Abbiamo visto, sin ora, i resti della Gerusalemme cananea, israelita e dell'epoca più recente, del secondo tempio; inoltre resti della città bizantina, ommayyiade, resti dei palazzi dei califfi, resti medievali con palazzi mamelucchi (con la particolare architettura bicolore). Oggi ci concentriamo su resti dell'epoca di Cristo.
La Gerusalemme del tempo di Cristo è detta Gerusalemme del secondo tempio. Il primo tempio è stato distrutto dai babilonesi nel 587 a.C. Il secondo è stato distrutto nel 70 d.C. da Tito. Nel periodo del secondo tempio (la ricostruzione dopo l'editto di Ciro del 538 è terminata da Zorobabele nel 515) Gerusalemme ritorna ad essere grande, come nel preesilio, e forse anche più grande. La migliore descrizione della città in questo periodo l'abbiamo nell'opera La Guerra Giudaica di Giuseppe Flavio, al capitolo V. La sua descrizione pare essere abbastanza fedele agli eventi.
Flavio parla di tre mura [2] sul lato nord mentre dice che gli altri lati avevano un solo muro. Il motivo è la conformazione del territorio: sul lato nord non c'è un vallum, anzi, la strada sembra piuttosto scendere verso la città. Sugli altri tre lati invece ci sono le valli: Mamilla (a ovest), Geenna (a sud) e Cedron (a est, la più profonda).
Il primo muro è quello degli antichi re ed era identico a quello della città del primo tempio. Molto probabilmente fu edificato dagli ultimi re asmonei, prima di Erode. Il palazzo di Erode era nella zona più alta di Gerusalemme, in quella che ancora oggi è chiamata la Cittadella. Il muro partiva dalla Cittadella e andava sino al tempio in linea retta.
Il secondo muro è difficile identificarlo. I punti di riferimento sono le tre torri del palazzo della Cittadella: la torre dedicata a Ippico (l'amico morto in guerra), la torre dedicata a Fasaele (il fratello di Erode anch'egli morto in guerra) e la torre dedicata a Marianne (moglie di Erode, da lui stesso fatta uccidere). La torre di Ippico (che ancora si può osservare) è punto di riferimento per le mura. Il secondo muro partiva dalla porta di Ghennath e arrivava all'Antonia.
Il terzo muro partiva dalla torre di Ippico e saliva a nord, verso la torre di Psefino e poi, attraverso un lungo giro, arrivava al tempio. Giuseppe racconta anche quante fossero le torri e gli intervalli fra le torri.
Alla porta di Giaffa, guardando la Cittadella, possiamo osservare qualche resto, ben conservato, della torre di Ippico; sopravvive ancora qualcosa dell'antica torre. La parte interna è meglio conservata: ci sono pietre molto grandi, simili a quelle del tempio anche se rimaneggiate. Delle altre due torri ancora non si è trovata traccia.
Scendendo attraverso il bazar verso la porta della catena (Bab el Silsila) ripercorriamo il percorso dove c'era l'antico muro (il primo). Dagli scavi fatti dopo il 1967 si conoscono parti di muro, una trentina di metri all'interno rispetto all'attuale strada. Non dobbiamo dimenticare che le attuali strade ripercorrono strade romane.
Prima dell'incrocio con il Muristan si nota, sulla sinistra, un possente edificio, molto ampio. Si tratta di un edificio crociato, con ampi saloni. È il mercato della città, fatto costruire da Melisenda, regina armena, moglie di Baldovino (primo re crociato). Era chiamato forum rerum venalium. Ancora oggi il suq si distende su una triplice via coperta, che ripercorre un'antica strada romana.
Giunti all'incrocio con il cardo si svolta a destra imboccando la via Ha Yehudim. Nel pavimento si notano lastre di colore nero: sono state poste per indicare dove si trovava il muro. Al di sotto si vede il segno dello scavo e il pezzo di muro ritrovato. È un muro con bozze rustiche sporgenti, del tempo asmoneo. È molto alto, forse perché c'era una valle ora riempita da rovine ed è pure molto grosso, circa 5 metri. Avigad, l'archeologo che l'ha studiato, dice che ci sono segni di torri e quindi una possibile porta, la porta di Ghennat, punto di partenza del secondo muro verso la fortezza. Sempre sul pavimento ci sono lastre rosse, segno di mura israelite. È dunque probabile che il secondo muro (asmoneo) fosse stato costruito per rafforzare il precedente muro israelita.
Al di sopra c'è la bella facciata di un palazzo crociato. Il segno che è crociato è dato dalla levigazione della pietra. Le linee diagonali parallele sono molto curate. Attraverso un'accetta a taglio si lavorava la pietra. Ci sono anche archi appuntiti, detti a mitra. Quello che si vede qui è un falso arco perché si tratta di una fila di pietre in piano, con una scalanatura che disegna un arco a mitra, chiamato piattabanda.
Guardando attraverso due pozzi in mezzo alla strada si vedono le due mura: il muro asmoneo (lavorato a scalpello) e quello israelita (lavorato a mazza). C'è un gioco di rientranze e sporgenze che permette una migliore difesa.
