La prima azione del settenario noachico è quella di piantare la vigna perché Noè è diventato «uomo del suolo». Come nel quadro della creazione, anche dopo il diluvio, nella nuova creazione, l’uomo appare «legato» al «suolo/terra». Il verbo «cominciare» (ḥll) è molto importante nell’economia di Gen 1–11, ad esempio segna l’inizio del culto con Enoc (Gen 4,26) e il moltiplicarsi dell’umanità in Gen 6,1 (cf. Gen 10,8; 11,6). Noè, dopo quanto aveva fatto Dio nella prima creazione (cf. Gen 2,8), è il primo che «pianta» (nṭʾ) nella seconda creazione: in Gen 2,8 Dio aveva piantato un giardino in Eden, Noè pianta la vigna. Egli dà inizio a qualcosa di nuovo: la coltivazione della vigna, la più nobile delle piante, secondo la lode del Sal 104,15 e il cui frutto rallegra il cuore (Sir 40,20; Sal 4,8). Già avevamo visto come il significato di Eden sia quello di «delizia». C’è quindi un fine richiamo a Gen 2.

Il narratore succintamente informa che Noè si è ubriacato, l’essenzialità della notizia potrebbe far pensare ad una sorta di disapprovazione, ma in realtà il narratore è scevro da giudizi morali. Si constata che l’ubriacarsi fa parte della nuova esperienza. L’ubriacatura porta Noè a denudarsi «all’interno della sua tenda» (v. 21b). Il dato della nudità pur non pubblica, ora non è più neutro e neppure segno di intimità e armonia, come in Gen 2,25. Esso diventa, invece, motivo di disonore (cfr. Es 20,26; 2Sam 6,26; 10,4-5; particolarmente significativo è Ab 2,15-16).

Atto omosessuale o incesto?

Il settenario delle azioni dei fratelli si apre con Cam che vede «la nudità di suo padre» e invece di tener la cosa per sé ricoprendola con la discrezione e la «pietà filiale, la racconta ai fratelli, in una specie di gossip, venendo così a mancare di rispetto al padre. A partire dalle forti parole con cui Noè maledice il figlio del figlio 1 e dalle parole del narratore che le introducono («Noè… seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore», v. 24), probabilmente il peccato di Cam non è stato di semplice voyeurismo. Il narratore nell’introdurre la maledizione su Cam afferma: «Quando Noè si fu risvegliato dall’ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore » (v. 24). Per il narratore Noè è stato vittima di qualcosa fatta dal figlio minore 2 che in Gen 9,22 è illustrata come «vedere la nudità di suo padre». L’espressione «vedere» (rʾh) o «scoprire» (glh) «la nudità di suo padre» è utilizzata in altri passi dell’AT per esprimere una relazione sessuale (Lv 20,17; Ez 16,37; Lv 18,6-18). Il «vedere», in questi frangenti indicherebbe una colpa sessuale, nel nostro caso un incesto di tipo omosessuale con il padre 3. La tradizione rabbinica oltre a leggervi un incesto omosessuale vi vede una castrazione del padre 4.

Non è però da escludere un incesto con sua madre 5. Infatti secondo in Lv 18,7-8 la nudità del padre è in realtà la nudità della moglie del padre: «…Non scoprirai la nudità di una moglie di tuo padre; è la nudità di tuo padre». Inoltre l’espressione «nudità del padre» in Lev 18,6-18 è impiegata per rendere un rapporto eterosessuale 6. Di conseguenza si potrebbe pensare che il testo di Gen 9 faccia allusione più che a un rapporto omosessuale a uno eterosessuale tra Cam e la moglie di Noè, cioè la madre. In questo modo anche il parallelo con le figlie di Lot risulterebbe migliore. Infine la difficolta del v. 21 riguardante la «sua tenda», si appianerebbe se il pronome suffisso di forma femminile (-h) fosse riferito alla moglie di Noè 7. Avremmo quindi una situazione del genere: Noè ubriaco si «scopre» nella tenda di sua moglie, arriva Cam che si unisce a lei. Se suo figlio Canaan è frutto di questa unione, ciò spiegherebbe anche perché il narratore per ben due volte sottolinea che Cam è il padre di Canaan e perché sia questo figlio e non Cam ad essere colpito dalla maledizione di Noè 8.

