruire dall'imperatrice Pulcheria, santa Maria Blacherna. In quella chiesa c'era la sindone e una cappella con la santa cassa contenente le bende, la reliquia più preziosa della città.

Di grande interesse è il Transitus Virginis (ELS pp. 753-755; TCG 101), un'opera apocrifa del V secolo, giunta a noi in parecchie lingue (latino, greco, siriaco, etiope). Tale opera ha elementi teologici risalenti al II secolo, in particolare alla teologia giudeo-cristiana (il Cristo angelo, i vestiti di Maria, etc.). La versione siriaca ha indicazioni topografiche che informano sulla situazione prima della distruzione della Basilica. In particolare si parla di tre grotte e di un banco alzato di argilla.

Nel 1972 a Gerusalemme ci fu un alluvione tale che la basilica si riempì d'acqua. A fronte del disastro si decise di fare lavori di restauro. Fu incaricato di seguire i lavori padre B. Bagatti, che scrisse poi un articolo e un libro. Togliendo gli ornamenti di marmo di epoca crociata si scoprì la roccia sottostante. Nella parete sono state conservate grotte tombali molto simili ad altre tombe gerosolimitane (vedi quelle del Cedron e le tombe reali vicino a san Giorgio). Ci sono tre ambienti: un vestibolo, una seconda camera con sepolture a kokim e una terza camera con tombe ad arcosolio. Solitamente la terza camera ha tre banchi (uno per ogni parete); è raro il caso in cui si trova, nella terza stanza, un solo arcosolio. Una famiglia, infatti, era sepolta nella stessa stanza. Diverso è il caso di Maria, la cui tomba si distingue dalle altre. Il sepolcro di Cristo è simile, anch'esso isolato dagli altri.

La chiesa attuale è la cripta di un'antica chiesa distrutta. Un archeologo greco, Kathimbinis, ha trovato pavimenti in marmo dell'antica chiesa e li ha coperti con una tettoia. La cripta (attuale chiesa) è chiaramente segnata da due fasi: una di epoca crociata (cfr. la facciata con un arco a sesto acuto, le pietre tagliate longitudinalmente con i marchi degli scalpellini: simboli, lettere, disegni) e l'altra di epoca più antica. Il segno della differenza è il tipo di arco: l'arco crociato è a sesto acuto, mentre l'arco antico è rotondo. Si entra in una costruzione a forma di croce. In fondo c'è l'edicola, isolata dalla roccia circostante artificialmente. Si nota che l'abside è rivolta verso occidente. È un dato singolare in questa regione, dove tutte le chiese sono rivolte verso oriente. Fin dal IV secolo l'usanza era quella di orientare l'abside verso est. Si conoscono solo due chiese con l'abside non orientata: questa e il santo Sepolcro. Al Sepolcro la facciata era verso oriente. Tuttavia c'è una testimonianza di Eusebio di Cesarea che parla della cattedrale di Tiro, costruita nel 313 e rivolta verso occidente; i raggi del sole entravano dalla porta. Poi, alla fine del IV secolo, si iniziò a costruire le chiese rivolte ad oriente. Comprendiamo allora che questa chiesa è molto antica.

Ci sono tuttavia problemi: nessun pellegrino ne parla; gli stessi antichi calendari liturgici tacciono fino al secolo VIII (il primo a menzionare la festa il 15 agosto è il calendario georgiano, ELS 1064). Esichio, di cui abbiamo molte omelie in occasione di varie feste a Gerusalemme, non ha nessuna omelia in questa chiesa. Tuttavia il 15 agosto si celebrava la festa presso il Katisma, nei pressi di Betlemme. Bagatti ipotizza che la chiesa fosse di proprietà di una comunità non in comunione col vescovo di Gerusalemme, precisamente la chiesa giudeo-cristiana. Si può allora pensare che il vescovo portasse il popolo lontano dalla chiesa appartenente ad una comunità scomunicata. Tant'è vero che, quando la chiesa divenne proprietà della comunità cristiana locale, la festa fu spostata qui e al Katisma si anticipò al 13 agosto (ELS 112). Il lezionario georgiano riporta ambedue le feste.