Si lascia il cardo e si svolta a destra (prendendo la via Tif'eret Yisrael) giungendo davanti ad uno scavo con i segni ben evidenti di un muro di epoca israelita di cui sono conservate le fondazioni. C'è un piccolo spigolo sporgente. Si discute se al di sotto del muro ci siano case oppure roccia. Come pure si discute intorno all'estensione delle mura. Una cartina posta a spiegazione dello scavo evidenzia le due ipotesi. Secondo i minimalisti le mura racchiudevano la città di Davide, il tempio e poco più. Secondo i massimalisti invece la città israelita era molto più grande. Queste mura darebbero ragione alla seconda ipotesi, soprattutto se, al di sotto, ci fossero case. D'altra parte un muro così grosso pone interrogativi. C'è un passo di Neemia che parla di un muro largo (3,8; 12,38). Avigad spiega la possanza del muro attraverso una porta vicina, che però non è stata mai trovata.
Percorrendo Plugat Ha Kotel si arriva alla torre d'Israele, un sito archeologico che visitiamo. Si vede chiaramente che il muro asmoneo va contro quello israelita. Inoltre c'è una torre israelita con bozze rustiche. Qualcuno interpreta la torre come una porta a tenaglia (ma manca l'altra stanza della tenaglia); altri leggono un'altra porta (quella di Ghennat).
Ridiscendendo sul cardo ci si ferma a vedere un sito dove si nota la ricostruzione del muro precedente. Ci sono invece grandi pilastri costruiti con pietre di notevole dimensione. I pilastri erano collegati da archi, a fianco della strada lastricata, il cardo romano. Le città romane erano divise in quattro parti da due vie principali: il decumanus (sull'asse est-ovest) e il cardo (sull'asse nord-sud). La Colonia Ælia Capitolina, la città romana fondata da Adriano nel 135 d.C. ha certamente il cardo, che corre dalla porta di Damasco fino a qui, passando per il suq (dove il suo livello è solo 70 cm sotto l'attuale pavimento). Del decumanus invece non ci sono resti. Tuttavia anche il cardo non pare essere adrianeo, ma solo bizantino, del VI secolo. Il cardo bizantino corre sull'antica strada romana, smantellata. E tuttavia non per l'intera città ma solo per una parte (metà). Una metà era infatti occupata dalla legione X che stazionò a Gerusalemme dal 135 d.C. sino al 295; in quell'anno fu trasferita ad Aila.
Si scende al cardo e lo si osserva. La fila delle lastre centrali è diversa. La strada è fatta a dorso d'asino. Quanto è stato ritrovato nel canaletto testimonia che la strada era in uso nel VI e VII secolo. La strada è molto grande con portici e negozi. Da un estremo all'altro sono ben 22 metri (senza i portici sono 16 metri). È troppo speciale per essere una strada normale. Si trattava probabilmente di una strada processionale per unire la Basilica del Santo Sepolcro e la Nea. Forse, procedendo, il cardo si stringeva.
Percorrendo ancora il cardo si giunge davanti ad una riproduzione della famosa Carta di Madaba. Al centro si nota il cardo che attraversa la città. All'estremità sinistra si vede bene la porta di Damasco con una piazza semicircolare e una colonna (ancora oggi gli arabi chiamano la porta di Damasco porta della Colonna). Sotto il cardo si vedono: al centro la chiesa del santo sepolcro con le scale, il cortile e l'anastasis; la porta di Giaffa con una via a forma di L capovolta che conduce al Sion. Al di sopra del cardo si vede: il Tyropeion con colonne, l'attuale porta di Santo Stefano e la chiesa della Nea, sull'estrema sinistra. Pare che i tetti rossi siano chiese (qualcuno parla della Probatica e di San Damiano, ma nulla è certo) e i tetti giallognoli siano le case private. Bisogna ricordare che la pianta di Madaba è una carta ideale e non è una planimetria scientifica: manca in essa, per esempio, la spianata del tempio che non è elemento così marginale a Gerusalemme.
Si risale, dopo aver visto un'altra parte di cardo coi portici vicini alla roccia. Attraverso Rehov Habad si raggiunge un posteggio. Cinque metri sotto il parcheggio termina il cardo ed sono stati ritrovati il portale e il nartece della Nea. Portale e nartece sono di marmo, un materiale assai pregiato (ai tempi dei bizantini più pregiato del mosaico). Oggi si possono osservare solo le due absidi laterali di questa enorme chiesa (più di 100 metri di lunghezza e 50 di larghezza). L'abside di nord è nei pressi di una scuola ebraica; quella di sud è presso la torre dello zolfo. Stando al piacentino davanti alla Nea c'erano una piazza ad emiciclo, un ospedale con 2000 posti e un ospizio per pellegrini (TCG 99).
Dal posteggio si rientra attraverso Rehov Habad e si raggiunge Hurva Square. Ci sono i resti di un'antica sinagoga, fondata nel 1312 da Ramban (Rabbi Moshè Ben Nahman detto Nahmanide). La sinagoga è stata distrutta nel 1948, durante la guerra arabo-israeliana. La struttura era stata rifatta nel 1800.