Usurpazione di autorità

Il peccato di Cam si configura come un tentativo di usurpare la paternità del padre Noè nel tentativo di sostituirsi a lui. Ciò richiama alla mente l’inizio del racconto di Caino e Abele, dove la madre Eva lega a se, con una relazione fusionale, il figlio primogenito in un abbraccio mortifero e gli dà il posto del marito senza che questi reagisca (cf. 4,1 e commento). Usurpare la paternità del padre, attraverso l’incesto con la sua sposta, significava violare la sua autorità impossessandosene. Ciò sarà un luogo abbastanza comune nella Bibbia: Ruben andando a letto con Bila, la concubina di Giacobbe, forse mirava proprio a questo (Gn 35,22) e la perdita della primogenitura ne è la sanzione (Gen 49,3-4). Nella casa di Davide Assalonne si intrattiene sessualmente con le concubine di Davide, suo padre, dopo averlo costretto all’abbandono di Gerusalemme (2Sam 12,8; 16,22). Infine quando Adonia manifesta una pretesa verso Abisag la Sunammita, ultima sposa di Davide suo padre, provoca la reazione di suo fratello Salomone, il designato alla successione al trono paterno (1Re 2,13-25).

In forza di quanto detto, il riferire di Cam, il figlio più giovane, agli altri due fratelli non è semplice gossip ma probabilmente l’affermazione di una autorità sulla famiglia conquistata mediante la violenza. La reazione di questi è esemplare perché «non vedono la nudità del loro padre», non approfittano di unirsi con la loro madre, ma anzi restaurano con delicatezza e rispetto l’onore e l’autorità paterna. Si spiega così come in una narrazione fin troppo concisa il narratore sia così attento nel ritrarre l’agire dei due fratelli maggiori, piene di premure per il padre 9.

Canaan il figlio maledetto

Davanti alla «nudità del padre» i tre fratelli hanno «deciso» in modo diverso e la parola del patriarca suonano come un «giudizio» discriminante (vv. 25-27). Nell’interpretare il contenuto della maledizione e delle benedizioni va tenuto presente il carattere marcatamente eziologico del racconto. Il delitto è stato compiuto da Cam, ma la maledizione Noè la lancia contro Canaan (v. 25). Perché? Quanto detto sopra scioglie di per se stesso l’interrogativo. La critica letteraria ha normalmente spiegato questa incongruenza rintracciando nel racconto un duplice livello redazionale. Il racconto più antico parlerebbe della terna dei figli di Noè: Sem, Cam e Iafet. L’attualizzazione di questo racconto nel periodo storico avrebbe invece introdotto la specificazione «padre/antenato di Canaan», ottenendo così una nuova terna (Sem = Israele, Canaan e Iafet = Filistei), creando tuttavia tensioni non risolte nell’insieme della narrazione. Altri invece preferiscono spiegare le tensioni del racconto a partire dal presupposto che qui siano confluite due (o più) tradizioni indipendenti, raccolte in seguito da un redattore.

