Il quartiere armeno si estende sul monte Sion all'interno delle mura. È curioso che una comunità nazionale, gli armeni appunto, abbia un quartiere nella città vecchia di Gerusalemme, mentre i cristiani hanno un quartiere condiviso da tutte le confessioni. Il motivo è storico: la presenza degli armeni in città è molto antica. In documenti conservati presso gli armeni stessi si dice che, ancora nel VI e VII secolo, gli armeni avevano 70 conventi in città. L'archeologia conferma in qualche maniera questo dato, col ritrovamento, molto spesso, di resti armeni. L'attuale comunità armena è molto piccola. Il loro quartiere è abitato da cristiani e da ebrei; alcuni armeni sono invece in città nuova.
Il luogo più importante è il monastero, vicino alla cattedrale di san Giacomo. Questo monastero fu usato per molti anni dal patriarcato per l'accoglienza di pellegrini armeni. All'epoca dell'impero turco arrivavano dall'Armenia molti pellegrini (anche 3000 insieme) ed erano ospitati nel monastero.
Prima di recarci presso la cattedrale armena visiteremo la chiesa di San Marco, di proprietà dei siriani ortodossi (a Gerusalemme dal 1400).
La visita inizia percorrendo Maronite Convent Street dove ci si ferma a visitare una piccola ma graziosa moschea. Si tratta di una chiesa crociata, un tempo dedicata a san Giacomo. Non si tratta del primo vescovo di Gerusalemme ma un martire della Persia molto venerato a Gerusalemme, soprannominato Giacomo interciso. La moschea è ben conservata. Si nota un bell'arco e le bozze militaresche con cui è costruita. All'interno una volta a botte e finestroni con sesti acuti.
Procedendo si passa accanto al convento dei Maroniti, a Gerusalemme dall'inizio del '900. Si percorre la via di san Marco per visitare l'omonima chiesa, appartenente alla comunità siriana ortodossa. La tradizione assegna a questo luogo tre ricordi: la casa di Maria madre di Giovanni Marco, luogo dove Pietro si recò dopo essere stato miracolosamente liberato dal carcere (Atti 12,12), l'ultima cena e la Pentecoste. I siriani sono qui dal 1400, anche se un testo del 1330 (circa) del francescano fra' Giovanni di Fedanzola da Perugia parla di questo edificio come di un luogo dove stette la Madonna dopo la resurrezione di Gesù. Si tratta certamente di un'antica casa di cristiani. Sopra la porta d'ingresso c'è un quadro che rappresenta quanto è avvenuto in questo luogo secondo la tradizione: ultima cena, lavanda dei piedi, discesa dello Spirito santo e arrivo di Pietro. Sono stati effettuati pure scavi ricavando una sala sotto la chiesa.
All'interno si notano cose interessanti. Anzitutto su una colonna un'iscrizione aramaica con carattere estranghelo: dice essere questo il luogo dove abitò Maria madre di Gesù. L'iscrizione non può essere del VI secolo, mentre la pietra è certamente crociata. Del resto tutta la chiesa e anche il portico sono crociati, pur non essendo menzionate dalle fonti storiche dell'epoca. Nella chiesa c'è una reliquia preziosa: si tratta di un'icona con la Madonna che la tradizione dice essere stata dipinta da San Luca.
Lasciata la chiesa dei siriani ci si dirige verso il complesso di san Giacomo degli armeni. Entrando all'interno si vede il cortile dell'antico monastero, il refettorio dei preti (con una bella e antica pentola di rame), il cortile del museo e la tipografia (la più antica di Gerusalemme).
Si ritorna davanti alla cattedrale (TCG 30, fig. 43). La chiesa è di epoca crociata con parti più antiche. L'attuale facciata della chiesa era il lato sinistro. Fu poi diversamente orientata nel 1600. Sui muri ci sono molte croci rappresentate con l'albero della vita; sono ricordi di pellegrinaggi.