Al di sotto dell'abside c'è un altare armeno, girato verso est (direzione nella quale gli armeni devono obbligatoriamente celebrare). Anche i copti celebrano su questo altare (essendo ambedue comunità monofisite). L'altare addossato all'edicola della Vergine era di proprietà dei latini. Tuttavia alla fine del 1700 i francescani persero la proprietà della basilica che passò ai greci e agli armeni e, per protesta, non officiarono più. All'estremità dell'abside di est si vede un prolungamento della croce con un'abside aggiustata e non originale.

Entrando nell'edicola si nota il banco rialzato. L'edicola ha due aperture, una per entrare e l'altra per uscire.

Al fianco si notano i tagli nella roccia e una piccola finestrella. Al di là della finestra c'è una grotta con resti di tombe. Si tratta dei resti di una necropoli. Ci sono tombe a kokim più alte della tomba della Vergine. L'ipotesi di una ricca tomba composta da tre ambienti (vestibolo, stanza con kokim e stanza più bassa con arcosolio) trova una conferma.

Uscendo dalla basilica si va nella grotta del tradimento. Si tratta di una grotta naturale non lavorata. Non è una tomba; forse si tratta di una grotta per uso agricolo. Il nome (Getsemani) fa pensare ad un luogo con frantoio per le olive. Nella Shefela e a Maresha ci sono molte grotte così. C'è pure una cisterna per l'acqua, elemento essenziale per lavorare le olive. Padre Corbo, che ha scavato e studiato l'ambiente, parlava anche di una nicchia per infilare le travi su cui stavano i pesi per schiacciare le olive.

Sicuro è l'uso religioso dell'ambiente. Ci sono molti graffiti fatti da pellegrini, a testimonianza della devozione di cui era circondato il luogo. Ci sono anche pitture di stile crociato, scritte latine e scritte greche. I francescani hanno la proprietà di questo luogo dal 1390.

A fianco dell'altare, sulla parete, c'è una scritta in latino che ricorda l'agonia di Gesù nell'orto. Tale iscrizione è divenuta ispiratrice della tradizione secondo cui questa era la grotta dell'agonia. I pellegrini parlano di questo luogo riportando notizie diverse. Teodosio (530 ca, ELS 792; TCG 101-102) afferma che qui molte persone venivano e mangiavano devotamente; il luogo ricorda infatti la cena di Cristo e la lavanda dei piedi. L'anonimo piacentino, invece, ricorda il luogo del tradimento (ELS 794; TCG 102). Arculfo parla addirittura dei segni delle ginocchia di Cristo (ELS 795; TCG 102).

Ci sono pure affreschi ben visibili. Uno rappresenta Cristo con le lettere A e W. L'omega oggi è scomparsa. Ci sono pure, a fianco, due personaggi: sembrano Maria e Giovanni il Battista. Si tratta dunque di una deesis, una scena di intercessione. Non dobbiamo dimenticare che questa è la valle di Giosafat e che essa porta con sé il ricordo del giudizio escatologico (Gioele 4,12). Epifanio, monaco del IX secolo, afferma che in questo luogo si udivano i rumori degli inferi (ELS 800). Sotto il pavimento della grotta ci sono circa settanta tombe. Alcune lastre avevano scritte arabe ed erano state riutilizzate dai cristiani in epoca crociata. Al di sopra c'era un mosaico, ancora visibile in parte. In fondo, vicino all'antica cisterna, si legge una scritta in greco che recita: Signore dona il riposo (Kyrie, anapauson).

Si entra nel giardino degli ulivi. Tradizionalmente è il luogo della preghiera di Gesù. Alla fine del 1300 non c'erano ulivi; nel 1586 Zuallardo parlava di "oliveti vecchissimi" (ELS 828). Gli olivi erano nove (cfr. Bernardin Surius, 1644, ELS 831,1). Nel XVII secolo diventarono otto (cfr. ELS, p. 558 n. 1), poi sette.