La maledizione (v. 25) diretta contro il figlio minore Canaan/Cam suona molto dura: «Sia maledetto Canaan!». L’attentato all’autorità del padre ha infranto il legame di fraternità, per questo, secondo la legge del contrappasso, la pena è fortemente disonorevole, una vita di schiavitù: sarà schiavo degli altri due fratelli e, quel che è peggio, sarà «schiavo degli schiavi» (v. 25b). Il punto di partenza dell’eziologia con tutta probabilità era la situazione storica d’Israele che ha sempre vissuto vicende alterne con gli abitanti di Canaan, da dominatore a schiavo e viceversa. Questo quadro storico viene ora utilizzato per rispondere all’eziologia della schiavitù in genere. La maledizione lanciata da Noè se da una parte richiama quelle di YHWH dopo i primi «delitti» (cfr. 3,14.17; 4,11; 8,21), dall’altra ci sono differenze: la maledizione è pronunciata da Noè un uomo e non da Dio ((Di parere diverso Wenham, Genesis 1-15, 201, che parla di una autorità divina di Noè.)); lo fa senza invocare il nome di Dio quale garante. Infine benedire e maledire rientrava nelle consuetudini relazionali del tempo sia a livello religioso che tra persone: chi si manteneva fedele alla relazione veniva benedetto, chi la infrangeva era maledetto (cf. Nm 22-24; Dt 27-28; Sal 62,5; 109,16-20; Pr 11,25-27; 24,23-25).

I figli benedetti

Alla maledizione seguono le benedizioni sui figli, Sem e Iafet, che si sono comportati rettamente (v. 26a.27a). Il dato positivo è che nella nuova umanità c’è una parte eletta e benedetta nel suo Dio, prima del diluvio tutta l’umanità era corrotta, ad eccezione di Noè. Inoltre la benedizione di Sem (v. 26a), da cui i semiti e Israele, anticipa il tema della benedizione che tanta parte avrà nella storia dei patriarchi (Gen 12–50) 10. Qui viene espressa in forma «dossologica»: «Benedetto il Signore, Dio di Sem» (v26a). L’incipit è inusuale perché si inizia benedicendo YHWH e solo indirettamente Sem («Dio di Sem»). Una tale formulazione prevedeva normalmente la continuazione con la spiegazione di quello che Dio aveva fatto come nel caso della benedizione del servo di Abramo quando incontra Rebecca, futura moglie di Isacco: «Sia benedetto YHWH, Dio del mio padrone Abramo, che non ha cessato di usare bontà e fedeltà verso il mio padrone» (Gen 24,27). L’omissione può significare che Noè benedice YHWH semplicemente perché è il Dio di Sem, oppure la benedizione del patriarca post-diluviano annuncia, in una sorta di ouverture, che YHWH inizierà un dialogo di benedizione con la discendenza di Sem. Viene benedetto («benedizione dichiarativa») colui che benedirà («benedizione effettiva») la discendenza di Sem, antenato di Abramo, anche il sintagma «YHWH, Dio di Sem» è un anticipo del parallelo «YHWH, Dio di Abramo» (Cf. 24,27; Es 3,15; 32,27; 34,23).

Mentre i vv. 26b e 27b ripetono la maledizione precedente, il v. 27a è invece un gioco di parole sul verbo aprire (pth), tipica dei «detti tribali» («Dio dilati [yafte] Iafet [yefet]» cf. Gen 49; Gdc 5 e Dt 33). Il fatto che Iafet si dilati ovvero cresca è già di per se stesso un segno della benevolenza divina. L’uso poi del termine «tenda» nel finale «può far risuonare il termine iniziale, la “tenda” di Noè, la cui intimità fu violata e protetta. La convivenza non deve essere occasione per denudare/spogliare il vicino. Esiste anche una pietà fraterna» 11.

Nel dato della convivenza fraterna di Iafet «dentro» Israele, le tradizioni giudaiche e cristiane hanno sviluppato allegoricamente il simbolo: i rabbini ravvisarono nella dilatazione di Iafet tra le «tende di Sem», la conversione dei pagani alla fede di Israele (cf. Targum Jonatan), oppure l’autorizzazione a usare il greco come lingua sacra; i padri della Chiesa i pagani che si convertono.