All'interno della chiesa, sul lato sinistro ci sono due cappelle oggi usate come sacristie, san Mena e santo Stefano, di epoca bizantina. Sempre a sinistra c'è una cappella con una stella sotto l'altare. È tradizionalmente il luogo del martirio di san Giacomo il maggiore, ucciso da Erode Agrippa (Atti 12,2). Sul lato destro invece c'è una cappella, detta dell'Etchmiadzin (la capitale spirituale degli armeni), del 1600. Davanti all'altare si nota un baldacchino con un'antica sedia; seconda la tradizione è la cattedra di san Giacomo il minore, primo vescovo di Gerusalemme. Molto bella è la cupola, che ha un sistema di archi intrecciati che formano una stella di Davide (gli armeni sono famosi per le loro cupole, come quella di santa Sofia a Costantinopoli). Molto bello è pure il pavimento davanti all'altare, un gioco raffinato di marmi, il migliore esempio di opus sectile a Gerusalemme. Nella cappella dell'Etchmiadzin sono custodite le rocce di cinque montagne sante: Sinai, Tabor, Sion, Ulivi e Moria.
Uscendo dalla cattedrale (si notano due bei simandri) si percorre la via del patriarcato armeno ortodosso e ci si ferma davanti al museo degli armeni che custodisce cose interessanti.
Nel quartiere armeno sono stati eseguiti due scavi. Il primo è stato diretto dall'archeologa K. Kenyon presso il seminario armeno. La Kenyon ha trovato resti bizantini e resti di epoca posteriore. Il luogo era forse l'antico palazzo di Erode. C'era pure uno storico convento, quello di Pietro Iberico (+ 491). Pietro era un georgiano di famiglia reale. Catturato in guerra, era stato prigioniero a Costantinopoli e venne poi a Gerusalemme dove fondò un monastero. Divenne infine vescovo della comunità monofisita a Gaza. Giovanni Rufo scrisse una vita di questo monaco, onorato dalla chiesa orientale come santo e invece ritenuto dai cattolici un eretico.
Il secondo scavo nella proprietà armena è alla cosiddetta casa di Caifa, vicino al Cenacolo. Sono stati ritrovati resti dell'epoca di Cristo e stanze con dipinti rappresentanti uccelli. Tutto ciò è custodito al museo armeno.
Da qui ci si reca alla chiesa di San Pietro in Gallicantu (TCG 35, fig. 51). Al belvedere, da cui si gode una mirabile vista, si ammira la città.
Questo luogo custodisce due tradizioni: il rinnegamento di Pietro e la casa di Caifa. Le due tradizioni seguono le due sistemazioni della città. Nelle mappe dal 1600 all'inizio del '900 si vede una grotta dove c'erano le rovine di una chiesa. Ma la sua memoria era persa. Alla fine dell'800 il conte francese Piellat acquistò il terreno e lo affidò agli Agostiniani dell'Assunzione (detti Assunzionisti). Gli Assunzionisti iniziarono lo scavo per cercare qualcosa. Il pellegrino di Bordeaux (del 330, ELS 833) dice che nel luogo della casa di Caifa c'era una colonna alla quale Cristo fu flagellato. Questa colonna non ha nessun nesso col Vangelo. Egeria dice che era nella chiesa del monte Sion, forse nel portico (ELS 732,1). Dai disegni di Arculfo (del 670, ELS 745; TCG 31, fig. 44) sembra che la colonna sia dentro la chiesa (al centro) e non fuori. Teodorico (del 1172 ELS 761,4) afferma addirittura che i pellegrini usavano farsi flagellare presso questa colonna. Nel 1219 la colonna scompare. Ne comparirono poi molte: una a Santa Prassede a Roma (vicino alla Basilica di Santa Maria Maggiore), una nel santo Sepolcro e una sulla facciata della casa di Caifa. La memoria della casa di Caifa andò perduta e venne sostituita dalla memoria del rinnegamento di Pietro.
Gli scavi degli Assunzionisti hanno ritrovato una chiesa dentro una grotta molto profonda, trasformata in cisterna, con croci dipinte e scolpite. Ispirandosi agli episodi di Geremia gettato in una cisterna si affermava che anche Gesù fosse stato buttato in una cisterna; così il luogo fu identificato con la prigione di Cristo (anche nella casa di Caifa degli armeni c'è una memoria della prigione di Cristo).
Ai tempi degli scavi non si conoscevano le mikwè, bagni rituali ebraici. Oggi non si possono avere dubbi: la cisterna era originariamente una mikwè. Difficile invece è sostenere che in questo luogo ci fosse la casa di Caifa. Ci troviamo sicuramente dentro la città antica ma è improbabile che questo fosse un quartiere residenziale nobile (gli scavi dopo il '67 hanno ritrovato una grande casa sicuramente appartenente all'aristocrazia sacerdotale).
Infine si visita la scala, ritenuta essere la scala percorsa da Cristo. La scala è antica ma la tradizione è recente e quindi senza fondamento.