All'inizio del '900 i francescani acquistarono un terreno vicino all'oliveto coi resti di una chiesa crociata. I testi greci prima dei crociati parlano di una chiesa dedicata alla proskynesis, l'adorazione. Alla fine della prima guerra mondiale, sotto il mandato inglese, la Custodia cercò di costruire una nuova chiesa (ne furono edificate due, una qui e una al Tabor, nel 1924). Barluzzi voleva costruire una chiesa sopra le rovine crociate. Quelle rovine infatti custodivano tre absidi, costruite su tre rocce che, secondo la tradizione, erano i tre luoghi dove Gesù si era inginocchiato. Sulla roccia centrale, molto sporgente, era stato costruito l'altare. Tuttavia lavorando, si trovarono i resti di una chiesa più antica, di epoca bizantina, con mosaici, fondazioni e basi di colonne. Da qui la decisione di costruire la nuova chiesa non più sopra i resti della chiesa crociata, ma sopra i resti della chiesa bizantina. Il pavimento dell'attuale basilica segnala con tondi rossi le colonne bizantine, con strisce grigie i muri, con bande bianche e verdi il canale dell'acqua; Barluzzi conservò pure il mosaico e il nuovo imita fedelmente l'antico. I mosaici sono pregevoli, coerentemente con quanto afferma Egeria che parla di una chiesa elegante (ELS 791,1; TCG 101). C'era pure un bel capitello dell'epoca di Teodosio (sul modello del quale sono stati fatti gli attuali), ora al museo della Flagellazione. Così la chiesa nuova ha il muro di sud che poggia sulla roccia centrale dei crociati; oggi nessuno considera questa roccia ma con tutta probabilità era il vero centro della devozione antica.

Infine si visitano i monumenti funerari antichi. Si tratta di tre notevoli costruzioni sepolcrali. Una tradizione parlava delle tombe di Isaia e Zaccaria.

La prima costruzione è il monumento ad Assalonne. La tradizione la attribuisce ad Assalonne (2 Samuele 18,18), re senza figli. Si tratta di un grande monolito in pietra, all'interno del quale c'è una piccola stanzetta. I cercatori di tesori hanno scavato un buco ancora ben visibile. Gli ornamenti mescolano lo stile greco e quello egiziano. Le colonne sono ioniche ma il fregio è dorico. Al di sopra c'è una cornice di stile egiziano e una rotonda coronata da un cono che si allarga a fiore. Tutto conduce a datare il monumento in tarda epoca ellenistica, al tempo di Erode.

La terza tomba è la cosiddetta tomba di Zaccaria, completamente scavata nella roccia. Anche qui si mescolano gli stili. Ci sono capitelli ionici che appoggiano su colonne appena scanalate. Sopra c'è una piramide di tipo egiziano. È un blocco pieno senza tombe, tecnicamente detto nefesh. La tomba invece è alla sinistra ed è accessibile.

Un portico dorico chiude gli ambienti sepolcrali. Le colonne non sono ben proporzionate e tuttavia, all'interno, c'è un bell'esempio di tombe. Una prima sala funziona da vestibolo, senza tombe; una seconda sala ha tombe a kokim; infine la terza ha tombe ad arcosolio. Sull'architrave c'è un'iscrizione ebraica che dice essere la tomba di Benê Hezir, famiglia sacerdotale di Gerusalemme. Tale tomba è detta pure tomba di san Giacomo. Una leggenda del IV secolo racconta che un monaco ebbe un sogno: in quel luogo c'era la tomba di san Giacomo, di Zaccaria e di Simeone. Il monaco riferì al vescovo che fece compiere scavi e costruire una chiesa. I resti dei muri della chiesa sono ancora ben visibili, così come la nicchia scavata sotto la tomba di Zaccaria. Si vedono pure due scale per l'accesso dei pellegrini.