Umanità di fratelli

Infine il racconto dei figli di Noè si presta ad una lettura sociologica. Infatti il dato delle benedizione/maledizione esprime la convinzione che la continuità di un popolo o di una nazione può essere assicurato solo là dove c’è una solidarietà tra la generazione attuale e quella precedente, qui esplicitata come rispetto e cura amorevole del padre. Questo è anche quanto sintetizzerà più avanti il comandamento dell’«onorare» i genitori. In questo modo si spiega come mai, in una umanità di «fratelli» si sia insinuata la condizione infamante della schiavitù. Nella limpida struttura familiare che finora ha regnato nella storia primordiale di Gen 1–11, interviene un elemento eterogeneo e problematico della grande famiglia umana, la schiavitù. Certamente non come puro elemento dato e per ciò stesso insuperabile 12, ma come indicatore che i rapporti fraterni a cui tutti gli uomini sono chiamati fin dall’origine sono entrati in profonda crisi e chiedono di essere liberati.

  1. Per E. Van Wolde, Racconti dell’inizio. Genesi 1-11 e altri racconti di creazione (Biblioteca biblica 24), Brescia 1999, 133, il fatto è «degno di nota» e spicca sullo sfondo del racconto.
  2. Cf. T.C. Römer, Recherches actuelles sur le cycle d’Abraham, in A. Wénin, ed., Studies in the Book of Genesis (BETL 155), Leuven 2001, 65.
  3. Cf. Römer, Recherches actuelles, 63-71.)). Questo troverebbe una eco nel racconto delle figlie di Lot (Gen 19,30-38), le quali si uniscono al padre, dopo averlo fatto ubriacare, per avere una discendenza ((La Bibbia registra più volte l’associazione tra vino e sesso: cf. 2Sam 11,11.13 e Ct 1,2 e 8,2.
  4. Pirqe Rabbi Eliezer, 23, parla di castrazione del padre. Per Cohen, The Drunkenness, 14-16, la violenza contro il padre sarebbe consistita nel fatto che Cam ha rubato la potenza virile del padre in quanto ha visto le parti intime del genitore.
  5. Berešit Rabbâ, XXXVI, 4 ipotizza un incesto con la moglie di Noè: «Nella sua tenda: è scritto áolo‚la”h (la tenda di lei), nella tenda di sua moglie». Cf. anche E. Manicardi – L. Mazzinghi, eds., Genesi 1-11 e le sue interpretazioni canoniche: un caso di teologia biblica. XLI settimana biblica nazionale (Roma, 6-10 Settembre 2010) (Ricerche Storico Bibliche XXIV.1-2), Bologna 2012, 232-237; E. Zenger, L’opera (scritta) sacerdotale (P), in E. Zenger, ed., Introduzione all’Antico Testamento, Brescia 2005, 25-40.
  6. Cf. Zenger, L’opera sacerdotale, 38. Di parere contrario è S.L. McKenzie, Jacob in the Prophets, in J.-D. Macchi et al., eds., Jacob: commentaire à plusieurs voix de / Ein mehrstimmiger Kommentar zu / A Plural Commentary of Gen 25-36 : mélanges offerts à Albert de Pury (Le Monde de la Bible 44), Genève 2001, 230-231.
  7. Cf. Zenger, L’opera sacerdotale, 38 e la nota 5.
  8. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 145; Zenger, L’opera sacerdotale, 40.
  9. Cf. Wénin, Da Adamo ad Abramo, 146.
  10. Cf. M. Köckert, Die Geschichte der Abrahamüberlieferung, in A. Lemaire, ed., Congress volume Leiden 2004 (Supplements to Vetus Testamentum 109), Leiden 2006, 140-141.
  11. Alonso Schökel, Dov’è tuo fratello, 66.
  12. Purtroppo nella storia spesso così è stato interpretato cf. l’interessante monografia di G. Borgonovo, La Tôrâ, ovvero il pentateuco, in G. Borgonovo – Collaboratori, eds., Torah e storiografie dell’Antico Testamento (Logos. Corso di Studi Biblici 2), Leumann (TO) 2012.

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