Nella piazza di vedono basi e rocchi di colonna del tempo erodiano. Si tratta dei resti di un monumento di grande mole (dal tempio?).
All'imbocco di Rehov Ha Karaim c'è l'ingresso al sito archeologico del quartiere erodiano. In questo sito sono state trovate tre case, molto ricche. Il quartiere era certamente un quartiere dell'aristocrazia sacerdotale. Forse il palazzo dei re asmonei era qui vicino. Agrippa lo fece elevare di un piano cosicché, dal balcone, poteva vedere i sacrifici nel tempio. Per tutta risposta i sacerdoti fecero alzare il muro di cinta del tempio. Oltre a queste tre case c'è pure un'altra casa, detta Casa bruciata, anch'essa dell'aristocrazia sacerdotale. Dallo storia sappiamo che Anna e Caifa furono sommi sacerdoti per un lungo periodo. E queste hanno l'aria di essere case di rappresentanza di sacerdoti. Doveva esserci almeno un piano superiore che non si è conservato (il piano nobile); il piano inferiore era invece per esigenze più quotidiane. È impressionante la grande quantità di vasche che troviamo. Alcune servivano come cisterne: hanno una piccola apertura in alto e sono molto capienti. Altre vasche sono bagni cui si accedeva attraverso gradini. Molti hanno tutta l'aria di essere vasche per il bagno rituale (la mikwè). Si vede un mosaico ben conservato: ad un angolo è rappresentato un vasetto per il profumo. Il bagno rituale esigeva di essere già lavati (si trattava solo di bagnarsi) ed esigeva, soprattutto acqua corrente: per questo si mettevano in comunicazione due vasche per creare un movimento di acque che permettesse in bagno rituale.
Fra la prima casa e la seconda ci sono vetrine con una piccola esposizione. In una prima vetrina si notano sigilli per anfore con la scritta lammelek (per il re); vasi con una lucidatura particolare, tipici del periodo erodiano; insieme piccole statue raffiguranti donne o animali. Questo pare essere in contraddizione con il comandamento che proibiva di fare immagini.
Una seconda vetrina mostra oggetti di epoca asmonea: unguentori con corpo affusolato (o fusiformi), lucerne e anfore. Questa non è la ceramica tipica dell'epoca di Cristo, ma è quella che immediatamente precede.
Una terza vetrina espone borracce tipiche del 70 d.C., con i manici attaccati al collo e attorcigliati di novanta gradi; le borracce sono tonde, fatte con terracotta sottilissima. Insieme piatti dipinti con motivi floreali.
Un'altra vetrina custodisce vasi di pietra bianca, lavorata e tornita. La scelta della pietra era dettata da motivi religiosi: in alcune occasioni la pietra non rilascia impurità come invece la ceramica.
A terra si vedono anche idrie, quelle stesse di cui parla l'evangelista Giovanni (2,6). L'idria conteneva due o tre misure. La misura è il contenuto di un'anfora (a Gerusalemme 22 litri). Le idrie sono tutte della medesima grandezza, tutte fatte a forma di coppa ed indicano qualcosa di simbolico, non solo di pratico.
Si notano anche i resti di mense di pietra, ben decorate. Appeso al muro si vede un graffito. La rappresentazione della menorà è straordinariamente simile a quella dell'arco di Tito a Roma. Sulle sette braccia ci sono i boccioli.
Si giunge così alla seconda casa di cui si nota un canale.
La terza casa è molto ben conservata. È evidentemente una casa di rappresentanza. Nell'ampio salone ci stanno almeno 200 persone. Forse qui avvenivano le riunioni del sinedrio (composto da 72 persone). Il pellegrino di Bordeaux dice di aver visto i resti della casa di Caifa (ELS 833); anche Cirillo di Gerusalemme la conosceva (ELS 834). Si vedono affreschi di tipo pompeiano, pareti decorate con stucco e i resti di soffitti riccamente decorati. Si sono trovate addirittura ceramiche d'importazione. Il cortile della casa è tutto sospeso sopra cisterne e si vedono pure bagni rituali.
Uscendo dal sito archeologico si risale verso la Casa bruciata che non visitiamo. Sono stati trovati resti di laboratori per la lavorazione dell'incenso con il segno della famiglia di Caifa. Le famiglie dei sommi sacerdoti incassavano ingenti somme, avendo l'esclusiva dell'incenso per il tempio.
Infine si entra nelle rovine della chiesa dei Cavalieri tedeschi, Santa Maria dei Cavalieri teutonici. La chiesa ha due piani: quello superiore è visibile, mentre quello inferiore (la cripta) non è visibile. A sinistra c'è un chiostro dell'epoca dei crociati, forse un ospizio per pellegrini.
[2] Sulla questione del terzo muro cfr. BENOIT P., Où en est la question du "troisième mur"?, in Studia Hierosolymitana in onore di P. Bellarmino Bagatti. I. Studi archeologici (= Studium Biblicum Franciscanum. Collectio Maior 22), Franciscan Printing Press, Jerusalem, 1976, 111-126.