Siamo giunti all’epilogo della storia dei due gemelli. Gli avvenimenti descritti nei capitoli 32-33 coprono appena due giorni. Perciò, il terzo momento è il più breve (primo momento era la nascita dei gemelli e lo scontro, il secondo la fuga di Giacobbe), e lo si comprende solo come frutto maturo soprattutto dell’esilio forzato presso Labano. Tutto questo però non è ancora sufficiente. Prima di affrontare il fratello Esaù, Giacobbe incontra tre volte Dio (Gen 32). Anzitutto Giacobbe incontra gli angeli di Dio (incontrare gli angeli di Dio significa incontrare Dio), vede in essi l’accampamento di Dio e chiama quel luogo Macanaim, cioè «doppio accampamento» (32,2s). Temendo Esaù che gli viene incontro, Giacobbe trasforma questo suo primo incontro con Dio in una tattica di approccio al fratello: divide il suo seguito in due accampamenti, nella speranza di salvarne almeno uno (32,8s).

«La necessità insegna a pregare» dice un proverbio. La paura di Esaù spinge Giacobbe a elevare, in Gen 32,10-13, la preghiera più lunga che si incontra fino a quel momento nella Bibbia. In essa egli ringrazia anche per le concrete testimonianze della sollecitudine di Dio, che lo hanno reso ricco. Attingendo a questa sua ricchezza egli prepara subito una processione di doni (32,14-22). Vuole conquistare il fratello con nove diverse greggi di animali (v. 15s).
Gen 32,21 svela la sua vera intenzione, letteralmente suona:

Giacobbe pensava infatti: «Coprirò il suo volto con il dono che parte dal mio volto; solo allora vedrò il suo volto. Forse egli solleva il mio volto».

Qui la parola chiave è «volto», che viene ripetuta per quattro volte. Fra il volto di Giacobbe e il volto di Esaù deve interporsi anzitutto il dono, per coprire per così dire il volto di quest’ultimo. Con «coprire» si rende il verbo ebraico kpr (usato anche per indicare l’azione di espiazione, da cui lo yiom kippur, giorno dell’espiazione), ma è possibile cancellare la colpa in questo modo? Anche il «sollevare il volto» ricordano le parole del Signore a Caino («Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto?» Gen 4,6-7). Giacobbe spera quindi che i doni aprano la strada a un vero incontro, faccia a faccia, con Esaù, e alla possibilità di tornare a guardarsi negli occhi.

La vera svolta avviene solo dal terzo incontro con Dio (32,23-33). Nella notte (v. 23) Giacobbe deve esporsi da solo (v. 25), senza potersi fare rappresentare o sostituire, all’incontro-scontro con Dio. Benché ferito (v. 26.32), colui che ha lottato fin dal grembo materno continua a lottare, ma in questo caso per ottenere una benedizione (v. 27) e, confessando il suo nome di imbroglione, Giacobbe (v. 28) ottiene, insieme a un nuovo nome, Israele, la promessa della sua nuova identità, ritornata a essere nel frattempo, un’identità positiva (v. 29).

Il nome Israele viene spiegato etimologicamente nel senso di «Tu hai lottato con Dio e con gli uomini e lo hai potuto» (v. 29). Ma propriamente esso significa «Dio lotterà», poiché il soggetto dell’espressione è Dio (= El). Così in seguito con il nome Israele si intenderanno simbolicamente tutti coloro che, lottando con Dio e con gli uomini, daranno a Dio il primato e la precedenza in ogni azione. L’evento viene ulteriormente illustrato nel v. 31s dal nome dato al luogo (Penuel = davanti a Dio) e dallo spuntare del sole (in contrapposizione a 28,11). È stato un autentico incontro con Dio, e ora su Giacobbe che ritorna risplende nuovamente la luce.

Il fatto che Giacobbe sia uscito incolume e benedetto dalla lotta notturna anticipa l’esito dell’incontro con il fratello Esaù (33,1-16). Grazie alla trasformazione operata in lui e alla sua nuova identità, Israele, consentono a Giacobbe/Israele di occupare il primo posto, quello più esposto, nella processione della sua famiglia e di recarsi ad incontrare personalmente il fratello. Man mano che si avvicina si prostra sette volte davanti a Esaù, in segno di totale sottomissione (v. 3). Così facendo, ristabilisce l’ordine gerarchico che in passato aveva capovolto ricorrendo all’inganno.

Nel v. 4 la reazione di Esaù sblocca la ventennale situazione di insicurezza e tensione. Il suo correre incontro al fratello dimostra quanto anch’egli desiderasse questo momento. Gli abbracci, il gettarsi al collo, i baci tradiscono la sua forte emozione e dimostrano che anch’egli, dal tempo della separazione, ha fatto molta strada. Ora, come conferma anche il dialogo che segue, non è più dominato dall’odio e dal desiderio di vendetta nei riguardi del fratello.

Il comportamento di Esaù non è dettato dalla presenza della carovana (v. 8), dalla processione dei doni, che accetta solo dopo ripetute insistenze (v. 11), ma dal vivo desiderio di essere nuovamente insieme (v. 12, «noi» due volte). Spetta a Giacobbe/Israele dare l’interpretazione appropriata di questa accoglienza che va ben oltre l’offesa passata (v. 10):

Ho visto il tuo volto, come si vede il volto di Dio e tu mi hai accolto con benevolenza.

Qui il cerchio si chiude con la parola chiave «volto» (32,21.31). Il volto del fratello che è stato ferito e tuttavia perdona riflette il volto stesso di Dio (Alonso Schökel). Il perdono fra gli uomini diventa così esperienza di Dio.
Due altre particolarità di questo incontro sono degne di nota. Da un lato, non ricorre mai il termine «colpa». I gemelli non ne parlano; evidentemente, al riguardo, la sincerità dei gesti è molto più eloquente delle parole. In questo caso, dopo così tanto tempo, i gesti sembrano bastare.
Dall’altro, i due fratelli non restano insieme. Giacobbe declina con decisione l’offerta di Esaù di ritornare a vivere con lui, sottolineando la debolezza del suo seguito (33,13-16). I gemelli si rivedranno solo in occasione della morte del padre. Lo seppelliranno insieme (35,29). L’omicidio minacciato da Esaù non avviene (27,41), il che conferma ancora una volta l’avvenuta riconciliazione.

Conclusione

I racconti dei due gemelli mostrano, attraverso lo snodarsi degli avvenimenti, le conseguenze del comportamento umano. La peculiarità della descrizione – gemelli, nomi simbolici, espressioni simboliche (calcagno, volto), corrispondenze fra comportamenti sbagliati e destino ecc. – permette di riconoscervi l’elaborazione di un racconto esemplare come quello dei fratelli Caino e Abele.

La relazione fra i gemelli descrive in forma esemplare un percorso che dalla colpa giunge alla riconciliazione attraverso l’espiazione. Dopo il grave conflitto iniziale, Giacobbe, nel ruolo della vittima sofferente, sperimenta specularmente su se stesso le conseguenze delle sue precedenti mancanze verso il padre Isacco e il fratello Esaù. Questa condanna a portare la colpa passata può essere considerata un’«espiazione». La lotta con Dio nella notte completa e termina questo processo. Così un uomo nuovo, trasformato, con il nome di Israele, può re-incontrare il fratello. La loro riconciliazione sana la pesante e dolorosa storia precedente. Alla «presa al calcagno» è subentrata la «visione del volto». Qui il volto è l’immagine dell’esperienza della salvezza e della misericordia. Nell’esperienza del volto Dio e il fratello si sovrappongono.

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