Signore non stare lontano

Il primo movimento si apre con il grido drammatico che denuncia la «lontananza» di Dio e il suo silenzio (vv. 2-3). Ad esso segue un vero e proprio canto indirizzato al Dio assente (vv. 4-12). I versetti iniziali mettono in scena un Dio simile a un imperatore impassibile, assiso pacificamente sul suo trono regale, indifferente alle lacrime del popolo e agli sconvolgimenti delle esistenze. Si fa memoria di un tempo in cui i padri erano stati salvati, ora invece nei confronti dell’orante tutto tace e c’è il massimo vuoto.

Il salmista tenta allora di provocare questo Dio muto, contrapponendo alla serenità del passato («A te mi sono appoggiato fin dalle viscere materne, dal grembo di mia madre tu sei il mio Dio» v. 11), lo squallore attuale che riduce l’uomo a essere un «verme» (v. 7). Il dolore del giusto, infatti, diventa motivo di sarcasmo degli empi nei confronti di Dio (vv. 8-9). L’infedeltà e il male che colpiscono il giusto, per il non credente si trasformano facilmente in una prova della non esistenza di Dio e dell’assurdità della fede.

Il grido si acuisce nei vv. 13-22, che ritraggono la prova suprema da cui in dolore lancinante. La dignità del fedele è totalmente calpestata. I nemici, ritratti come animali terribili e feroci (tori, leoni, cani, bufali) hanno il sopravvento sul credente, segnando l’insignificanza della sua vita e della sua esperienza di fede in Jhwh,Dio muto. L’orante si sente braccato, inseguito da cani e da battitori. Ha la percezione di essere una preda oramai facile perché ferita, ansimante e senza più energie per la lotta.

Con un mutamento repentino, tipico della poesia, siamo ora al capezzale del fedele che è oramai moribondo (vv. 18-22). Egli, giunto alle soglie della sepoltura, è spogliato delle vesti che vengono divise e distribuite, dato che non gli serviranno più (Cfr. Gv 19,23-24). Ecco un ultimo estremo grido a Jhwh, Dio muto: «Ma tu, Jhwh, non stare lontano, tu, mia forza, affrettati in mio aiuto!» (v. 20).

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